Approfondimenti

Pubblicato il 9 Gennaio 2017 | di Gian Piero Saladino

TRE PAROLE PER I 60 ANNI DEL “MIO” LICEO

Il Liceo Scientifico “E. Fermi” di Ragusa ha compiuto 60 anni. Un ex alunno, oggi presidente del Consiglio d’Istituto, fa MEMORIA dei volti e delle vicende degli anni 1974-1979, e invita a una rinnovata presa di COSCIENZA per un rilancio della capacità di IMMAGINAZIONE del prossimo futuro.

 PREMESSA

La parola RICORDO è, nel contempo, un sostantivo e un verbo, che ci dicono più di quanto siamo abituati a pensare. Ricordare non è solo riportare alla mente un pensiero nostalgico, o la tentazione illusoria di abbandonarsi allo slalom della memoria per tornare indietro “al bel tempo che fu”, bello di una bellezza – si impara a scoprirlo – che è il fantasma della gioventù che abbiamo lasciato, che in realtà ci ha lasciati, e non la prova oggettiva che “ai nostri tempi” – quando io ero ancora studente del Liceo Scientifico Enrico Fermi di Ragusa – fosse davvero un tempo migliore rispetto a quello di oggi. Ogni tempo, infatti, ha i suoi problemi, i suoi meriti e i suoi sogni e bisogni.

Ricordare vuol dire, piuttosto, “riportare al cuore”, ridare cioè alla “ricerca del tempo perduto” l’opportunità di restituirci emozioni che abbiamo vissuto, sentimenti che ci hanno formati, pensieri scolpiti quasi a voler custodire, nelle nostre radici, lezioni di vita sempre attuali, che fanno parte di noi e che guidano il nostro agire anche oggi; ricordare, quindi, è fare memoria del passato, e commemorare i 60 anni del Liceo Fermi di Ragusa serve anche a prendere coscienza del presente per recuperare la voglia di rilanciare la capacità di immaginazione del futuro.

ERA L’ANNO 1974/75

Il mio primo ricordo del quinquennio 1974-1979 è una succursale del liceo ricavata in una casa bianca a due piani, fredda e spoglia, in cui impacciati pionieri del nuovo insediamento ci sentivamo emarginati dal cuore pulsante della comunità scolastica, già operante nella sede centrale del Viale Europa. Al piano terra di quella costruzione – l’odierno Idillium – oggi si incontra, inconsapevole e un po’ brilla, la Generazione Y formata dai nuovi Millennials.

Da lì, a partire dal II anno, ci trasferimmo nella sede centrale, con… “i grandi”: Che salto di qualità! Che cambio di prospettiva! Eravamo 525, ed erano per molti di noi gli anni dell’impegno:

  • scolastico e culturale, perché volevamo “capire il mondo per costruire il futuro”;
  • politico, perché volevamo “cambiare il mondo per essere felici
  • sociale, perché “pensare e agire insieme” sembrava più efficace che farlo da soli;
  • etico, perché la lotta per la “giustizia e libertà” era non solo un ideale, ma un imperativo morale
  • religioso – chi pro e chi contro – perché l’adolescenza era un’età in cui non solo “ci sentivamo  importanti”, ma volevamo anche, con Dio o contro di Lui, “diventare  immortali”.

Non erano ancora giunti gli anni del riflusso nel privato, di quella odiosa indifferenza – così l’avrebbe chiamata Gramsci – contro cui Don Milani avrebbe eretto il suo motto “I care (mi sta a cuore)”. Non era ancora giunto lo smarrimento nichilista – “l’ospite inquietante”, come lo ha battezzato il filosofo e sociologo Galimberti – che sembra serpeggiare, causato per lo più dalla generazione adulta, fra i ragazzi e le ragazze dell’era tecnologica e della società liquida.

I SIGNORI PRESIDI

Erano gli anni in cui non esistevano i dirigenti scolastici, figure di docenti convertiti, da un tratto di penna del legislatore e un breve corso di aggiornamento, in “manager” dell’organizzazione scolastica, ma c’erano i Presidi, i Signori Presidi, grandi formatori prestati alla conduzione della loro scuola, primi inter pares riconosciuti più per la loro saggezza ed esperienza che per la loro astuzia organizzativa.

Penso già al puzzo del sigaro del Preside Salvatore Di Martino, che precedeva il suo autore nei corridoi della scuola quando ci chiamava a rapporto nella sua presidenza (oggi la segreteria) o quando andava a supplire, con temibile simpatia, “illustri colleghi professori” come il suo Vice, Giorgio Ottaviano, o i mitici “monumenti” Giuseppe Busacca e Abele Sipione: ricordo ancora quando, emozionato, il preside mi regalò il suo apprezzamento, di norma riservato a pochi, consegnandomi, fiero del suo Liceo, la borsa di studio istituita dalla Provincia. Fu un dolore sincero apprendere, poco tempo dopo, della sua scomparsa.

