Approfondimenti

Pubblicato il 2 Maggio 2016 | di Luca Farruggio

L’irresistibile richiamo dell’utopia

E’ un dato di fatto che il mondo che abitiamo sta diventando sempre più difficile da vivere, per i suoi mali e per la sua sconfinata velocità. Sembra che tutto sfugga all’uomo! La vita è divenuta estremamente frenetica, le relazioni umane sono ridotte alla pura e superficiale formalità e la dimensione spirituale dell’uomo sembra essere chiaramente calpestata. Così, molte persone pensano spesso a un’isola felice, in cui il vivere e lo stare al mondo siano fonte di felicità. In altre parole, l’irresistibile richiamo dell’utopia ha sempre il suo fascino, anche se nessun viaggio finora ci ha condotto pienamente ad essa.
Come è noto, il termine utopia è stato usato da Tommaso Moro per il titolo di una sua grande opera filosofica: De optimo reipuclicae statu sive de nova insula Utopia. La parola utopia è piena di fascino, perché ha almeno due significati: ou-topos (non luogo) ed eu-topos (buon luogo).

L’idea della conquista di una società perfetta è stata sempre il sogno necessario dell’uomo occidentale, un uomo sempre coinvolto in viaggi faticosi e pericolosi. Infatti, le utopie occidentali, descrivono sempre il raggiungimento di una società plasmata su leggi armoniose che portano al conseguimento della pace, della felicità e della giustizia.

Oltre all’opera di Moro, le utopie più conosciute nella storia del pensiero occidentale sono quelle di Tommaso Campanella (La città del sole) e di Bacone (New Atlantis). Ciò fa ci fa comprendere come questo bisogno-desiderio non sia solo una necessità dell’uomo contemporaneo.

Però, se da un lato l’utopia è un modello, un’idea platonica da imitare, dall’altro lato ci si rende conto che in questo mondo essa non è mai realizzabile pienamente. Nonostante tutti gli sforzi immaginabili, ci si ritrova sempre di fronte a ostacoli insormontabili. Così il buon-luogo si colloca sempre in un non-luogo! Una vera e propria aporia!

L’Occidente pur avendo sbandierato lungo i secoli le sue virtù, e pur avendo fatto passi da gigante nella scienza, non ha mai raggiunto l’isola di utopia, e l’uomo si sente sempre più disperso nel cosmo e nella sempre più complessa e complicata società in cui vive. Così, dopo le utopie, sono nate necessariamente le celeberrime distopie.

Anche se da alcuni pulpiti (sia laici che religiosi) si continua ancora a parlare di grandi valori morali, e anche se la scienza e la tecnica ci rendono il dolore più sopportabile, forse l’unica utopia reale (ma non visibile) è quella delle fede intima e personale che crede a fatica in un mondo migliore post mortem. Quindi, mentre siamo “condannati” dalla nostra natura umana a rendere il mondo sempre migliore (anche se certi discorsi non hanno più senso, e anche se molte scoperte scientifiche si ritorcono contro l’uomo stesso), non ci resta altro che sperare ancora contro ogni speranza!

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Autore

Luca Farruggio

(Catania 1984). Filosofo e poeta, si è laureato al San Raffaele di Milano nel 2011. È allievo di Massimo Cacciari ed Enzo Bianchi. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Bugie estatiche (Il Filo 2006, prefazione di Manlio Sgalambro) e Del pessimismo teologico (Il Prato 2017, prefazione di Giuseppe Girgenti). Si guadagna da vivere insegnando in Veneto e ogni tanto, come pubblicista, dice la sua dove gli capita.



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