Vita Cristiana

Pubblicato il 11 febbraio 2016 | di Redazione

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Cattolici e politica, recuperare la fiducia

IMG_1320«Dato il momento storico che viviamo, possiamo senz’altro affermare che uno dei compiti prioritari dei cristiani è quello di impegnarsi per sanare la frattura aperta tra etica e politica, evitando la sterile tentazione di “fare la morale” alla politica, e con la consapevolezza che non è sufficiente sia l’etica delle mani pulite che quella dello scontro per il potere, imparando sulla propria pelle che l’azione politica comporta sempre una gradualità nella realizzazione del bene comune»: è quanto afferma Renato Meli, direttore dell’ufficio diocesano di Pastorale sociale e del lavoro, all’indomani del seminario “Cattolici e politica al tempo di Papa Francesco” che ha visto la partecipazione di padre Bartolomeo Sorge e del professore Giorgio Massari.

Etica e politica, Chiesa e società, fede e azione: sono alcuni binomi che spesso sentiamo ripetere. I fratelli delle religioni orientali parlerebbero, forse, di mantra. Ancora oggi, però, si ha la sensazione di una comunità ecclesiale che navighi a vista, più attenta a evitare gli scogli che a inquadrare l’orizzonte. In questa intervista, Renato Meli ci fornisce qualche strumento per provare a trovare la rotta giusta.

È indubbio che troppe persone, e tra questi una gran parte cattolici, non credono più nella politica, nella giustizia… come si può recuperare la fiducia?

«Credo che il problema più profondo nasca soprattutto – risponde Meli – dalla mancanza di coerenza dei politici, anche cattolici rispetto a ciò in cui dicono di credere. È possibile che sia ancora vero quanto affermato, nel lontano 1981, dal Consiglio Permanente della Cei, in uno dei suoi migliori documenti “La Chiesa italiana e le prospettive del Paese”: “… Se non abbiamo fatto abbastanza nel mondo, non è perché siamo cristiani, ma perché non lo siamo abbastanza”? Ognuno di noi agisce politicamente quotidianamente. Perciò se vogliamo tornare ad investire nel senso cristiano del termine, occorre tornare a “seminare”, tornare a rieducare le coscienze dei cristiani che spesso non si differenziano da quelle di quanti non credono: anch’essi rubano, sfruttano, approfittano, sono bravi e buoni clienti dei rappresentanti istituzionali di turno, sono arrabbiati o delusi ma al contempo inerti e con poca voglia di impegnarsi».

Cosa andrebbe corretto?

«Abbiamo sprecato trent’anni e il rischio è che ne possiamo sprecare altrettanti cercando di capire come possiamo contrapporci ora a questo, ora a quell’avversario politico. Non possiamo più tollerare preti e laici distratti, impreparati o peggio ancora solo personalmente interessati, né comunità ecclesiali oscillanti tra indifferenza e conformismo. È inaccettabile che ci si possa ancora “offrire” al politico di turno per un’elemosina fatta magari attraverso qualche delibera per un qualsiasi bisogno del tempio o chissà cos’altro: occorre recuperare la libertà e la coerenza dell’annuncio se vogliamo tornare ad essere, come ci ricorda la “Lettera a Diogneto”, l’anima nella società. È finito il tempo dell’accontentarsi che un alto numero di studenti scelga ancora l’ora di religione cattolica o dei cespiti dell’8 per mille, mentre la secolarizzazione dei vissuti avanza, e galoppano già sentimenti post-cristiani».

Da dove e come si può ripartire?

«Occorre anzitutto abbandonare il clima di depressione da malato terminale … (siamo pochi, pochi sono i sacerdoti, …): l’oggi che stiamo vivendo non dovrebbe esser considerato come una “notte buia e tempestosa”, o come un tunnel del quale non vediamo l’uscita. Quelli che stiamo vivendo sono – a tutti gli effetti – “tempi nuovi”, con le loro luci e le loro ombre e che quelle e queste dovranno essere interpretate da angoli di visuale diversi dai precedenti. È necessario poi rilanciare il binomio clero-laicato in senso circolare, riscoprendo e attuando il Concilio: cioè vera uguaglianza in dignità, vera fraternità, vera comunione tra sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune».

