Approfondimenti

Pubblicato il 1 Gennaio 2016 | di Luca Farruggio

Scienza, Teologia e Filosofia nel caso Galilei

A distanza di secoli dalla condanna del Santo Uffizio, che condannò Galileo Galilei per eresia, San Giovanni Paolo II, chiese giustizia volendo restituire dignità a questo grande scienziato, filosofo e letterato italiano.

In questo articolo vogliamo parlare di questa grande figura, anche per accennare a un dibattitto di grande importanza: il dialogo tra scienza, teologia e filosofia!

Che l’universo debba essere rappresentato, non è solamente un’esigenza della filosofia moderna, né tanto meno della scienza contemporanea.
Il cosmo è sempre stato oggetto di studio dei filosofi e degli scienziati (sempre se questa distinzione è lecita).

Basti pensare alle indagini mitico-religiose dei babilonesi, o alle cosiddette speculazioni a priori sul cosmo di Pitagora (kosmos-armonia del Tutto), di Platone (mondo sensibile-aisthetos / mondo intelligibile–noetos), di Aristotele (macrocosmo-megas kosmos / micrososmo- mikros kosmos) degli atomisti e degli stoici; oppure al percorso scientifico compiuto dagli studi di Tolomeo e dalle indagini svolte dalla tradizione naturalistica rinascimentale, collegata alle scienze occulte, fino alle scoperte di Copernico.

Pare quindi, che ciò che si manifesta nel mondo (i fenomeni), ci spinge inevitabilmente a ricercarne le “leggi” (“cause” per quella che definiamo filosofia antica), quindi ad avere una immagine esatta e una mappa corretta del cosmo, o meglio ancora una rappresentazione dei fenomeni che si manifestano di volta in volta in natura.

Però, ciò che differenzia in sommo grado l’antica scienza dalla scienza moderna, è fondamentalmente un atteggiamento: il methodos (via, investigazione, percorso) con il quale lo scienziato si prepara allo studio dei fenomeni del cosmo.

Infatti tra il 1500 e il 1600, un nuovo metodo apre le porte alla scienza moderna: il cosmo non deve essere indagato solo attraverso speculazioni logiche-metafisiche, ma deve essere indagato sulla base di ciò che a noi si manifesta, con l’ausilio delle scienze e della tecnica.

Ma come e perché avviene tale cambiamento? Perché cambiare improvvisamente il metodo? La soluzione non è per niente facile, e le risposte potrebbero essere svariate:

1) Dipende solamente da una serie di condizioni storiche.

2) Lo sviluppo della tecnica richiede un atteggiamento scientifico diverso.

3) Da uno o da più individui, dopo aver osservato alcuni fenomeni, viene elaborata una teoria che poi col tempo può adattarsi in un contesto culturale.

4) Per ragioni logiche il cambiamento era necessario.

Fayerabend, noto filosofo della scienza, rifiuta sia la descrizione neopositivistica, sia quella kuhniana della metodologia scientifica. Egli nega la possibilità di imporre alla scienza un qualsiasi saldo principio metodologico.

Per questo, conclude che c’è un solo principio che possa esser difeso in tutte le circostanze e in tutte le fasi dello sviluppo umano. E’ il principio: <<qualsiasi cosa può andar bene>> (noto come anarchismo metodologico).

Quindi, seguendo Fayerabend, tra queste risposte, la terza sembra essere la più coerente, in particolar modo per il caso che stiamo trattando. Infatti, le scoperte di Galileo, vennero da un lato scartate a causa dei pregiudizi della cultura tradizionale, dall’altro vennero accettate in quanto le scoperte si basavano su criteri più o meno oggettivi.

Da quando questo metodo sarà riconosciuto come valido, per gli studiosi, resterà sottinteso che la natura è un ordine oggettivo dove i fatti sono regolati da leggi; quindi, per dirla con Cartesio (“Discorso sul metodo”), il sapere vero è quello che <<concepiamo in maniera chiarissima e distintissima>> con l’ausilio della matematica, e deve essere massimamente comunicabile e insegnabile.

Cioè, la comunicazione scientifica deve differenziarsi dalla narrazione non limpida delle <<favole>>.
Infatti, secondo Keplero, le speculazioni a priori sul cosmo, devono concordare con l’esperienza manifesta. Solo con questo metodo è possibile indagare l’universo.

Per Tycho Brahe, celeberrimo filosofo-scienziato del ‘500, lo scienziato deve cogliere la struttura simmetrica donata al cosmo da Dio, e non con speculazioni o con cosmologie metafisiche, ma tramite l’osservazione e lo studio dei fenomeni.

