Società

Pubblicato il 7 Ottobre 2025 | di Emanuele Occhipinti

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Le difficoltà di fare impresa in un piccolo paese

«Nella difficile fase in cui siamo immersi è indubbio che nel Paese si stia allargando la forbice delle disuguaglianze e dei divari, mentre le differenze non riescono a diventare risorse, tanto da lasciare le società locali — e in particolare i piccoli centri periferici — alle prese con nuove solitudini e dolorosi abbandoni». Non è un tratto del programma del Governo né il manifesto programmatico di un’aggregazione politica; è un documento dei Vescovi italiani, una lettera aperta al governo ed al Parlamento che, benché riferito alle aree interne dell’Italia, invita a non rassegnarsi allo spopolamento dei piccoli centri, ma a valorizzarne le potenzialità con politiche coraggiose e durature.
Insieme, da qualche numero, ha inteso dare voce ai protagonisti amministrativi, sociali ed ecclesiali dei piccoli centri della Diocesi, per un dialogo costruttivo che costruisca speranza e coesione.
Oggi abbiamo intervistato Mario Molè, marketing manager presso l’azienda di famiglia, Fratelli Molè di Chiaramonte Gulfi con ruoli dirigenziali presso Confindustria.

Mario Molè, voi fate industria in un piccolo paese di una piccola provincia. Un vantaggio o uno svantaggio?
Fare impresa in un piccolo paese rappresenta una sfida affascinante quanto complessa. Nonostante vi siano vantaggi distintivi, come il senso di comunità e la possibilità di creare relazioni personali con i clienti, le difficoltà spesso superano i benefici, rendendo il percorso imprenditoriale arduo e ricco di ostacoli. Siamo nel sud-est della Sicilia, famoso per le bellezze turistiche ed il barocco, ma non certo per gli insediamenti industriali. Uno dei principali problemi è rappresentato dalla ridotta dimensione del mercato del lavoro. In un piccolo paese, il numero di potenziali collaboratori è limitato, il che influisce direttamente sull’organizzazione e sul cambio generazionale dei lavoratori. I cambi generazionali in aziende storiche come la nostra è un problema non solo della dirigenza ma anche delle competenze interne. Le Skill che è il vero vantaggio competitivo delle PMI oggi sono danneggiate dalla mancanza di risorse umane disponibili e capaci di lavorare con le nuove attrezzature e con le vecchie.
Oltre alla forza lavoro, l’ubicazione periferica quale difficoltà comporta?
Un’altra sfida significativa è la carenza d’infrastrutture adeguate. L’industria, l’imprenditoria, senza strade ed autostrade, porti ed aeroporti non riesce ad allargare i mercati ed a vincere la concorrenza anche se sei un’impresa di eccellenza. La periferia è, inoltre, carente di risorse specializzate: i piccoli paesi spesso mancano di accesso a fornitori locali, reti logistiche efficienti o manodopera qualificata. Gli uffici tecnici dei piccoli comuni non riescono a rispondere alle esigenze delle aziende in termini di urbanistica servizi alle zone industriali.
Hai parlato di imprese di eccellenza: in un piccolo contesto spesso si formano distretti e reti di impresa che divengono punto di riferimento e uniscono la tradizione produttiva e l’applicazione di metodiche innovative.
Questo è facile in contesti vocati all’industrializzazione ovvero oggetto di specifiche politiche industriali. Anche in Sicilia sono nati poli e distretti industriali di riferimento quali, ad esempio, il polo tecnologico di Catania o il distretto blutec di Termini Imerese, senza trascurare l’antico polo chimico tra Gela e Priolo: ma penso di dire che essi nascono in grosse aree. In piccoli centri ciò non è impossibile e la provincia di Ragusa vanta diversi esempi ma si tratta di un’industrializzazione di attività artigianali o agricole di eccellenza. Paradossalmente però, in un contesto ristretto, la concorrenza può rappresentare un problema aggiuntivo. In un’ottica di sviluppo, le attività già consolidate tendono a