Emanuele Giudice

Pubblicato il 26 Novembre 2015 | di Redazione

Emmaus parabola della vita

Il tempo liturgico post-pasquale annovera tra le sue riflessioni quella contenuta in uno dei brani più suggestivi, profondi e inquietanti del Vangelo di Luca, quello dei discepoli di Emmaus (Lc. 24, 13-35).
Nel racconto dell’evangelista tutto si esprime in una simbologia ricca di sensi e di implicazioni mistiche.
Il viandante e il cammino, la sera con le sue ombre, la desolazione del fallimento, il mistero dell’ignoto forestiero che si affianca ai due, l’incomunicabilità di cui si intesse il dialogo, il senso del pane spezzato, la rivelazione finale del Risorto all’atto dello spezzare il pane.

C’è intanto la parafrasi del viandante, il cammino come condizione intrinseca all’umano, l’essere in due che rimuove la solitudine e nega il soliloquio e apre al dialogo; in ogni percorso c’è una partenza e un arrivo, un inizio e un approdo. Uno scambio. Qui l’inizio si gremisce di sentimenti che erompono dal dialogo tra i due: la delusione di un fallimento, la caduta rovinosa della speranza, la frustrazione e il senso del precipizio nel nulla. Il vuoto che ti aggredisce. Sono partiti da Gerusalemme i due, reduci dal precipizio della croce, e vanno nel villaggio sperduto di Emmaus. Il loro parlare è una cronaca affranta degli avvenimenti, il veicolo della loro delusione amara, altra rispetto a quanto si aspettavano dall’uomo finito sulla croce.

A un tratto, si unisce a loro un altro viandante, di cui l’evangelista narrante ci rivela il nome, Gesù, ma avvertendoci che «i loro occhi erano impediti dal riconoscerlo». È un uomo strano quello che a loro si affianca, sembra fuori dalla realtà, estraneo al tempo, al punto che osa chiedere di cosa stanno parlando. Come si fa a non sapere l’enormità di quanto è accaduto qualche ora fa, e di cui tutti parlano? Si può forse parlare d’altro in quel contesto? «Sei dunque così straniero a Gerusalemme da non sapere quanto vi è accaduto…?». La condizione di estraneo, di straniero, è una costante che accompagna l’uomo di Nazareth nel corso della sua vita. Giovanni, nel prologo del suo Vangelo dirà «…Venne tra i suoi e i suoi non l’accolsero…», altri diranno «…Ma non è il figlio del falegname, forse che non cono- sciamo sua madre, suo padre e i suoi fratelli?…». Oppure: «Da Nazareth può forse venire qualcosa di buono?».

Il viandante sconosciuto adombra una parabola della vita, quella che ci fa estranei agli altri, incapaci di riconoscere chi sta a mezzo metro da noi ed è impegnato nello stesso viaggio e con noi condivide tutti gli affanni della vita. Anche quando la sembianza del viandante è quella di Dio.
Ora uno dei due si avventura in una narrazione dettagliata degli avvenimenti che riguardano Gesù, la vita, la sua identità di profeta, il fallimento ignominioso della croce, per riferire infine sui “si dice” sul tema della sua resurrezione.

Ora lo straniero, lo sconosciuto, parla sconvolgendo le loro convinzioni, sciogliendo i loro dubbi. Li rimprovera citando i profeti che loro ignorano, da Mosè a tutti gli altri, che avevano puntualmente previsto quanto sarebbe avvenuto: «…che era necessario che il Cristo patisse tutto questo per entrare così nella gloria…».
Immagino un silenzio stupito dei due dinanzi a questa perorazione. Finché non avviene un fatto inatteso, strano, che l’evangelista definisce come una finzione, un modo per suscitare una qualche reazione. «Egli fece finta di andare più avanti…».

I due si sentono defraudati di qualcosa, ed è uno sgomento inspiegabile che ora li assale. Esclamano: «Rimani con noi perché si fa sera e il giorno sta per finire».
La sera è il momento delle ombre, della realtà che sfuma nei suoi colori con l’eclissarsi della luce, la solitudine che avanza e invade la vita col suo nulla. È un turbamento ingovernabile a invadere i due. Emerge in loro l’uomo con tutte le sue impellenze di dialogo, di condivisione, di compagnia.

L’epilogo è ancora più struggente nella sua trama. Si arriva, e lo sconosciuto cena con loro. E qui avviene la rivelazione più sconcertante. Il viandante spezza il pane e lo porge ai suoi compagni. «E i loro occhi si aprirono e lo riconobbero». Esclamano: «Non ci sentivamo forse il cuore ardere dentro di noi mentre ci parlava lungo la via?…».
Spezzare il pane è il gesto che prelude alla distribuzione, al rendere gli altri partecipi nella comunione, perché rivela Dio nel dono, in un metabolismo radicale in cui l’umano e il divino si realizzano e si fondono. Una compenetrazione che apre alla conoscenza di Dio inverandolo nell’altro in una cointeressenza che è sacramentale, ma contiene in sé anche tutte le implicazioni d’amore del dare, dell’offrirsi gratuitamente per associare gli altri allo stesso gesto di condivisione.


Autore

Redazione

"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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