Quale il ruolo dei laici e quale quello dei presbiteri?

«Ai fedeli laici è affidata una missione propria nei diversi settori dell’agire sociale, nella politica. Benedetto XVI così si esprime in merito, riconfermando una posizione consolidata nel passato Magistero pontificio: “Il compito immediato di agire in ambito politico per costruire un giusto ordine nella società non è dunque della Chiesa come tale, ma dei fedeli laici, che operano come cittadini sotto propria responsabilità”. Non spetta ai Pastori della Chiesa intervenire direttamente nell’azione politica e nell’organizzazione della vita sociale (Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2442), semmai, leggiamo nella “Evangelii Gaudium”, spetta anche ai Pastori “preoccuparsi della costruzione di un mondo migliore”».

Cosa si richiede a un laico che intenda sperimentare la propria fede nella politica?

«Sul piano dell’impegno politico istituzionale occorrono cattolici pronti ad impegnarsi con una motivazione profonda che va oltre l’interesse personale, che superi l’indifferenza o la delusione, ma occorre anche la formazione come competenza tecnica, perché è fondamentale colmare lo “iato” tra il pensiero, l’elaborazione culturale e politica e i problemi concreti della gente. Occorre la capacità o anche il coraggio di fare delle scelte lungimiranti per il bene di tutti. Mi pare utile ricordare le parole del cardinale Martini: “l’azione politica… non consiste di per sé nella realizzazione immediata dei principi etici assoluti, ma nella realizzazione del bene comune concretamente possibile in una determinata situazione”. Diversamente il rischio è quello di abbandonare la politica per timore di compromettere la propria identità o di rifiutare ogni dialogo».

meli buttiglione2 (1)L’ufficio diocesano della Pastorale sociale che contributo può dare?

«Da uno sguardo il più fedele possibile alla realtà delle nostre comunità, del tutto estranee al messaggio della dottrina sociale della Chiesa, come Ufficio diocesano della pastorale sociale, abbiamo intrapreso un cammino lungo e difficile, ma che riteniamo sia l’unico percorribile se non vogliamo che tra qualche anno ci si debba ancora ritrovare con la stessa problematica: abbiamo perciò intrapreso dei Percorsi (in)formativi di Dottrina sociale della Chiesa, con un format particolare (peraltro ampiamente apprezzato nelle comunità che abbiamo già visitato) con i quali vogliamo capillarmente, in tutte le comunità, divulgarne non solo i principi ma declinarne le conseguenti prassi: non solo pensiero, annuncio, conoscenza, ma anche comportamenti conseguenti. Riteniamo così di poter essere d’aiuto nel sanare la “visibile” frattura tra fede e vita, tra la vita nel tempio e le scelte quotidiane…  Desideriamo rendere “popolare” la dottrina sociale, affinché essa diventi patrimonio comune delle nostre comunità. Vogliamo fare in modo che emerga una vera “opinione pubblica” intra-ecclesiale, condizione essenziale perché si possa diffondere la dottrina sociale della Chiesa, e possa allargarsi la sua sfera d’influenza».

Cosa può offrire la dottrina sociale della Chiesa?

«La dottrina sociale più che fare una sintesi delle posizioni della Chiesa, offre una metodologia per aiutare i cristiani e le comunità cristiane a prendere coscienza del loro diritto e dovere di entrare nelle problematiche della società e del territorio di cui sono parte. La dottrina sociale della Chiesa è una grammatica comune, non è un optional, non è un self service da cui si scelgono i valori che piacciono di più, secondo le appartenenze o simpatie partitiche e/o di schieramento. Le indicazioni della dottrina sociale della Chiesa, in altri termini, stimolano a “pensare politicamente”, come direbbe Giuseppe Lazzati, l’azione sociale».

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"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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