Società

Pubblicato il 29 Settembre 2015 | di Antonio La Monica

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Qui la gente è sempre stata accogliente

Papa Francesco ha lanciato nei giorni scorsi un appello perché ogni parrocchia ospiti una famiglia di profughi. E come sempre il pontefice ha colpito il cuore del mondo con la sua immediatezza e capacità di coinvolgimento. Ma di sicuro non ha trovato impreparata la comunità religiosa ragusana. «La Diocesi di Ragusa – spiega il vescovo monsignor Paolo Urso – è da anni impegnata in prima linea nell’accoglienza ai migranti anche in maniera professionale. Nell’appello di papa Francesco, tuttavia, c’è da sottolineare il coinvolgimento alle parrocchie affinché i fedeli riscoprano la responsabilità in prima persona».

Durante l’Angelus, papa Bergoglio ha invitato “le comunità religiose, i monasteri, i santuari di tutta Europa e le diocesi, a partire da quella di Roma a dare ai migranti «una speranza concreta» e a non creare «tante isole inaccessibili e inospitali».

«La Chiesa ragusana – spiega il vescovo – ha già da anni coinvolto le parrocchie, non perché si assumessero in proprio la gestione dei flussi migratori, ma affinché sapessero manifestare un sostegno economico, morale, materiale agli stranieri che ne avessero avuto il bisogno. Abbiamo anche avuto la parrocchia dello Spirito Santo di Vittoria che ha curato in prima linea la conduzione di centri per immigrati. Credo che la Diocesi di Ragusa non abbia mai ignorato la questione».

È tuttora in cantiere un interessante progetto che sembra andare nella direzione indicata da Papa Francesco.
«Lavoriamo da tempo – conferma il vescovo Urso – ad una ipotesi per la quale anche le famiglie potessero accogliere un numero contenuto di stranieri. Un’idea da realizzare con intelligenza e prudenza e senza volere gravare sulle famiglie ragusane che non possono permettersi questa forma di aiuto. Importante è il richiamo affinché le persone sappiano interessarsi a questo fenomeno. Sono tante le problematiche che si incontrano nell’aiuto ai richiedenti asilo e bisogna avere un approccio vigile che sia adeguato per evitare il buonismo».
Il punto fondamentale resta la non sovrapposizione dei ruoli.

«Vorrei fosse chiaro un passaggio – avverte monsignor Paolo Urso – ovvero che gli organi competenti sappiano rispondere sempre in termini di giustizia alle reali necessità dei migranti. La Chiesa, le parrocchie agiscono sempre nello stile della gratuità e dell’amore cristiano. È importante che le istituzioni rispondano per un principio di giustizia e che non venga dato per carità ciò che tocca per diritto».

Ricordiamo che i rifugiati sono persone in fuga da conflitti armati o persecuzioni. La loro situazione, ricorda Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, è spesso così pericolosa e così intollerabile che attraversano i confini nazionali per cercare protezione nei paesi vicini. Così facendo diventano internazionalmente riconosciuti come “rifugiati” che hanno accesso all’assistenza da parte degli Stati, di Unhcr e di altre organizzazioni. Viene loro riconosciuto questo status proprio perché sarebbe troppo pericoloso tornare a casa e hanno bisogno di trovare protezione altrove. Si tratta di persone per le quali il rifiuto della richiesta di asilo ha conseguenze potenzialmente mortali. I rifugiati, dunque, sono definiti e protetti dal diritto internazionale.

«Negli anni finora trascorsi a Ragusa – aggiunge monsignor Urso – posso dire che la gente si è sempre dimostrata accogliente, nonostante certe mancate risposte da parte delle istituzioni e anche a fronte di linguaggi politici fuorvianti. I ragusani sono da sempre un popolo generoso ed aperto nei confronti degli stranieri. Non si sono mai registrati reali e gravi episodi di intolleranza».

In un contesto sociale non sempre facile per gli italiani, le parole del Papa sembrano aver spazzato via alcuni residui di strisciante razzismo presenti in vari strati della società.
«Della posizione di Papa Francesco – commenta il pastore della chiesa ragusana – apprezzo moltissimo la franchezza ed il coinvolgimento personale. Francesco parla con il cuore e senza effettuare valutazioni diplomatiche. Si interroga personalmente dinanzi a ciò che vede accadere nel mondo e cerca risposte consonanti al Vangelo».
Lungo questa strada, da anni, la chiesa di Ragusa è presente, vigile e testimone.

+ LE INIZIATIVE DELLA FONDAZIONE SAN GIOVANNI BATTISTA

Si leggono insieme Bibbia e Corano e la preghiera comune diventa gioia

fondazionbeTante nazioni, tanti colori, una preghiera unica. Il centro accoglienza di via Carducci a Ragusa ha ospitato un momento di preghiera ecumenica alla presenza dei volontari europei della Comunità di vita cristiana (Cvx) che in queste settimane stanno operando in tre centri della rete Sprar per richiedenti e titolari protezione internazionale gestiti dalla fondazione San Giovanni Battista. L’ampio cortile della struttura ha accolto, dunque, stranieri di fede diversa ma animati da un medesimo anelito di fratellanza. «Preghiamo Dio – spiega Tonino Solarino, presidente della fondazione – perché ci insegni a vivere insieme e perché possiamo imparare a vivere la relazione con l’altro come un dono e non come un problema. Ci rivolgiamo a Dio perché cristiani e musulmani possano riconoscersi quale dono reciproco. Vogliamo bene alla nostra religione, ai nostri antenati e alle nostre radici e per questo siamo grati a Dio. Ma la cosa più importante è capire che, prima di ogni cosa, siamo tutti esseri umani e figli di uno stesso Dio che chiamiamo in modo diverso. Pregare e mangiare in comunione sono due strade per imparare a vivere insieme». Un pensiero di gratitudine va ai volontari europei. «Per noi e per le persone che accogliamo – conferma Solarino – la loro presenza è una grande benedizione. Sono ragazzi, uomini e donne che hanno deciso di donare il loro tempo e parte della loro vita. Ci auguriamo che questa esperienza possa arricchirli». Letture dal Corano e dalla Bibbia, canzoni di ispirazione spirituale hanno risuonato nel corso di un pomeriggio in cui la preghiera si è fatta gioia e dove la speranza ha trovato un solido appiglio. L’evento, riservato agli ospiti dei centri Sprar, si pone come seguito naturale del Festival delle Relazioni che la fondazione San Giovanni Battista ha realizzato nella scorsa primavera, dedicato appunto al dialogo interreligioso. I 26 volontari europei che, finora si sono succeduti nei centri “Farsi prossimo”, “Famiglia amica” e “Vivere la vita”, provengono da Portogallo, Spagna, Belgio, Germania, Svizzera, Italia, Malta, Austria e Lussemburgo. «Continueremo ad essere presenti nei centri della fondazione – spiega Laura Scaglia, responsabile della Cvx – fino al prossimo gennaio. Siamo molto contenti delle esperienze fatte finora».

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Autore

Antonio La Monica

Giornalista professionista presso “La Sicilia”.



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