Società

Pubblicato il 17 Febbraio 2026 | di Saro Distefano

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Il caso dello “sfoggia adesso”

Adesso che le feste natalizie sono finite, almeno quelle apparenti, quelle dettate dalla frenesia dei consumi, è possibile senza far danno d’ordine commerciale, analizzare una pubblicità. Non ce ne sarebbe la necessità, ma appare talmente tanto impattante che far finta di nulla risulta davvero difficile. È apparsa tra novembre e dicembre nella comunicazione digitale. Ovvero giornali online e sotto forma di banner nei social.
Si legge bene la foto che proponiamo. Ovvero: “prima sfoggi e poi paghi”. Nella foto si mostra una bella borsa, di quelle che si comprende bene, anche per uno totalmente sprovveduto in materia, che si tratta di un oggetto d’alto artigianato, di materiale pregiato e pertanto di prezzo elevato.
Ora, se è vero come è certamente vero che il commercio muove il mondo e la pubblicità è l’anima del commercio (con le frasi fatte potremmo continuare per pagine e pagine), in questa c’è qualcosa che disturba.
Il creativo che l’ha pensata ha utilizzato metodi moderni: poche parole, un’immagine chiara, un invito preciso e perfettamente comprensibile ai più, se non a tutti.
Però quel verbo “sfoggiare” non si riesce proprio a mandarlo giù. Certo, la volontà del pubblicitario creativo è evidente: vuole colpire subito le corde sensibili dei potenziali acquirenti (in questo caso si ritiene possano essere le donne, posto che la borsa della pubblicità parrebbe femminile). Dopo i beni essenziali, le donne occidentali con una anche solo sufficiente capacità di spesa nutrono molto gradimento per le scarpe e le borse (esattamente come per il corrispondente maschile ci sono gli aggeggi tecnologici). Ed eccoci: “signore, guardate che bella borsa, non è propriamente economica, ma la potrete pagare in 3 rate e senza interessi”. Ma, per intanto, potete avere quel prezioso accessorio e lo potrete “sfoggiare”. “Sfoggia”, imperativo.
Ma sfoggiare non è un verbo come altri, non è anonimo, insignificante, uno come tanti. Ha un significato preciso, e secondo la Treccani i sinonimi sono “esibire, ostentare, sbandierare, sciorinare”. Tutti con accezione negativa, o comunque non positiva. Almeno così parrebbe, così è stato finora. Noi, intendo gli occidentali benestanti, specie se legati alla fede e alla tradizione cristiano-cattolica, abbiamo sempre tenuto bene in mente i precetti che ci impongono, tra il fare l’elemosina e dare accoglienza, anche di rigettare il lusso. Adesso, possiamo dircelo, non siamo sempre molto rispettosi di questi precetti, e nelle messe domenicali in certe chiese non mancano le pellicce, le scarpe in coccodrillo, e i Suv parcheggiati fuori con due ruote sul marciapiede. Ma quantomeno abbiamo mantenuto la forma. Se invece iniziamo a sdoganare, al momento nella pubblicità, facendoli passere per “normali” verbi con significati potenti – com’è il caso di “sfoggiare” – allora la situazione si complica. E dire che c’era un tempo (e però non so se c’è ancora) una autorità di controllo della pubblicità. Proprio per evitare messaggi offensivi, violenti, destabilizzanti.
A mio modestissimo parere, scrivere a caratteri cubitali “sfoggia adesso”, è quantomeno una caduta di stile. Ma il fatto stesso che io ne stia scrivendo e i mei lettori leggendo, significa che quel pubblicitario è davvero molto bravo e creativo.

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Autore

Nato a Ragusa nel 1964 è giornalista pubblicista dal 1990. Collabora con diverse testate giornalistiche, della carta stampata quotidiana e periodica, online e televisive, occupandosi principalmente di cultura e costume. Laureato in Scienze Politiche indirizzo storico, tiene numerose conferenze intorno al territorio ibleo.



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