Società

Pubblicato il 12 Dicembre 2016 | di Luca Farruggio

Provocatorio elogio della povertà

La lunga crisi economica che sta attraversando il Paese, com’è noto, ha portato i ricchi a essere sempre più ricchi e i poveri a essere sempre più poveri. Tanti padri di famiglia hanno perso il lavoro, e altri hanno dovuto accontentarsi di quel poco che il mercato offre. Infatti, non deve essere poi così facile reinventarsi a una certa età! La fila per un pasto presso le mense della Caritas non vede solo la presenza degli stranieri, ma soprattutto di tantissimi italiani!

Ma ciò che è più drastico è che alcuni un vero lavoro non l’hanno mai avuto: i giovani. Così molti si sono trovati disoccupati anche dopo aver conseguito una laurea. Ciò ha portato tantissimi giovani (non tutti, perché alcuni, soprattutto quelli che hanno avuto il coraggio di andare all’estero, hanno trovato qualcosa di più concreto) a dover fare dei lavori che non hanno niente a che fare col proprio percorso di studi e con la propria formazione. Spesso questi lavori vengono definiti “lavoretti”. Ma non lo sono affatto, perché richiedono un grande impegno. Sono “lavoretti” solo in quanto “vivono” sotto il regime dello sfruttamento e del bassissimo compenso economico. E, per non farci mancare nulla, qualche anno fa i giovani sono stati definiti “choosy” (schizzinosi) dal Ministro del Lavoro Elsa Fornero. Oltre al danno, la beffa!

La povertà non ha niente di bello, non porta ad alcuna soddisfazione. Così come la sofferenza non è mai una porta verso la crescita, ma il più delle volte è paralizzante e porta alla cattiveria. Ci vogliono tante risorse interiori e spirituali per uscirsene bene da questi mali. Così, per essere un po’ ironico ho voluto scrivere un breve e provocatorio “elogio della povertà”. Una riflessione che forse può dare forza e speranza anche chi è avvolto dalla sfiducia e della mancanza di un pro-getto.

“La paura delle paure nasce dal pensiero di perdere ciò che si possiede. Tutta la nostra vita è un movimento che tende ad aumentare e a conservare ciò che si ha. Senza tale solletico la mattina non ci si alzerebbe dal letto, perché potrebbe venire a mancare il terreno sotto i piedi. Siamo tutti legati esistenzialmente a questa condizione di schiavitù. E questo vale per ogni epoca passata, presente e futura. Se per sfortuna cadessimo nella condizione opposta, cioè nella condizione di povertà, allora sorgerebbe la vergogna e il senso di fallimento di una intera vita. Ma il povero, pur attraversando mille fatiche, è l’unico uomo che fa esperienza della libertà, perché egli non ha nulla da perdere. Gli basta la vita, il respiro e tutto il resto gli viene donato in sovrappiù. Non l’oro, non i mattoni, ma un albero incontrato per caso sulla strada verso una non fissa dimora, gli dona gratuitamente un frutto per non morire. Nel mondo sono esistite queste persone, la più famosa delle quali si chiamò Francesco, povero di Dio in perfetta letizia. Esistono ancora ed esisteranno tali imitatori di Cristo? Tuttavia non basta essere poveri per essere liberi: l’uomo ha bisogno di conquistare sempre qualcosa, di sentirsi sicuro… ed è in tale campo che si insinua la politica con le sue false promesse per la creazione di un consenso di disperati. Nessuno, infatti, si rassegna a perdere, anche quando la vittoria è comprata o è pura ed effimera illusione. Anche il monaco, pur non possedendo nulla, ha alle spalle una comunità che si prenderà cura di lui. Insomma, non ci si arrende mai di fronte alla totale indigenza! Pertanto, se vogliamo sostare in una via di mezzo, auguriamoci non tanto la ricchezza o il suo opposto, ma di avere ogni giorno il pane essenziale senza essere posseduti da quel che possediamo, ricordandoci sempre che un giorno saremo tutti uguali, se non di fronte alla legge almeno tutti ugualmente poveri di fronte a Dio o al Nulla”.

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Autore

Luca Farruggio

(Catania 1984). Filosofo e poeta, si è laureato al San Raffaele di Milano nel 2011. È allievo di Massimo Cacciari ed Enzo Bianchi. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Bugie estatiche (Il Filo 2006, prefazione di Manlio Sgalambro) e Del pessimismo teologico (Il Prato 2017, prefazione di Giuseppe Girgenti). Si guadagna da vivere insegnando in Veneto e ogni tanto, come pubblicista, dice la sua dove gli capita.



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