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Pubblicato il 28 Novembre 2013 | di Redazione

L’insegnamento è una vocazione, una relazione “amorosa”

Ma chi me lo fa fare di continuare a fare questo mestiere, in queste condizioni?
E’ una domanda che sempre più spesso ci facciamo. La tentazione di rispondere con la rassegnazione o con la rabbia è molto forte e, girando per le scuole, mi accorgo che riguarda anche noi che ci definiamo ” insegnanti cattolici”.

“I ragazzi e le ragazze hanno gli occhi cerchiati e tristi, il naso pieno di sonno, le spallecurve, le braccia penzolanti, lo sguardo perduto nel nulla, la bocca semiaperta, i capellistanchi. Sembrano posseduti dalla noia. Nessuno, o quasi nessuno tra quei ragazziperduti nella nebbia, ha voglia di andare a scuola.

Nessuno si vergogna di questo rifiuto.Discorrono in modo vuoto e spento, con parole senza vita, senza agilità e movimento”.Sono i ragazzi descritti da Paola Mastrocola nel libro “Togliamo il disturbo” che,apprezzato da tantissimi docenti, è subito diventato un best seller.Lo stesso concetto, con un’aggiunta di nichilismo, è espresso da Vasco Rossi in unafamosa canzonetta.Siamo solo noi/ che non abbiamo più rispetto per niente, neanche per la mente/ Siamo solo noi/ che non abbiamo più niente da dire, sappiamo solo vomitare/ Siamo solo noi/quelli che ormai non credono più a niente, e vi fregano sempre “Sono particolari che mi fanno venire le lacrime agli occhi, non tanto perché è sempre più presente nelle nostre classi quello che Nietzsche ha definito il più inquietante fra tutti gli ospiti, riferendosi al nichilismo, o perché è crescente (tra docenti e alunni) una sorta di disgusto della vita e l’assenza di una ipotesi positiva; no, ben peggio, perché, in alcuni momenti, alimentano la tentazione di pensare che sia vero ciò che pensano loro e che tutto il resto sia solo illusione.Quando ci lasciamo andare a simili considerazioni non siamo seri con noi stessi e stiamomale perché tutto questo è contro la natura dell’uomo. Noi siamo fatti per cose grandi, noidesideriamo l’infinito, non possiamo accontentarci di niente di meno. È questo desiderio che ci distingue dagli animali, che ci “definisce” pienamente e che ci consente di vivere con gioia, eppure tutto attorno a noi e ai nostri alunni sembra dire il contrario, che bisogna accontentarsi di risposte mediocri purché semplici e immediate.

L’insegnamento, per un docente cattolico, non è un semplice mestiere, un’occupazione,un modo per guadagnarsi lo stipendio: è molto di più. E’ una vocazione, una relazione”amorosa”. La relazione di chi è capace di guardare i suoi alunni e tutte le circostanze cheaccadono in classe con lo stesso “sguardo” di chi “è stato chiamato per nome”, comeMaria Maddalena che sentitasi chiamare rispose: “Rabbunì!” – che significa: “Maestro!”. E’lo stesso sguardo appassionato che ci consente di “godere” di una tensione positiva allavita, quella vita che è “per sempre” e che inquieta il cuore in ogni uomo, l’unico che cirende consapevoli di non essere lontano da nessun alunno anche quello che sembraessere il più disinteressato.Senza questa consapevolezza ogni mattina sarebbe una cosa da piangere. Senza questo”sguardo” si rischia di vedere nell’insegnamento un’attività logorante. Anche i tentativi didistrarci a scuola non risolvono il problema: il nostro lavoro rischia di rimanere una cosa dapiangere, se ciascuno di noi non incontra l’amore che rende la sua vita piena di significato,di intensità, di calore. Tutto il resto è solo una conseguenza.Soltanto se ci educhiamo a sentire, a vivere, a cogliere che cosa ci muove, possiamocercare di cogliere il “bello” che avviene nelle nostre classi, possiamo avere unatteggiamento positivo davanti a qualsiasi difficoltà. Lo stesso ottimismo che hatestimoniato Etty Hillesum, deportata nel campo di sterminio di Auschwitz, che in quellesituazioni difficilissime ha scritto nel suo diario: «Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cielisi stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senzafalso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo prendere sul serio il nostro latoserio, il resto verrà allora da sé. È l’unica soluzione possibile. Sono una persona felice elodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra. »Se è vero che l’insegnamento è “vocazione”, quale atteggiamo possiamo dunque avere entrando in classe? Ogni alunno, guardandoci ci chiede di essere aiutato a “camminare” verso ciò per cui vale la pena vivere. Non importa se è lì ad apprendere matematica, economia, diritto, italiano oreligione. La domanda è sempre quella e la risposta va cercata all’interno della propostacontenuta in ciascun insegnamento.E’ sufficiente, dunque, la sola preparazione, la buona dizione, la postura, il corretto utilizzodei vari canali di comunicazione, per educare pienamente?Molti corsi, che oggi vanno tanto di moda, nei quali si promettono soluzioni operative per diventare “bravi” insegnanti, si concentrano nella ricerca di strategie didattiche per rendere più efficace la trasmissione di contenuti.

