Discutendo sulla forma del libro con il bibliologo Giancarlo Petrella
Formati per ogni occasione?
Indubbiamente il formato condiziona il tipo di fruizione e anche la ricezione del testo. In questo Donald McKenzie aveva assolutamente ragione. Spesso un diverso formato di un testo mi fa capire cose che non avevo percepito del pensiero di un autore, o mi fa vedere cose che non avevo visto. Se pensiamo agli ottavi aldini, beh, Manuzio non fa nient’altro che rimettere in circolo testi già in circolazione, però togliendo i commenti, le glosse e riducendo il formato, pensa a un altro tipo di fruizione…
Che legame esiste fra formato e letteratura?
Il legame è fortissimo. Pensiamo alle stampe popolari della Miscellanea Trentina del Mazzetti, della quale mi sono occupato. Per quel tipo di letteratura non va bene un formato troppo grande… Bisogna portarsele dietro quelle cose, ecco allora l’in-quarto o l’ottavo. Mi viene in mente l’opera geografica di Leandro Alberti. La prima edizione fu in in-folio, ma non andava bene. Era un’opera che serviva portarsela dietro. Tant’è che la seconda edizione fu un in-quarto.
La materialità è totale, allora…
Certo. Un testo una volta dato è quello. Mentre il libro è davvero un oggetto in movimento… Pensiamo ad Alessandro Paganino e al suo 24°, il formato è piccolissimo, ci troviamo di fronte a libri quasi miniaturizzati… Ma rimangono fruibili. Perché il libro deve essere letto, deve ottemperare alla sua funzione. Sennò diventanta una stupidata. Recentemente Tallone ha pubblicato dei testi greci in corpo 6. Il carattere è piccolissimo, ma ha fatto in modo che restasse leggibilissimo. Ma pensiamo pure a un’altra cosa: Il libro non solo è materiale, ma nasce dal materiale che si ha a disposizione. Tallone ha pubblicato dei libri in uno strano formato oblungo. E sai perché? Perché in cantiere in quel momento aveva solo quelle carte.
In che rapporto stanno il testo, l’immagine, o il video? McKenzie, nella Sociologia dei testi aveva allargato lo status di testo anche al materiale sonoro, fotografico e filmico…
Sì, per certe cose può anche essere interessante. Con i foto-romanzi ad esempio si riflette su cosa venga prima, la foto o il testo e si studia la loro interdipendenza. Però bisogna riuscire a mettere dei paletti e a contestualizzare. Sennò succede che ci ritrovamo anche gli sms all’interno della categoria dei testi… Rimane però un dato di fatto: il testo è finito. I supporti e i formati no. Ad esempio la Commedia di Dante possiamo leggerla nel formato in-folio, nell’in-quarto, nell’in-ottavo. Possiamo anche leggerla in digitale o proiettata sul muro. Uno stesso autore letto in formati diversi lo riscopro. Ma quanto ad allargare eccessivamente le maglie delle reti, lì bisogna stare un po’ attenti. Sennò si rischia di pigliare pesci strani.
Storie di formati e di tecnica dunque. Col tascabile, Manuzio uscì da una forte crisi di inizio ‘500…
La parola “crisi” non per nulla in greco significa “cambiamento”. Il mondo del libro è un mondo di imprenditori. E l’editore si è sempre trovato di fronte allo stesso tipo di problema: scegliere un testo, scegliere il formato e il supporto più idoneo, riuscirlo a vendere.