Nel caso di Galileo, possiamo distinguere almeno due fasi del suo metodo (che non ha una teoria organica, e si sviluppa molte volte dopo l’osservazione casuale di alcuni fenomeni): il momento <<risolutivo>> che consiste nell’osservazione dei fenomeni e nella misurazione matematica dei dati, e il momento <<compositivo>> che risiede nella verifica e nell’esperimento del fenomeno fino alla formulazione della legge.

Non a caso Einstein, nel suo “Come io vedo il mondo” nel paragrafo intitolato <<la questione del metodo>>, scrive:

ma perché il pensiero logico fosse maturo per una scienza che abbraccia la realtà, occorreva una seconda conoscenza che fino a Kepler e Galileo non era bene comune dei filosofi. Il pensiero logico, da solo, non ci può fornire conoscenze sul mondo dell’esperienza e termina in essa. Le proposizioni puramente logiche sono vuote davanti alla realtà. E’ grazie a questa conoscenza e soprattutto per averla fatta penetrare a colpi di martello nel mondo della scienza, che Galileo è diventato il padre della fisica moderna e soprattutto delle scienze naturali moderne.

Il pensiero di Einstein, ci riconduce inesorabilmente alla celeberrima frase di Kant:<<senza intuizione i concetti dell’intelletto sono vuoti; senza concetti le intuizioni sono cieche>>.

Quindi, anche Galileo è convinto dell’importanza primaria che occupa l’esperienza nelle indagini scientifiche, tuttavia l’esperienza non basta, perché i sensi molte volte ci ingannano. E per di più, l’inganno la maggior parte delle volte è consensuale. Per Galileo (Saggiatore), colori, odori, sapori e altre qualità secondarie non risiedono negli oggetti, perché sono qualità situate negli organi di senso dell’osservatore. Le qualità che non possiamo scindere dagli oggetti, sono le qualità primarie: forma geometrica, numero e spazio occupato.

Per questo Galileo parla di <<sensate esperienze o manifeste esperienze>> e di <<necessarie dimostrazioni o chiare dimostrazioni>>. Con queste espressioni Galileo intende dire che lo scienziato “intuendo” (esperienza manifesta) e “ragionando” (logica e matematica), può pervenire a delle ipotesi mediante cui deduce e verifica il comportamento probabile dei “fatti”. Ed è proprio nell’armonia dei due momenti (induttivo e deduttivo) che il metodo sperimentale di Galileo presenta le sue novità.

Insomma il compito dello scienziato è di salvare i fenomeni, e non di cogliere la verità assoluta con speculazioni meramente logiche. La scienza si configura quindi come un sapere ipotetico- deduttivo sempre in via di “sperimentazione”. Su questo punto, è molto importante una frase di Galileo nel “Sidereus nuncius”:

Altre cose forse più importanti saranno col tempo o da me o da altri scoperte con l’aiuto di un simile strumento [il cannocchiale].

Non per questo la scienza rinuncia alla verità, ma vede in questo metodo l’unico modo per procedere nella conoscenza del mondo e delle sue “cose”. Si apre dunque, un’era nel segno della “logica della scoperta”, dove ogni progetto deve passare sotto il vaglio del metodo sperimentale e della tecnica. Grazie a questa rivoluzione metodologica, la scienza proclama finalmente – anche se con molte difficoltà- la propria autonomia da ogni intromissione esterna (politica, religiosa e filosofica).

Ma fino a dove si può spingere la conoscenza dell’uomo? Cosa possiamo conoscere del cosmo creato da Dio?
Galileo cerca di rispondere a questo interrogativo epistemologico e teologico, dicendo che esiste un conoscere intensive, che è la conoscenza graduale dell’uomo-matematico, e un conoscere extensive, che è il sommo sapere immediato di Dio.

Tuttavia, lo scienziato quando afferra una verità geometrica, si fa simile a Dio (l’uomo è creato a Sua immagine e somiglianza); quindi l’abisso che separa Dio e l’uomo è di tipo quantitativo. Ed è per questo che Galileo invita i filosofi a rivolgere la loro curiosità verso il libro <<infinito della natura>> (una natura che non si diletta di poesia), invece di rinchiuderla nelle biblioteche a ricercare “cause” ed “essenze” nei <<mondi di carta>> dei filosofi.

Però la grande originalità di Galileo, non risiede tanto in questo metodo – che già veniva insegnato, e che Galileo stesso apprese dal maestro Buonamici, scrittore del De motu – ma si estrinseca nelle scoperte scientifiche e filosofiche alle quali egli giunse grazie a questo metodo.
In particolare, le scoperte del Sidereus nuncius sono molto importanti, in quanto capovolgono e frantumano alcune credenze radicate nella scienza aristotelica.