Non è però spiegato qual’é il fine di quell’insegnamento. Il risultato è sotto gli occhi di tanti.Alunni poco interessati e sempre più insegnanti frustrati che non riescono a capire perché,oggi, non c’è più interesse per la scuola.Tutto questo non è educazione, potendo al massimo, in questi casi, parlare di tentativo ditrasmettere nozioni.L’emergenza educativa, che c’è ed è un problema ma anche una grande opportunità, noncredo che abbia a che fare con gli alunni ma con la scarsa presenza di autentici testimoniin grado di affermare, con il loro lavoro e la loro vita, che vale la pena vivere.Quale modello allora seguire?Mi piace rispondere a questa domanda con un immagine, più precisamente con un dipinto:Il ritorno del figliol prodigo, di Rembrandt, pittore olandese del Seicento. La scena raffigurala conclusione della vicenda, ovvero il perdono del padre nei confronti del figlio pentito della propria condotta.

Il giovane, vestito di stracci logori, è in ginocchio dinnanzi al padre,di cui ha sperperato le sostanze. L’anziano lo accoglie con un gesto amorevole e quasiprotettivo. Sulla destra, osserva la scena un personaggio identificato col figlio maggiore,mentre sullo sfondo si distinguono due figure non ben identificate. Il particolare forse piùimportante di questo quadro, sono le mani del Padre misericordioso; se le si osservanoattentamente è possibile notare che non sono uguali, ma sono una maschile ed unafemminile. Altro particolare notevole sono gli occhi provati del Padre, consumati nel guardare l’orizzonte in attesa del ritorno del figlio. L’educazione ha a che fare con la libertà, anche di sbagliare. Comincia con la scelta di”accogliere” l’altro riscoprendo il modello educativo del Padre della parabola che, invece digiudicare, si limita ad amare. Ha la capacità di aspettare e quando chi ha sbagliato locapisce e desidera “ritornare” può trovare un calda accoglienza. L’educazione, in questomodo, ha a che fare con la misericordia, cioè con il fatto di amare ancor prima di essereamati.Mentre spieghiamo, gli alunni ci guardano e ci giudicano. In quel preciso momento ci stanno chiedendo: “Dimmi perché devo credere in quello che mi stai dicendo?”. “Perché devo approfondire e studiare quell’argomento di economia, italiano omatematica?”. “Cosa ha a che fare ciò che mi stai raccontando con il mio vero bisogno che è quello di  felicità?”.”Cosa c’entra quell’argomento di economia, matematica o diritto con il mio desiderio di cose grandi?”. E per rispondere a queste domande, non esplicite perché ci vengono poste con dei semplici sguardi, non basta qualche citazione o qualche articolato discorso. I nostri alunni,o i nostri figli, infatti, ci leggono negli occhi, capiscono se noi, con la nostra vita, con ilnostro stare in classe, con i nostri atteggiamenti, abbiamo risposte valide per quelle grandidomande.Allora l’educazione si riduce semplicemente, o meglio pienamente, non in discorso ma intestimonianza.Di fronte a questa sfida l’unica risposta possibile è un lavoro su noi stessi. Altro che”cambiare” gli alunni, l’educazione è molto più complicata e molto più affascinante perchésignifica “cambiare” noi stessi.Cosa insegnare?Mi piace pensare al maestro del “sommo” poeta. Dante quando incontra il suo maestro, Brunetto Latini, ha parole di grande apprezzamento per l’insegnamento ricevuto. In queipochi versi, forse, c’è tutto il significato dell’insegnamento.”Or m’accora, la cara e buona imagine paterna di voi quando nel mondo ad ora adoram’insegnavate come l’uom s’etterna: e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo convienche ne la mia lingua si scerna”.Siamo dunque chiamati a insegnare, attraverso le nostre materie, come l’uomo “s’etterna”,ovvero come gli uomini aspirino e cerchino di conoscere e di conseguire qualcosa dieterno, al di là di sé e dentro se stessi.L’insegnante che vive la sua professione come “vocazione” è chi è giunto a possedere ilnesso che lega una cosa all’altra e tutte le cose fra di loro, insegnamento non può essere”trasmissione” di nozioni, perché neppure le nozioni derivate dallo studio di migliaia diuomini potrebbero dire una sola parola risolutiva all’interrogativo circa il rapporto che legal’uomo a tutte le cose, cioè circa il significato della sua esistenza.Vivere l’insegnamento con questa “originale” consapevolezza può rappresentare l’inizio diun cammino da fare assieme che non ci può lasciare indifferenti: ci spinge a prendereposizione, a giudicare. E’ l’unico approccio che ci richiama a ciò per cui vale la penavivere, ci spinge a essere irrequieti a “cercare” la totalità, a non accontentarci di nulla chesia meno di questa totalità. Ecco allora che l’insegnamento diventa “relazione piena”, “dono” per quell’istante in cui ho sentito il mio destino (di insegnante) identico al tuo (di alunno), in cui ci siamo incontrati, ci siamo riconosciuti anche senza dircelo, ci siamo voluti bene e abbiamo fatto un “pezzo di strada” assieme.

Franco Portelli

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"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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