Emanuele Giudice

Pubblicato il 26 Novembre 2015 | di Redazione

Dopo Rosarno resta la vergogna del razzismo latente

La violenza è sempre esecrabile, ma assume un altro volto quando avviene in un contesto sociale che la provoca o incentiva.

Da Rosarno è passata la vergogna. Più o meno consapevole, magari corredata da qualche esile motivazione, ma vergogna, perché gli argini della pietà, della condivisione e della compassione, sono caduti rovinosamente sotto i nostri occhi davanti alla scena dell’esodo di centinaia di lavoratori neri che venivano trasportati altrove a seguito di tre giorni di guerriglia urbana tra loro e i rosarnesi.

Pensavamo che l’inclinazione xenofoba, il razzismo latente, fossero prerogativa leghista, prodotto della sua rozza tensione persecutoria verso lo straniero e il diverso vissuti come oggetti da usare e sfruttare, (nelle famiglie, nelle industrie, nell’agricoltura), per poi emarginarli dal contesto sociale come elementi spuri e contaminanti. Sappiamo ora che l’infezione razzista si diffonde anche tra noi del sud; per questo Rosarno è il brusco risveglio da un torpore che ti caccia in un incubo.

Non basta invocare come attenuante o esimente qualche provocazione e qualche violenza attribuita al popolo degli extra. La violenza è sempre esecrabile, da qualunque parte provenga, ma assume un volto diverso quando avviene in un contesto sociale che la provoca o incentiva.

Nessuno sembra guardare dentro la gabbia dove l’uomo langue e agonizza in mano a pochi spietati sfruttatori. Voi di Rosarno, e anche noi, dobbiamo provare a sostare nella gabbia della sua disperazione, in quella condizione frustrante di sfruttamento disumano in cui egli vive, nella solitudine che lo agguanta e attanaglia. Poi, se ci resta ancora il coraggio, parleremo. Non prima. Perché puntare l’indice contro il povero, in questo Paese, sta diventando un esercizio di indecenza intollerabile, oltre che una rimozione inquietante di valori cristiani e civili fondanti.

Questa gente che viveva (com’è triste usare il passato) a Rosarno, per raccogliere arance a 25 euro al giorno, meno cinque da dare al caporale per impinguarne le tasche ingorde, era segnata da un dolore silente e drammatico che scaturiva da una condizione sub-umana di vita, dal freddo del tugurio cadente in cui dormiva la notte, senza riscaldamento e senza cesso, dalla famiglia lontana, dalla solitudine che brucia loro il cuore.

Qui può covare come una cimice il rancore, la disperazione, l’urgenza di dire a tutti che sei un uomo. Anche tu. Come gli altri. Come noi.

Non serve dire che hai il permesso di soggiorno, come l’80 per cento di quelli di Rosarno, perché è addirittura utile, per chi ti vuol sfruttare, che tu sia clandestino e anomalo, perché a questo può portare la legge infame che il Paese si è data. Ti si può braccare come un cane, perché sei uno strumento che serve a chi ti sfrutta per pretendere da te orari di lavoro stressanti, salari da fame, senza tutela sanitaria e previdenziale. Cose previste per gli altri, non per te.

Non ha sindacato lo straniero, né alleati a cui affidare una qualche marginale difesa del proprio lavoro.

E allora come si fa a menar scandalo quando vedi che il popolo dei silenti oltrepassare talvolta i limiti per trovare il coraggio di parlare, anche in terra di mafia, con un coraggio che a noi è venuto meno. Parla un popolo che porta in giro la propria nigrizia assieme alla povertà in una società che lo respinge, che si serve di lui, stabilendo, senza contratto e senza tutele, il salario da dargli, il pane gramo da mettergli nelle mani, il catojo in cui passare la notte.

Mi ha fatto tenerezza sentire la gente di Rosarno scendere in piazza e cercare il giornalista per gridare al mondo che loro no, non sono, né sono mai stati, razzisti. Questi fratelli sentono bruciargli addosso una ferita, vivono l’appellativo come una dismisura emotiva, un insulto immeritato, gratuito e insolente, confezionato dai mass media. Ma cos’è il razzismo? Il cappuccio del Ku kluks klan? Gli orrori di Auschwitz? Certo, ma questi sono gli esiti. Le antifone furono altre: l’emarginazione del diverso, l’esclusione dell’altro, la rimozione di una cultura. Il rischio ora è quello di un tarlo che corrode la mente e può consegnarci al buio dove l’umano muore.

Come voi siamo cristiani, spesso dimentichi, che la conclusione di questa nostra umana avventura, troverà conclusione proprio in un giudizio sull’accoglienza, su quell’«ero forestiero e mi avete accolto…» narrato nel Vangelo di Matteo. Per noi l’altro, il fratello, è la misura della nostra fede, lo spazio in cui s’invera, si fa autentica, forte, singolare. Per questo non riusciamo a trovare giustificazioni ragionevoli a quanto accaduto perché certi comportamenti possono portare a una metastasi che corrode i fondamenti stessi dell’annuncio cristiano, assieme alla civiltà che l’uomo ha costruito nei millenni.


Autore

Redazione

"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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