E che Aristotele fosse una istituzione lo possiamo constatare dalle parole di Drake nel suo libro, “Galileo”:

Dante chiamò Aristotele <<’l maestro di color che sanno>>: tale infatti era considerato dai dotti, dal tempo di Tommaso d’Aquino a quello di Galileo. Per chi voleva sapere, la via da seguire era di leggere con attenzione i testi di Aristotele, di studiarne i commenti per comprendere che cosa volesse dire nei passi difficili, e di esaminare i problemi posti dai suoi testi. Su tali procedimenti era stata modellata l’istruzione universitaria, fin dai suoi inizi, nel tredicesimo secolo.

Ma le scoperte del Sidereus nuncius, non sarebbero state possibili senza la costruzione del cannocchiale. Galileo dopo aver saputo dell’esistenza di questo meraviglioso aggeggio, ne costruì sempre di migliori, prima per venderli ai sovrani che ne avrebbero fatto usi militari, poi per scrutare il cielo. Così, dopo aver ficcato il naso tra le cose celesti, agli inizi del 1610 fece pubblicare il Sidereus.

Finalmente la vista veniva migliorata e il cannocchiale diveniva un “nuovo occhio” per scrutare il cielo e la sua natura. In più, il metodo galileiano non veniva affatto contraddetto, perché si aveva la sintesi tra sensate esperienze e necessarie dimostrazioni: il lavoro dei sensi (in particolare della vista) veniva poi rielaborato dall’intelletto. Il cannocchiale faceva uscire lo scienziato da ogni soggettività e da ogni fantasia, e offriva alla vista di tutti gli uomini lo spettacolo dell’universo.

Tutti quanti – sulla base della stessa struttura biologica che ci accomuna – potevano osservare con i propri occhi e la propria mente i dati che Galileo aveva ricavato sul “nuovo cielo”.

Quindi la tecnica, poteva esser vista come disvelamento dell’essere reale del cielo, una finestra sulla natura, e permetteva di esplorare spazi ignoti e di avvicinare corpi lontani, che fino ad allora, gli uomini avevano solamente immaginati e sognati.

Puntando il cannocchiale verso la Luna, Galileo vede che non è per niente liscia, perfetta e uniforme, ma scabra, disuguale e piena di cavità e di sporgenze, proprio come la Terra, <<la quale si differenzia qua per catene di monti, là per profondità di valli>>.

La Via Lattea o Galassia, non appare finita e delimitata da stelle fisse, ma come uno “spazio infinito”, abitato da un grande <<gregge>> di stelle piccole e grandi (e qui non si può non pensare alle idee di Giordano Bruno). Galileo, lo fa notare, riportando sulla carta la costellazione della “cintura e spada di Orione”, e la costellazione delle “Pleiadi”.

Le nebulose, non sono parti eteree del cielo capaci di riflettere i raggi delle stelle e del sole, ma sono <<greggi di piccole stelle disseminate in modo mirabile>>. In più Galileo segnala la “nebulosa di Orione” e la “nebulosa Presepe”, composte da tantissime stelle non identificabili a occhio nudo. Ma la scoperta più importante e degna di ammirazione del Sidereus, per Galileo, è quella di quattro satelliti ruotanti – prima scambiati per stelle fisse – attorno a Giove (astri Medicei). Infatti, i quattro satelliti, aprivano la possibilità che esistessero altri sistemi planetari e la presenza di altri centri di rotazione oltre alla Terra, cioè spianavano la strada per l’approvazione del sistema copernicano.

Che dire dunque delle <<dispute che per tanti secoli tormentarono i filosofi>>? E dove sono finite le certezze che fino a quel tempo avevano cullato <<una numerosa schiera di filosofi>>?
Tali novità, annunciavano che il cielo non era più incorruttibile, cioè non era costituito di etere. Anche i corpi celesti, sono adesso sottoposti alla generazione e corruzione. La mappa del cielo, doveva essere riscritta daccapo, e dovevano essere abbandonate, una volta per tutte, le credenze della tradizione filosofica-aristotelica.

Non si poteva più pensare alla separazione tra mondo sublunare (acqua, terra, aria e fuoco), e mondo sopralunare o celeste (quinta essenza); Le scoperte del Sidereus e quelle compiute in seguito ( stelle novae, macchie solari, comete, monti lunari, etc.) erano la prova di un unico mondo unitario, sottoposto e regolato dalle medesime leggi, e governato da fenomeni di generazione e corruzione.

Inizialmente, tali scoperte furono da alcuni bollate di falsità, ma si trattava di uno scetticismo impregnato di invidia e di pregiudizi, quindi di uno scetticismo intellettualmente scorretto. Infatti, non si trattava tanto di credere o di non credere alle incredibili scoperte, ma bastava osservare il cielo con “nuovi occhi”, per rendersi conto dei veri fenomeni che si manifestavano nell’universo. Ma come e perché si affermò la scienza di Galileo?

