Emanuele Giudice

Pubblicato il 26 Novembre 2015 | di Redazione

Giovane, professione precario

Il tema del lavoro, nell’attuale temperie politica, è uno di quelli a più grave impatto sociale, soprattutto perché angustia, mortifica ed emargina la parte più giovane del Paese, la cui tutela si lega al futuro della società italiana. Ogni giovane disoccupato è uno spreco, una dispersione di talenti di cui la comunità dovrebbe potersi avvalere in futuro.

Ma che ci sta a fare nella nostra Costituzione quell’articolo 1 che la apre proclamando che «l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro», se poi, nelle concrete scelte politiche, tale diritto è il più trascurato?
C’è in atto un tentativo surrettizio di piegare il testo costituzionale a interpretazioni di segno para-sovietico, cedendo alle mode correnti tese a demonizzare quanto non aggrada al potere vigente, marchiandolo col timbro d’infamia del comunismo. Ma ciò appartiene alle logiche di un’ infanzia culturale propria delle propagande populiste più insulse, non alla autenticità dei significati e dei valori.

Si dà il caso allora che un eminente politologo come il professor Panebianco, nei suoi articoli sul Corriere, ritenga il riferimento al lavoro una sorta di anticaglia ideologica di conio marxista, per cui sarebbe preferibile indicare i fondamenti della Repubblica in altri valori, come quello della libertà. Ma tale riferimento non è già contenuto nell’aggettivo “democratica”?

Ma Panebianco ha anche altri seguaci di rilievo, come il ministro Brunetta, il quale, nel Venerdì di Repubblica del 12-3-2010, scende in garbata polemica col professor Zagrebelsky, proponendo di cambiare il riferimento al lavoro di cui all’articolo 1, con quello al «merito o alla competizione». Fu Togliatti a proporre la formula «Repubblica dei lavoratori», questa sì, e lo nota anche Brunetta, di chiaro segno classista e comunista.

Zagrebelsky fa notare che la formula attuale «viene da un altro versante politico-culturale, quello cattolico sociale». Fu Fanfani, infatti, anche a nome di altri cattolici democratici, tra cui Moro, Tosato, Grassi, La Pira, Dossetti, Lazzati, a proporre e far adottare la formula di «Repubblica democratica fondata sul lavoro», spiegandone così le ragioni: «con tale formula si esclude che la Repubblica possa fondarsi sul privilegio (…), sulla fatica altrui, e si afferma invece che essa si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo, di trovare nel suo sforzo libero la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale». (Fanfani, seduta del 22 marzo 1947).

La realtà è che qui si gioca coi futuribili, secondo il vezzo di un populismo teso deliberatamente ad aggredire la Costituzione anche nei suoi principi fondanti, abusivamente siglando come “comunisti” valori che appartengono invece alla cultura cristiana.

Strano che a far ciò sia un ex socialista come Brunetta, reduce da antiche consonanze col partito comunista, con il quale i padri socialisti di Brunetta erano alleati di ferro. Spesso le tentazioni iconoclastiche finiscono per inscriversi in quei progetti devastanti che animano l’intera classe politica che governa il Paese.
Il presente poi, ci offre altre ragioni per confermare il valore di radice cristiana, del lavoro. Siamo di fronte a indicazioni statistiche inquietanti: nell’anno 2009 sono stati perduti, secondo i dati più recenti, ben 380 mila posti di lavoro, che si aggiungono a quelli scomparsi, sempre a causa della crisi, negli ultimi due anni. È un danno di proporzioni enormi, che viene volutamente occultato da una classe politica, adusa a parlare di fuoruscita dalla crisi mentre la crisi imperversa.

È intollerabile ciò che sta sotto i nostri occhi: giovani costretti a stare in famiglia, a carico di genitori, nonni o fratelli, fino all’età di trenta, trentacinque anni e oltre. C’è una totale latitanza sui problemi della famiglia la cui tutela deve cominciare proprio dai temi dell’occupazione. Stiamo creando una società di frustrati, di marginali anomali, di asociali, ai quali viene nei fatti negato il diritto di formarsi una famiglia, di avere una casa perché le banche non concedono mutui a chi, da precario, non può offrire garanzie per onorare il debito.

Si nega il futuro alle nuove generazioni lasciando che si estenda a dismisura un precariato dolente che crea sfiducia, disaffezione sociale, rimozione e rifiuto della politica, mentre si estende un’indifferenza, un’assuefazione, che rende incapaci di accorgersi del pessimismo che pervade le nuove generazioni impedendo loro di realizzarsi nella vita e cacciandole in una rassegnazione, in una abulia e in un senso di esclusione avvilenti. La legge Biagi avrà creato qualche migliaio di posti di lavoro, ma pagandoli con una estensione intollerabile della precarietà del lavoro che produce una società di frustrati e di esclusi.


Autore

Redazione

"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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