Emanuele Giudice

Pubblicato il 26 Novembre 2015 | di Redazione

Chi e perchè ha paura del telefono?

C’è qualcuno che ha paura del telefono e immagina che  dall’altra parte del filo qualche altro lo ascolti e spii sconvolgendo il suo mondo privato.

Ma l’aria netta, limpida, come dice il proverbio siciliano, che paura può avere dei tuoni?

Il problema è che non sempre la coscienza è pura quando si vive l’insonnia di nascondere agli altri le proprie magagne. Certo, ognuno ha diritto alla tutela della propria sfera privata dall’intrusione di estranei. C’è però un limite, posto nell’interesse generale, quello di garantire la sicurezza di tutti, scovando, anche attraverso le intercettazioni telefoniche, chi ha commesso o si accinge a commettere un reato.

Non sarebbero stati catturati Riina, Provenzano, Brusca, se i magistrati non si fossero serviti su larga scala e per lungi periodi, delle intercettazioni telefoniche. È in- sostenibile e falsamente rassicurante l’opinione di chi afferma che la nuova legge esclude dal divieto di intercettare, i reati di mafia e terrorismo, perché alla scoperta di tali reati si arriva quasi sempre attraverso indagini su altre tipologie criminose. Un reato di estorsione, ad esempio, può portare alla individuazione di altri crimini di contenuto mafioso.

La nuova legge in discussione, nel suo testo presentato dal Governo prevede che la durata delle intercettazioni non debba superare i 75 giorni anche per i cosiddetti “reati satelliti” della mafia, come appunto  l’estorsione, la corruzione e simili. E se un magistrato reperisce la prova del reato alla vigilia della scadenza dei 75 giorni, che fa? Assiste impotente al volatilizzarsi del suo lavoro e all’esultanza dei criminali?

Alla stampa viene fatto divieto, con disposizione chiaramente incostituzionale, di pubblicare le trascrizioni delle telefonate fino al processo. Significa che non avremmo mai saputo, ad esempio, i misfatti della cricca che dopo il terremoto dell’Aquila, se la rideva in vista della compravendita di appalti.

Per installare una microspia, non basterà più il “sospetto” che in qual luogo si sta commettendo un reato, occorrerà che ci sia la certezza. Nessuno sa come sia possibile avere tale certezza prima di indagare.
Il pubblico ministero non potrà rilasciare dichiarazioni, e se lo fa e viene denunciato, deve lasciare il fascicolo ad altro magistrato. Quindi, se un criminale vuole liberarsi di un pm che non gli va a genio, basterà che qualche suo amico connivente sporga denuncia contro di lui per qualsiasi reato, anche insussistente.

Per fortuna pare che sia caduta la norma blasfema in base alla quale il magistrato che finora promuoveva l’azione penale davanti ad “evidenti indizi di reato”, con la nuova legge avrebbe potuto agire solo davanti ad “evi- denti indizi di colpevolezza”. Come potrebbe un magistrato, davanti a una notizia di reato, avere “indizi di colpevolezza”, se non ha ancora iniziato ad indagare?

La stessa fine pare abbia fatto la norma che prevedeva forti multe a carico degli editori, per gli articoli pubblicati sui loro giornali. Una inaudita interferenza sulla libertà di stampa che avrebbe sovvertito il principio della responsabilità di direttori dei giornali e giornalisti, scaricandola sui loro editori.

Le amenità criminogene di una tal legge, le ho indicate a campione, essendo molto più numerose di quelle da me riferite. Di fronte a tale mostro sono insorte l’Associazione nazionale magistrati, gli editori dei più diffusi quotidiani, l’Associazione della stampa e l’opinione pubblica, tanto da costringere il governo e il suo ineffabile ministro della giustizia, a mettere la marcia indietro più volte, modificando e rimaneggiando il provvedimento.

È una legge che non è dettata, come asseriscono i suoi proponenti, da esigenze di difesa della privacy dei cittadini, ma da quella di costruire una campana protettiva attorno a politici che li renda immuni dal rischio che vengano scoperti i loro vizi privati che assorbono le loro poche virtù pubbliche.

La privacy non c’entra per niente. Perché se uno ha scelto di svolgere una funzione pubblica, deve anche accettare di vivere in una casa di vetro, dove ogni gesto può e deve essere conosciuto da chi lo ha votato e potrebbe tornare a votarlo


Autore

Redazione

"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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