Approfondimenti

Pubblicato il 20 Gennaio 2016 | di Luca Farruggio

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Una meditazione cristiana

C’è un famoso racconto che narra la storia di un giovane filosofo francese, il quale si reca sul Monte Athos (la Santa Montagna in Grecia) per conoscere a fondo la preghiera, la meditazione e il metodo di orazione degli esicasti (esicasmo deriva dal greco ἡσυχία: calma, pace, tranquillità, assenza di preoccupazione, ed è una dottrina e pratica ascetica diffusa tra i monaci dell’Oriente cristiano fin dai tempi dei Padri del deserto). Scopo dell’esicasmo è la ricerca della pace interiore, in unione con Dio e in armonia con il creato.

Dopo aver girato per qualche tempo sulla Montagna Sacra, il filosofo non aveva ancora trovato le risposte ai suoi angoscianti interrogativi. Gli sembrava che i monaci non fossero all’altezza dei libri che aveva avuto occasione di leggere.

Allora sentì parlare della fama di padre Serafino, e si recò da lui. Quando si arrivava alla porta dell’eremo, padre Serafino aveva l’abitudine di guardare il nuovo arrivato in maniera quasi scontrosa. Egli guardando la persona riusciva a capire in che grado lo Spirito Santo era presente (si era incarnato), e diceva frasi come queste: “non è sceso al di sotto del mento”, “non parliamone, non è nemmeno entrato”, “non è possibile, che meraviglia! E’ sceso già fino alle ginocchia”. Lo Spirito Santo, nel filosofo era giunto fino al mento, e dopo qualche titubanza, padre Serafino accontentò il filosofo e cominciò a dargli una serie di consigli.

Il primo fu: impara a meditare come una montagna. Il primo consiglio quindi è di ordine fisico, di postura. Significa essere “pesante” nella presenza. Le montagne vivono secondo un loro specifico tempo e stare seduto come una montagna vuol dire avere l’eternità davanti a sé. Vuol dire stare immobile e percepire il Tutto attorno a sé. Questo è il primo passo per ogni tipo di meditazione. Il filosofo aveva imparato a vedere senza giudicare, in altre parole: tutto aveva diritto di esistere.

Dopo questa meditazione, padre Serafino gli diede il secondo consiglio: impara a meditare come un papavero. All’immobilità della montagna, ora si aggiungeva l’orientamento verso il sole del papavero. E’ l’orientarsi verso il bello, la luce che fa essere ogni cosa quello che è. In più, il fiore deve avere lo stelo eretto e flessibile, e il filosofo applicò questa postura alla sua colonna vertebrale. Imparò allora a meditare senza scopi o interessi, ma solo per il piacere di essere e di meditare la luce. Era allo stesso tempo, immobile e flessibile, e ogni sua azione e ogni suo pensiero erano rivolti “platonicamente” (come nel celeberrimo “mito della caverna”) alla luce, al Bello.

Raggiunta anche questa forma di meditazione, al filosofo viene detto: impara a meditare come l’oceano. Si tratta di inspirare ed espirare, fino ad essere inspirato e ad essere espirato. Bisogna farsi portare dal respiro come ci si lascia trasportare dalle onde. Così ci si percepisce come una goccia d’acqua che ha la sua identità con se stessa, ma che nello stesso tempo appartiene a tutto l’oceano. “Colui che ascolta attentamente la sua respirazione – gli disse allora il vecchio monaco Serafino – non è lontano da Dio. Ascolta chi giace al limite della tua aspirazione. Ascolta chi si trova al principio della tua inspirazione”.

Queste tre meditazioni sono un grande traguardo, ma successivamente, padre Serafino suggerisce al filosofo: impara a meditare come un uccello:

Padre Serafino gli spiegò che nell’Antico Testamento la meditazione è espressa con dei termine della radice “haga”, reso più sovente in greco da méleté – meletan, e in latino da meditari – meditatio. Nel suo senso primitivo la radice di questo termine significa “mormorare a mezza voce”.

Bisogna meditare con la gola, non solo per raccogliere il respiro, ma anche per mormorare incessantemente il nome di Dio. Meditare è respirare cantando. Allora il monaco consigliò al filosofo di recitare sempre la frase “Kyrie eleison”. Questa frase può voler dire tante cose: “Signore pietà”, ma soprattutto “Signore, manda il tuo Spirito”, “che la tua tenerezza sia su di me e su tutti” o “che il tuo Nome sia benedetto”. Oltre al significato, questa frase produce una particolare vibrazione nel corpo e nel cuore, e si deve cercare di armonizzarla con il ritmo del respiro. A questo stadio della meditazione, padre Serafino confessa al filosofo che ora non è lontano dal meditare come un uomo.