monopolizzare il mercato, lasciando poco spazio per le nuove imprese. Inoltre, la fidelizzazione dei clienti a realtà già esistenti rende difficile per i nuovi arrivati affermarsi. Il Modello Ragusa che grazie all’isolamento ha prodotto una classe manageriale valida e dignitosa che mi rende orgoglioso quando frequento determinati ambienti industriali sia a Palermo che a Roma. Oggi Ragusa non sta soffrendo il problema di Gela o di Temini Imerese per l’allontanamento delle grandi multinazionali. Le aziende presenti sul territorio ibleo, alcune sono state figlie delle esigenze delle multinazionali presenti, ma altre come anche la nostra si sono inserite nella grande filiera della fascia trasformata e hanno creato sul territorio delle eccellenza che esportano in tutta la Sicilia e nel mondo; parlo, ad esempio, del distretto dei film plastici dei teli per le serre che coprono l’intera filiera circolare o del trattamento delle acque per l’irrigazione.
Capire il declino per progettare la rinascita: solo ombre? Niente luci?
No, tutt’altro. Nonostante le difficoltà, fare impresa in un piccolo paese può diventare un’opportunità per chi sa innovare. Puntare su prodotti o servizi di nicchia, sfruttare le nuove tecnologie e creare un brand fortemente radicato nel territorio possono essere strategie vincenti. Tuttavia, anche l’innovazione richiede investimenti significativi e una visione a lungo termine, che non sempre sono alla portata dei piccoli imprenditori. Avviare e gestire un’impresa in un piccolo paese è un equilibrio delicato tra sfide e opportunità. Richiede perseveranza, creatività e un forte spirito comunitario. Sebbene i rischi siano elevati, il successo può portare non solo guadagni economici ma anche un impatto positivo sulla comunità locale, contribuendo alla sua vitalità e al suo sviluppo. Inutile sottolineare, e lo faccio con forza da uomo impegnato nell’associazionismo imprenditoriale e sociale, che, per rendere il contesto più favorevole, è essenziale un maggiore supporto da parte delle istituzioni, attraverso incentivi economici, semplificazioni burocratiche e investimenti nelle infrastrutture locali. E’ urgente un upgrade della politica e dell’amministrazione locale: si favoriscano esperienze di rigenerazione coerenti con le originalità locali e in grado di rilanciare l’identità rispetto alla frammentazione, esperienze che gli operatori economici stanno tentando di fare a Chiaramonte, per esempio, nel campo della valorizzazione dei prodotti enogastronomici, olio in primo luogo. S’incoraggi il controesodo con incentivi economici e riduzione delle imposte, soluzioni di smart working e co-working, innovazione agricola, turismo sostenibile, valorizzazione e recupero dei borghi ed, in generale, dei beni culturali e paesaggistici; si contrasti la marginalità con piani specifici; si incrementino le tecnologie e i servizi di comunità. Un piccolo borgo come Chiaramonte può scoprire una vocazione industriale accanto a quella agricola, rimanendo un luogo di attività e di incontro, uno spazio di vita, senza rinunciare alla sua tradizione o abbandonare il suo patrimonio territoriale, di cui i beni culturali e il paesaggio costituiscono ingredienti rilevanti.

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Autore

Laureato in Scienze Economiche e Bancarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha lavorato dal 1990 presso Banca Agricola Popolare di Sicilia, prima nei servizi di agevolazione e credito alle imprese e successivamente in staff alla Direzione Marketing. E’ impegnato nell’associazionismo e nel volontariato nazionale ed internazionale, settori per i quali svolge anche il ruolo di formatore. Già presidente diocesano di Azione Cattolica, è, in atto, Direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della diocesi di Ragusa e membro del Consiglio Nazionale della FISC (Federazione Italiana Settimanali Diocesani).



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