Etica d’impresa cercasi: il paradosso delle grandi firme
In principio fu Alviero Martini; era il gennaio del 2024 e destò impressione che un tribunale commissariasse una società di un marchio tanto conosciuto con la motivazione della mancata vigilanza sui contratti di fornitura: in estrema sintesi la produzione di articoli da parte di società terze appaltatrici o subappaltatrici sarebbe avvenuta senza alcun rispetto delle norme sul lavoro, sia in termini di sicurezza che di rispetto dei contratti, in sintesi con sfruttamento.
Ovviamente la casa di moda non rientrava tra gli indagati, ma ha subito la misura perché non avrebbe controllato la reale capacità imprenditoriale delle società appaltartici ne effettuato ispezioni per effettuare tali verifiche, ovviamente dopo la normalizzazione del processo il commissariamento è stato revocato.
Dopo questa vicenda è stato un susseguirsi di provvedimenti simili nel mondo delle grandi firme: Armani Operations, Manifactures Diors, Valentino Bags Lab e pochi giorni fa Loro Piana marchio di proprietà della Louis Vuitton.
Lasciamo perdere le considerazioni di ordine giudiziario, la magistratura farà il suo lavoro, ma dal punto di vista economico e sociale è lecito chiedersi se sia un problema di sistema?
Sempre lo stesso schema! Articoli prodotti da operai sfruttati, spesso cinesi, a costi irrisori e venduti come articoli di lusso con i margini che si possono immaginare.
Le indagini sulla prima società sono partite nel 2023, il primo provvedimento dei magistrati sulla prima casa di moda è del gennaio 2024, possibile che dopo un anno e mezzo le altre aziende del settore non abbiano sentito il bisogno di correre ai ripari?
Attività finalizzata “all’abbattimento dei costi e alla massimizzazione dei profitti” questo è il must cui attenersi schermato da catene di contratti che permettono una volta scoperti con le mani nel sacco (ovviamente senza responsabilità alcuna dal punto di vista penale!) di potersi giustificare con l’ignoranza di cosa accadesse a valle del sistema produttivo.
La domanda sorge spontanea: l’esternalizzazione di un servizio aziendale ha un senso se riguarda un settore della produzione non specifico dell’azienda (ad es. per una banca il servizio di guardiania o di trasporto valori), o un momento marginale della catena produttiva (es. per un’azienda tessile l’attaccatura dei bottoni), ma quando riguarda l’attività specifica dell’impresa come si giustifica?
Se produco abbigliamento e ampie quote di prodotto le faccio produrre all’esterno, che impresa divento? Di commercializzazione? Se ho un incremento di richiesta dei miei prodotti perché non amplio la mia capacità produttiva con altre assunzioni e con nuovi macchinari? Si badi bene che parliamo di un settore dove i margini sono amplissimi e solo in parte dovuti al costo di produzione.
Anche a costo di sembrare bacchettone voglio porre il problema: esiste un’etica dell’impresa?
Si badi bene, non parlo delle piccole imprese (e sono tantissime) che nel periodo del covid hanno patito insieme ai dipendenti condividendone la sofferenza, ma di quelle che producono utili stellari grazie al marchio e poi …
Altra piccola considerazione finale: ma chi compra borse o capi di abbigliamento a migliaia di euro e scopre che sono prodotti da operai cinesi sfruttati esattamente come quelli venduti all’angolo della strada dall’ambulante, cosa ne pensano? Vanità delle vanità, tutto è vanità!
