Attualità

Pubblicato il 4 Ottobre 2013 | di Andrea G.G. Parasiliti

Sconvolgente attualità delle tombe del naufrago

Si sa che l’estate è spesso un momento di vacanza. L’etimologia ci riporta al participio presente latino “vacans, vacantis” del verbo “vacare”: è un modo di essere, non un fare. In sostanza essere vacuo, sgombro, libero, senza preoccupazioni. Ma a me sembra che, in un certo senso, si viva ormai in un contesto di “vacanza perpetua”, di indifferenza.

Quella condizione esistenziale per la quale “nulla esiste all’infuori di me”: l’eterna vacanza della coscienza. Per colui il quale esiste solo l’imperativo “devo divertirmi”, l’altro non può che essere una limitazione. A tal proposito mi tornano in mente come un tuono alcune parole del nostro Luciano Nicastro, filosofo che è decisamente un vanto per la nostra provincia. La prima volta che lo incontrai eravamo entrambi nella cappella dell’Università Cattolica a Milano. Lui pregava al fianco di Virgilio Melchiorre, il suo maestro. Un docente di Teoretica ormai emerito nel nostro ateneo a Milano. Nei nostri incontri, Luciano mi ha iniziato alla problematicità dell’altro, della persona, del fratello, e del fratello immigrato. La centralità dell’uomo e la responsabilità nei confronti dell’altro. E in effetti il rapporto con l’altro, diceva a lezione Franco Riva, un mio professore a Milano, si stringe solamente come responsabilità. Ma non furono loro i primi a dirlo: “Domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello” (Genesi, 9,5). E quindi di un evento voglio parlare. L’unico che mi ha colpito durante queste estati. Si tratta di una preghiera avvenuta nella chiesa madre di Scicli, il 12 agosto del 2011. Una preghiera e un fiore assieme: La preghiera per i naufraghi e un fiore posato sulla loro tomba, all’indomani, nel cimitero di Scicli, dove sono sepolti degli uomini, senza nome, restituiti dal mare a Sampieri nel novembre del 2005. L’organizzatore dell’evento è un giovane sciclitano, Dario Causarano, studente di Giurisprudenza alla statale di Milano.

Dario questa estate ha pensato di invitare dei suoi amici, ragazzi tutti appartenenti alla Comunità di Sant’Egidio. Si tratta di un gruppo molto attivo e sensibile nel volontariato milanese: aiutano i giovani stranieri nell’integrazione, insegnano loro la lingua, si prendono cura di loro. Giusto per dare l’idea, fra coloro che fanno volontariato presso i Rom, c’è anche Dario. Eravamo al bar Fidone di Playa Grande, quando mi raccontò che la mattina dello sgombro del campo Rom milanese, egli era lí che accompagnava a scuola i figli di quella povera gente. Ebbene stavolta era a Scicli con i suoi amici, con Elisabetta con Xiaomin e Matteo. Forse anche altri, ma io questi ho conosciuto e questi ricordo. E dunque alla fine della messa serale di don Concetto, hanno letto il Salmo 69, il Lamento “Salvami, o Dio: / l’acqua mi giunge alla gola.” E poi il racconto del naufragio di san Paolo, dagli Atti degli Apostoli 27. “La tempesta e il naufragio”. Paolo che fatto prigioniero, viene imbarcato in Oriente per essere portato a Roma, al cospetto del tribunale imperiale. “Colpisce come sia una storia che si ripete oggi con modalità simili a quella vissuta da Paolo – mi dicono i ragazzi: una piccola nave, come erano le imbarcazioni commerciali romane, tante persone a bordo (gli Atti parlano di 276 persone), un viaggio molto pericoloso”.

Sembra di leggere in maniera cruda i giornali di oggi, sembra la descrizione del ritrovamento del cadavere dei 25 immigrati il primo giorno di agosto. “Certe volte di queste persone non si sa nemmeno il nome, sono quei morti senza nome che a volte, pietosamente, il mare ci restituisce”. Ed è per questo che sono venuti i ragazzi di sant’Egidio, affinché, rendendo omaggio a quelle croci del cimitero di Scicli, alla tomba dell’ignoto, nessuna vita venga mai dimenticata. A me comunque rimane una speranza. Si tratta di una speranza ancora segreta e clandestina… della quale ancora oggi ho paura a parlare. Forse solo Luciano ne sa qualcosa: che arriveremo un giorno a un grado di umanità tale che dalla bocca di un immigrato potremo riconoscere le parole di Paolo, in Atti 28. “Una volta in salvo, venimmo a sapere che l’isola si chiamava Malta. Gli abitanti ci trattarono con rara umanità; ci accolsero tutti attorno a un fuoco”.

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Autore

Andrea G.G. Parasiliti

(Ragusa, 1988). Laureato in Filologia Moderna all'Università Cattolica di Milano è dottorando di ricerca all’Università degli Studi di Catania. Collaboratore del Centro di Ricerca Europeo Libro Editoria Biblioteca della Cattolica di Milano (CRELEB) è autore di "Dalla parte del lettore: Diceria dell'untore fra esegesi e ebook", Baglieri 2012; "La Totalità della Parola: origini e prospettive culturali del libro digitale", Baglieri 2014; Ha tradotto per il CRELEB le "Nuove Osservazioni sulle Attività Scrittorie del Vicino Oriente Antico" di Scott B. Noegel (Milano, 2014). Ha pubblicato un racconto dal titolo "Odisseo", all'interno della silloge su letteratura e disabilità "La mia storia ti appartiene" Edizioni progetto cultura (Roma 2014). Giornalista pubblicista, collabora con Torquemada (Milano), Emergenze (Perugia), Operaincerta (Modica), e con "Insieme" dal gennaio del 2010.



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