Emanuele Giudice

Pubblicato il 26 Novembre 2015 | di Redazione

Quel Crocifisso sulla parete…

«I passanti lo insultavano… dicendo: Tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, salva te stesso, se sei figlio di Dio, e scendi dalla croce. Allo stesso modo i grandi sacerdoti…assieme con gli scribi e gli anziani dicevano: ha salvato altri e non può salvare se stesso… scenda dalla croce e crederemo in lui». (Mt. 27, 39-42). Perché l’uomo crocifisso non scese dalla croce? Sarebbe stato uno straordinario, spettacolare evento: i suoi nemici inebetiti, sgomenti, in fuga, gli amici euforici in preda all’emozione. Invece no. Nessun miracolo, perché la fede è libertà, non può scaturire dal miracolo e dalle emozioni che suscita, ma dall’adesione spontanea, libera, della mente e del cuore.

Quell’uomo sulla croce quindi riepiloga tutti i linguaggi dell’umano, li ricomprende nella libertà, vi include tutto il dolore e le speranze umane, le ingiustizie, il rifiuto della violenza, la fratellanza, la pace. E c’è, a traboccare dall’immagine del morente, l’uguale dignità tra tutti gli uomini divenuti fratelli, ricchi e poveri, bianchi e neri, sapienti e ignoranti, credenti e non credenti. E c’è l’innocenza tradita dal potere, e la passione per l’uomo, e la gratuità dell’amore in tutte le sue possibili declinazioni. L’amore che prescinde da tutte le appartenenze religiose e le oltrepassa per dire a tutti le cose essenziali, fondanti della vita, valori che non si possono rinserrare solo nei forzieri della fede, perché da quei forzieri sono già usciti da duemila anni per farsi proposta e dono per chiunque si fregia del nome umano, non solo di quello cristiano. Proposta e dono che si possono ovviamente rifiutare, ma che tali rimangono per chiunque cerca approdi al malessere che invade la vita, la svuota e la distrugge.
Non denudate dunque quelle pareti di scuole e uffici pubblici in cui campeggia la figura dell’Uomo con tutti i suoi dolori, le pulsioni, i desideri, i sogni e i bisogni. Quella immagine dolente nella estrema solitudine dell’abbandono e della morte è un’immagine dell’uomo che non va rimossa. Resterebbe una parete vuota a esprimere la desolante solitudine che ci accerchia. Lasciate da parte, per un po’, quello che in tale immagine vedono i credenti, la notizia del Dio che si fa uomo e si incarna nel Figlio, la promessa di salvezza nella dimensione felice collocata nel dopo ultraterreno, il sacrificio espiante per la remissione dei peccati: cose che appartengono al patrimonio di noi credenti e alle quali ognuno, quando e se vuole, può accedere. Ma c’è altro in quel messaggio, ed appartiene all’umanità. È di tutti.
Non mi sento di accogliere, pur apprezzando e condividendo il resto, una asserzione di Natalia Ginzburg in un famoso, lucido e ormai lontano articolo del 1988: «…Il crocifisso non insegna nulla. Tace. (…) Il crocifisso non genera alcuna discriminazione. Tace». Io mi permetto di osservare che l’Uomo sulla croce non tace, grida con la voce fievole e strozzata del morente, e insegna qualcosa a tutti. Grida quello che nello stesso articolo la Ginzburg dice che egli ha sparso per il mondo: «l’idea dell’uguaglianza tra gli uomini, fino ad allora assente». Questo ed altro, già segnalato sopra, viene gridato dall’uomo della croce, facendo di quel legno il simbolo di tutte le urgenze e le croci dell’umano.
A me sembra che il mondo laico, su questo argomento, abbia perso una misura, una sensibilità capaci di portarlo oltre la usuale accentuazione dei temi che gli sono cari, rischiando di far scivolare la laicità nello spazio ideologico, cioè in quello di assetti mentali consolidati che reclamano obbedienza a canoni prestabiliti.
Stefano Rodotà, scrive (Repubblica – 4/11/09): «La garanzia del diritto, fosse pure quello di uno solo, è sempre un essenziale punto di riferimento per misurare… la tenuta di uno stato costituzionale». Tutela delle minoranze quindi, come valore irrinunciabile di uno Stato di diritto. Una tutela che la sentenza della Corte europea di Strasburgo verrebbe a garantire. Tutto sta nel vedere se l’esposizione di un’immagine possa ledere, od offendere un diritto e come.
Io non ricorro al principio di maggioranza per trovare una legittimazione al fatto di esporre in luoghi pubblici un’immagine di valenza religiosa. Perché tale valenza è anche civile ed è, nella condivisione, universale. Dov’è allora la  lesione di un diritto? Se ci fosse, dovremmo togliere le croci dai cimiteri, anch’essi luoghi pubblici, dalle bandiere, dagli stemmi dei comuni, dalle ambulanze e dal collo di tanti che se ne fregiano. La croce è un simbolo tanto diffuso da non farsi più avvertire solo come segno religioso.
Resta il tema di culture, tradizioni, specifiche sensibilità, che sono il patrimonio identitario di una comunità. Non vi è dubbio che l’esposizione di un simbolo religioso in luogo pubblico è incluso all’interno di una tale identità. Si tratta di scoprire se nella difesa di tale identità rientri una proposta di valori universalmente accettabili e accettati in quanto storicamente e filosoficamente condivisi da ogni civiltà che voglia dirsi umana. Per me sì.


Autore

Redazione

"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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