Per dirla sempre con Fayerabend e seguendo l’anarchismo metodologico, possiamo dire che: “sviluppi di primissimo piano, come l’ascesa della nuova astronomia di Copernico, Keplero e Galileo, si sono verificati in Europa solo perché dei pensatori indipendenti si risolsero, a dispetto di tutte le regole metodologiche tradizionali, a introdurre delle teorie inusitate e a difenderle in modo illecito”.

La novitas portata dai prodigi di Galileo, non poteva che creare meraviglia e terrore: l’armonia finora immaginata nell’universo andava in frantumi. La paura fu avvertita non solo pensando alla natura, ma anche riflettendo sul posto e il ruolo dell’uomo nell’universo, e sull’ordine gerarchico dei rapporti sociali e politici.

Come evitare gli intralci dell’Inquisizione romana nei progressi della scienza? Come salvare la Chiesa? La Controriforma aveva imposto che ogni tipo di sapere, doveva essere in perfetta sintonia con le sacre Scritture. Nel 1600, Bruno era stato arso vivo in Campo dei Fiori, e Galileo doveva porsi a tutti i costi questa domanda.

Per lo scienziato pisano, la Natura e la Bibbia derivano entrambe da Dio, ma mentre la Bibbia parla un linguaggio semplice ed è finalizzata alla salvezza, quindi ad un campo etico e religioso, invece la Natura (che è scritta in un linguaggio matematico) è indirizzata alla conoscenza. Tuttavia, tra Natura e Bibbia non deve esserci né contraddizione, né una netta separazione (doppia verità). la Sacra Scrittura in certi casi deve essere interpretata per adattarsi alla scienza.

E per la Chiesa, questa tesi poteva essere l’unica via d’uscita per evitare un forte contrasto con la scienza; però – come per ogni innovazione e per ogni grande mutamento – la tesi di Galileo, venne accolta molti anni dopo la sua morte, quindi dopo l’abiura del 1633.
Nonostante ciò, è pertinente esporre un caso molto curioso, che coinvolse Galileo in una disputa teologica e scientifica:

Galileo (Lettera a Castelli), nell’interpretare il passo di Giosuè (<<Sole fermati!>>) intendeva mostrare la falsità del sistema aristotelico-tolemaico, e accordare la Bibbia –senza in questo caso alterare il senso della Scrittura – con il sistema copernicano. Infatti, secondo gli aristotelici, il giorno e la notte non dipendono dal moto del Sole, ma dal Motore Immobile, e per accordare questa idea con la Scrittura, bisognerebbe alterare il Testo, dicendo che Dio arrestò il Motore Immobile. Invece, se il Sole (<<strumento e ministro massimo della natura, quasi cuor del mondo>>), oltre a dare luce, donasse anche il moto a tutti i pianeti che gli girano intorno (come per Copernico), allora per fermare tutto il sistema, basterebbe che il Sole si fermasse.

Oltre a conciliare la Sacra Scrittura con la tesi copernicana, in questa lettera è chiara una rivincita sui filosofi. E furono proprio i filosofi aristotelici (e non Aristotele, “uomo amante della verità e della ricerca”) i suoi veri nemici. Difatti, il loro dogmatismo antiscientifico, non fece altro che turbare la vita di Galileo e aumentare le paure della Chiesa. E Galileo, ambiva ad avere il titolo di filosofo e matematico, proprio perché sarebbe stato il simbolo di una “nuova filosofia”, adatta a penetrare le leggi della natura tramite l’osservazione, la verifica sperimentale e la deduzione logico- matematica.

In conclusione, non so se è lecito parlare di un progresso culturale (come a dire che prima di Galileo e della scienza sperimentale, fossero tutti privi di materia grigia), ma mi sembra quantomeno legittimo affermare che con la “rivoluzione scientifica e astronomica”, si assiste a un mutamento culturale degno di considerazione, che ha contribuito anche alla nascita della scienza contemporanea (con la quale la Chiesa ha voluto e vuole, giustamente, sempre confrontarsi!).

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Autore

Luca Farruggio

(Catania 1984). Filosofo e poeta, si è laureato al San Raffaele di Milano nel 2011. È allievo di Massimo Cacciari ed Enzo Bianchi. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Bugie estatiche (Il Filo 2006, prefazione di Manlio Sgalambro) e Del pessimismo teologico (Il Prato 2017, prefazione di Giuseppe Girgenti). Si guadagna da vivere insegnando in Veneto e ogni tanto, come pubblicista, dice la sua dove gli capita.



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