Tuttavia ancora le tappe non sono finite, il cammino verso il cuore della preghiera esicasta non è ancora compiuto: impara a meditare come Abramo:

Meditare è innanzi tutto entrare nella meditazione e nella lode dell’universo, perché, dicevano i padri, “tutte queste cose sanno pregare prima di noi”. L’uomo è il luogo dove la preghiera del mondo prende coscienza di se stessa. L’uomo esiste per dare un nome a ciò che le creature lodano balbettando. Con la meditazione di Abramo, noi entriamo in una nuova e più alta coscienza che si chiama fede, ossia l’adesione dell’intelligenza e del cuore a quel “Tu” che E’, che traspare nella molteplice intimità di tutti gli esseri.

Per Abramo meditare è mantenere sempre il cuore rivolto verso Dio, verso la sua presenza. Ed è anche ciò che può avvicinare all’amore di tutti gli uomini; nel libro della Genesi si legge: “Allora Abramo gli si avvicinò e gli disse: Davvero stai per sopprimere il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti entro la città; davvero li vuoi sopprimere e non perdonerai quel luogo in grazia dei cinquanta giusti che vi si trovano in mezzo? Lungi da te il fare tale cosa!”.

Giunto a questo punto, il filosofo si sentì molto soddisfatto, ma sentì pure che gli mancava ancora qualcosa, o meglio Qualcuno: voleva imparare a meditare come Gesù. Padre Serafino di fronte a questa richiesta allargò le braccia, e gli rese esplicito che solo lo Spirito Santo è capace di far accedere l’uomo a questa meditazione:

Gli disse:“Nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il figlio lo voglia rivelare” (Lc 10,22). Devi diventare figlio per pregare come il Figlio e avere con Colui che Egli chiama suo e nostro Padre le stesse relazioni d’intimità, e questa è opera dello Spirito Santo. Egli ti rivelerà tutto ciò che Gesù ha detto. Il Vangelo diventerà vivo in te e ti insegnerà a pregare nel modo giusto. Meditare come Gesù è ricapitolare tutte le forme di meditazione che ti ho insegnato fino ad ora. Gesù è l’uomo cosmico. Sapeva meditare come la montagna, come il papavero, come l’oceano, come un uccello. Sapeva anche meditare come Abramo. Il suo cuore senza limiti amava persino i suoi nemici, i suoi carnefici. La notte si ritirava a pregare , nel segreto, e là mormorava come un bambino “Abbà”, che vuol dire “papà”. Dio e l’uomo formavano una cosa sola.

Dopo questa esperienza, si narra che il giovane filosofo rimase per lunghi mesi sul Monte Athos, e che la meditazione lo aveva portato ad altezze sconfinate. Allora Padre Serafino gli ordinò con severità di tornare nel “mondo”. Il filosofo ormai viveva nel mondo, ma non era del mondo, e grazie alla pratica degli esicasti riusciva a vivere la Vita in mezzo a tante vite.

Quando si sentiva troppo agitato per la tirannia del tempo, andava a sedersi come una montagna sulla terrazza di un caffè. Quando sentiva in sé l’orgoglio, la vanità, si ricordava del papavero, <<ogni fiore appassisce>>, e nuovamente il suo cuore si volgeva verso la luce che non muore. Quando la tristezza, la collera, il disgusto invadevano la sua anima, respirava profondamente, come un oceano, riprendeva fiato nel respiro di Dio, invocava il suo Nome e mormorava: “Kyrie eleison”. Quando notava la sofferenza degli uomini, la loro cattiveria, e sentiva la propria impotenza a cambiare le cose, si ricordava della meditazione di Abramo. Quando era calunniato e di lui si diceva ogni sorta di malignità, era felice di meditare come Cristo.

 

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Autore

(Catania 1984). Filosofo e poeta, si è laureato al San Raffaele di Milano nel 2011. È allievo di Massimo Cacciari ed Enzo Bianchi. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Bugie estatiche (Il Filo 2006, prefazione di Manlio Sgalambro) e Del pessimismo teologico (Il Prato 2017, prefazione di Giuseppe Girgenti). Si guadagna da vivere insegnando in Veneto e ogni tanto, come pubblicista, dice la sua dove gli capita.



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