Approfondimenti

Pubblicato il 18 Marzo 2016 | di Luca Farruggio

Studi sacri e studi profani (Fede e Ragione)

Il dibattito mai concluso tra Fede e Ragione può essere visto anche da un’altra angolatura: la differenza tra gli studi sacri e gli studi profani.

Dice San Paolo: “Poiché noi abbiamo un vanto, ed è la testimonianza della coscienza di esserci comportati nel mondo, e particolarmente con voi, con la semplicità e limpidezza di Dio, non con la sapienza della carne, ma con la benevolenza di Dio” (2Cor 1,12); e ancora: “Nessuno arbitrariamente vi defraudi, compiacendosi in pratiche di poco conto e nel culto degli angeli, indagando su ciò che ha visto, scioccamente inorgoglito dalla sua mentalità carnale” (Col 2,18). E nella Prima Lettera ai Corinzi dice chiaramente: “Riguardo alle carni immolate agli idoli: noi sappiamo, perché abbiamo tutti la scienza. Ma la scienza gonfia, mentre la carità edifica”. E’ esplicita quindi la posizione di Paolo che fa un forte richiamo alla scienza di Dio e non alla scienza che proviene dagli insegnamenti degli studi profani.

Secondo questa visione, dopo il peccato originale, l’uomo ha perso la vera sapienza, e per quanto si sforzi di acquisirla, non sarà mai un vero sapiente. Invece, chi abbandona dall’anima le cattive abitudini e il peccato, acquisirà la sapienza di Dio, e in tutta letizia si farà simile al “solo unico sapiente” (Rm 16,27). Non è stato lo stesso Gesù a portare la salvezza agli uomini e al mondo non per mezzo della sapienza profana, ma solo e unicamente con l’Amore?

Tuttavia il cristianesimo non ha mai rifiutato del tutto il “pensiero pagano”, anzi tutta la teologia cristiana si muove all’interno delle categorie della filosofia greca. Anche se alcuni pensatori come Tertulliano, hanno detto chiaramente “o Atene o Gerusalemme”, il pensiero cristiano che ha vinto nella storia e nei concili, è stato il pensiero della mediazione tra Fede e Ragione. Però, anche se questa relazione è vitale, molti padri della Chiesa hanno voluto porre una “distinzione nella relazione”.

Il più grande teologo dell’Oriente cristiano, Gregorio Palamas, in un suo scritto dice: “L’educazione profana serve alla conoscenza naturale, ma non può mai divenire spirituale, a meno che non accompagni la fede e l’amore di Dio, o meglio ancora a meno che non sia rigenerata dall’amore e dalla grazia, casta, pacifica, conveniente, persuasiva, colma di buone parole che edifichino chi le ascolta e di buoni frutti, in modo tale da essere anche chiamata “sapienza dell’alto” (Gc 3,17) e “sapienza proveniente da Dio” (1Cor 1, 21-24), ed in quanto è in qualche modo spirituale, perché sottoposta alla sapienza dello Spirito, e conosce ed accoglie in sé i carismi dello Spirito. Invece l’altra è “dal basso, psichica, demoniaca” (Gc 3,15), come dice l’apostolo fratello di Dio, e perciò non riceve i doni dello Spirito, com’è scritto: “ma l’uomo psichico non accoglie i doni dello Spirito” (1Cor 2,14), ed invece li ritiene follia, errore e falsa opinione, e quasi sempre prova a distruggerli completamente, e con essi lotta manifestamente, per pervertirli, per quanto può, pervertendone il senso; ed a volte essa s’accosta addirittura ad alcuni per servirsi di loro, come gli avvelenatori fanno con i cibi dolci”.

Palamas, grande studioso di Aristotele, non sconsiglia di dedicarsi del tutto alla sapienza profana, ma non vuole che questa sia il vero e solo scopo della vita, perché ha come scopo solo le cose di questo mondo. Per questo la sapienza profana è chiamata “folle” (Cf. 1Cor 1,20), e i sapienti “resi folli” (Cf. 1Cor 1,26) o “investigatori di questo secolo” (Cf. 1Cor 1,20).

Per quanto la mediazione tra i due tipi di sapienza sia sempre necessaria, il cristianesimo conosce il vero tesoro della sapienza del cuore. Non è proprio Gesù à a dire questo? Nel Vangelo secondo Matteo le parole sono chiarissime: “Mi compiaccio con te, o Padre, Signore del cielo e della terra, che hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e ai saggi e le hai rivelate ai semplici. Si, Padre, poiché tale è stato il tuo beneplacito”.

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Autore

Luca Farruggio

(Catania 1984). Filosofo e poeta, si è laureato al San Raffaele di Milano nel 2011. È allievo di Massimo Cacciari ed Enzo Bianchi. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Bugie estatiche (Il Filo 2006, prefazione di Manlio Sgalambro) e Del pessimismo teologico (Il Prato 2017, prefazione di Giuseppe Girgenti). Si guadagna da vivere insegnando in Veneto e ogni tanto, come pubblicista, dice la sua dove gli capita.



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