Società

Pubblicato il 3 Febbraio 2014 | di Giuseppe Nativo

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Centri commerciali uguale felicità?

Centro commerciale sì. Centro commerciale no. Volentieri o controvoglia ci si reca alla più vicina struttura per avere il parcheggio comodo e, soprattutto, cercare, trovare e comprare tutto ciò che necessita. Sono cattedrali nel deserto, ma anche grandi laboratori di psicologia delle masse. I centri commerciali sintetizzano e condensano una serie di bisogni voluttuari che lì dentro diventano necessità. Migliaia di accessi al giorno contraddistinguono il numeroso viavai di gente.

Lo psicologo: «Dalle luci ai colori tutto è studiato per una fuga dalla realtà»

Innanzi tutto la collocazione. Queste estese aree commerciali in genere sono isolate non solo per ragioni di spazi e di parcheggi, ma anche per poter alterare lo stato di coscienza, per esempio, attraverso la mancanza di riferimenti spazio-temporali che ricordano, attraverso la luce solare, da quando si è lì dentro. Scatoloni chiusi, al riparo dal sole e molto attrezzati per invitare l’utente a restare per delle ore. Variegati i bombardamenti visivi ed uditivi dei numerosi negozi che invitano a comparare con articolate offerte promozionali. Di qui, non di rado, lo shopping compulsivo.

Ma i centri commerciali si offrono veramente come risolutori di tensioni psicologiche e promettono di equilibrare tramite un auto regalo un conflitto o una tensione? Quali sono le molle psicologiche che inducono determinati comportamenti di shopping di massa? Abbiamo girato la domanda a Maria Moschetto, psicologo e psicoterapeuta che opera nell’ambito della Sicilia sud-orientale.

«Quando si progetta uno spazio commerciale di tale proporzioni, assimilabile ad una “piccola città”, solitamente si presta molta attenzione alle ricerche più attuali che si occupano proprio della relazione fra persona ed ambiente. La creazione di ambienti di acquisto stimolanti per il consumatore è molto conosciuta nell’ambito degli studi di marketing. Nella società attuale, lo shopping è un’attività che ha perso la sua funzione “utilitaristica” razionale essendo caratterizzato per lo più da comportamenti associati ad una componente ludica, ricreativa del piacere di acquistare. Gli studi più recenti indicano che il consumatore, nell’acquisto, solitamente soddisfa bisogni ed esigenze non meramente biologici, strumentali per l’approvvigionamento di beni connessi alla sopravvivenza, ma psicologici e sociali: di auto gratificazione quando l’acquisto è motivato da una variazione dell’umore, “per tirarsi su”; bisogni di allontanamento dalla routine quotidiana connesso al desiderio di trascorrere del tempo in un luogo piacevole e rilassante; ma anche dalla ricerca di stimolazione sensoriale quale ascoltare musica, vedere tanti colori all’interno dei punti vendita che permette una “fuga dalla realtà”. Un coinvolgimento, dunque, emotivo nell’acquisto. Tali dinamiche non vanno certamente analizzate secondo una prospettiva morale o etica assumendo una posizione critica verso ogni acquisto voluttuario in quanto male in sé. Non va sottovalutato, tuttavia, un fenomeno preoccupante, riconosciuto negli anni più recenti, definito “shopping compulsivo” che si annovera fra le nuove dipendenze patologiche. La persona che ne è affetta solitamente prova un impulso irrefrenabile e urgente ad acquistare, una tensione crescente che trova sollievo solo nell’atto del comprare. Tale patologia, espressione di un disagio individuale, collude con l’atteggiamento culturale consumistico della società in cui il messaggio prevalente è che il possesso di un oggetto equivale alla conquista della felicità».

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Autore

Pubblicista. Appassionato di storia locale. Nel 2004 ha pubblicato un libro sulla Inquisizione in Sicilia nel XVI secolo, con particolare riferimento alla Contea di Modica. Collabora a diverse testate cartacee e on line.



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