Giustizia e misericordia
Nel linguaggio biblico la giustizia consiste essenzialmente nell’obbedire alla legge del Signore, a quella che gli ebrei chiamavano la “Torah” e che costituiva quasi la carta costituzionale del popolo di Israele.
L’uomo giusto è, perciò, colui che osserva i comandamenti di Dio ed insegna ai suoi figli a fare altrettanto. A poco a poco, però, attorno al nucleo fondamentale dei comandamenti dati da Dio a Mosè, gli scribi e i farisei costruirono una serie interminabile di norme e precetti, facendo precipitare inevitabilmente l’osservanza della legge in un legalismo formale e soffocante, che si allontanava sempre più dallo spirito con cui doveva essere intesa la Torah.
Gesù smaschera questo modo fuorviante di intendere l’obbedienza ai comandi di Dio, bollando i farisei come ipocriti, che osservano le regole solo esteriormente e per farsi ammirare dagli altri, ritenendo così di raggiungere una presunta perfezione, dall’alto della quale si sentono in grado di giudicare tutti quelli che non agiscono come loro. Per questo motivo Gesù chiama i farisei “sepolcri imbiancati” (Mt 23, 27), invitando a fare quello che essi dicono, ma a non seguire il loro pessimo esempio di vita (Mt 23, 3).
È a partire da queste considerazioni che si comprende la misericordia con cui Gesù tratta i peccatori, destando ovviamente lo scandalo dei farisei. Beninteso la misericordia non è sinonimo di “manica larga” o di buonismo a buon mercato, per il quale il perdono è concesso a tutti con facilità. Al contrario la misericordia esercitata da Gesù è la strada dell’accoglienza amorosa del peccatore, sulla quale colui che ha sbagliato viene ricondotto sulla retta via. La misericordia è la forza che spinge alla conversione, al cambiamento di vita, improntato a quella legge di Dio, che Gesù non rinnega, ma anzi difende apertamente, dicendo: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge” (Mt 5, 17). Il “pieno compimento” che Gesù è venuto a dare alla Legge è quello di una sua osservanza non meramente formale o esteriore, ma radicale e mossa da retta intenzione; e comunque tale da provocare un reale cambiamento di vita, come nel caso di Zaccheo (Lc 19, 1-10), della donna samaritana (Gv 4, 1-42), dell’adultera (Gv 8, 1-11), della peccatrice in casa di Simone il fariseo (Lc 7, 36-50): tutti costoro hanno fatto esperienza viva della misericordia di Gesù e si sono sentiti perciò spinti ad una conversione autentica, allontanandosi da una vita di peccato.
Non è giusto, dunque, affermare che Dio perdona sempre. Bisogna precisare che Egli concede il perdono a condizione che il peccatore, incontrandosi con la sua misericordia, si penta del suo peccato, proponendosi di non commetterlo più e di incamminarsi in una vita nuova.
Naturalmente tutti ci rendiamo conto che la conversione autentica è una strada in salita, nella quale sperimentiamo continuamente cadute e rialzamenti. È per questo motivo che non possiamo accampare nessun merito davanti a Dio e non siamo in grado di esibire la lista dei nostri comportamenti buoni per esigere da Lui il premio. San Paolo chiarisce proprio questo concetto ai farisei del suo tempo (gruppo del quale egli peraltro aveva fatto parte), precisando che il Signore ci salva essenzialmente per grazia, e non sulla base dell’osservanza, più o meno perfetta, della sua legge (cfr Rom 3, 23-24; Ef 2,5). La legge, infatti, è per l’Apostolo solo un “pedagogo” che misura la nostra impotenza e ci conduce ad invocare la grazia di Cristo, senza la quale non siamo in grado di obbedire alla legge (cfr. Gal 3, 24).
Rifacendosi a questa spiegazione Sant’Agostino dice: “La legge è stata data perché invocassimo la grazia; e la grazia è stata data perché potessimo osservare la legge”. E perciò chiede al Signore: “Da quod iubes et iube quod vis!”: Dona (per grazia) quello che comandi, e poi comanda quello che vuoi!”.