Dopo di lui – trascorso il breve interregno del simpatico Preside Carmelo Ventura –  scoprii la colta bonomia del Preside Salvatore Di Pasquale, eccellente professore di Storia e Filosofia, che assunse nel 1978 la guida del Liceo, lasciandovi un segno indelebile di umana saggezza, eleganza istituzionale e spirito comunitario a sostegno dell’idea, allora pienamente condivisa da tutte le componenti scolastiche, che “il liceo è di tutti” e che tutti devono partecipare con senso di corresponsabilità. Ricordo che Totò, così lo chiamavano affettuosamente molti professori, mi portò con sé ad un corso di aggiornamento riguardante la prevenzione delle tossicodipendenze nella scuola, riservato a docenti e capi d’istituto, proprio quando al Liceo, per la prima volta, mettevano piede, passando dalla V E, le prime dosi di hashish e marijuana che, qualche anno dopo, avrebbero portato alla morte per overdose una delle mie compagne più care.

Egli creava così, coinvolgendoci nel suo lavoro quotidiano, le condizioni di un dialogo aperto e fiduciario con gli studenti allora protagonisti degli Organi Collegiali della Scuola, e così preparava la strada alla successiva stagione del Preside Gaetano Lo Monaco. Già stimato docente del Liceo, questi aveva già coinvolto studenti  nell’ideazione e realizzazione del giornalino d’istituto, “Tutti Fermi”, e avrebbe continuato a coinvolgerli, con i professori della “nuova” generazione, esercitando polso fermo e guanto di velluto nell’esercizio del difficile ruolo di “dirigente scolastico” nella scuola della mai compiuta “autonomia”. Fu sempre lui che, più di recente, rimandò a casa senza batter ciglio studenti vestiti con pinocchietti e sandali, espressione di superficialità e insipienza ben diversa dalle “monellerie” studentesche degli anni settanta.

Fu lui a concedermi il piacere di poter restituire al “mio” liceo, tramite alcuni progetti di formazione e orientamento da me offerti gratuitamente agli studenti delle generazioni successive, quanto di buono avevo ricevuto nei cinque anni in questione.

Fu lui ad impegnarsi per collegare in rete il Liceo con le altre Scuole e con le Istituzioni pubbliche e private esterne alla realtà scolastica, in un modello di didattica integrata con il territorio, compreso il mondo delle imprese nel quale operavo.

Fu lui a gestire la crescita esponenziale del numero di iscritti alla scuola, che gradualmente raggiungeva e superava “Quota 1.000”.

Dopo 18 anni, nel 2011, la Scuola ha vissuto con affetto il suo pensionamento e accolto il Preside Francesco Musarra, con il quale oggi collaboro da Presidente del Consiglio d’Istituto.

 

VITA COMUNITARIA NEL LICEO

È lunga la sequenza di bravi professori (con qualche irriferibile eccezione) che nel succedersi dei trasferimenti, e del mio cambio di corso dalla E alla B all’inizio del quarto anno, mi hanno aiutato a scrivere una storia da “studente modello”: quanta passione e quanta presunzione!  Ne parlerò più avanti.

Voglio prima ricordare la vita condivisa, attimo per attimo, con le pulsioni dell’età, le ansie, i conflitti, le gioie e le complicità, con i compagni di classe e poi di tutta la scuola, alla ricerca di un’identità che andava formandosi nel confronto con le identità dei pari:

  • la corsa agli ultimi banchi a inizio d’anno e le prime “salate” – termine ambivalente – che indicava sia i “riti di iniziazione” fra maschi nei bagni del liceo sia le “fughe trasgressive” dalle lezioni nelle giornate di sole;
  • le prime “cotte” nei corridoi durante la ricreazione e il tanfo dei sudori e degli umori ormonali nel chiuso delle classi dopo l’ora di Educazione Fisica ed i successi nelle gare sportive;
  • il caldo tifo calcistico e, all’uscita di scuola, le pericolose gare con i “motorini”,  focus di discussioni accese e proiezione di virilità surrogate;
  • le belle rappresentazioni teatrali ci rianimavano e la prima gita di primavera, al secondo anno, ci vedeva..….. a Taormina e Giardini-Naxos, con le foto di gruppo ancora in bianco e nero;
  • le “assuppate d’acqua” per ritornare a casa nei giorni di pioggia e i compiti copiati e lasciati copiare, dalle 8.00 alle 8.30, davanti ai cancelli della scuola prima del suono della campana (nihil novi sub sole);
  • i contatti con la Segreteria efficiente del buon Giuseppe Leggio e i laboratori lindi di Mauro Addario, purtroppo raramente utilizzati per la mai risolta “mancanza di tempo”;
  • la corsa ai fogli protocollo a 50 lire l’uno dal sig. Spatuzza (Carmelo), prima dei compiti in classe, e il mezzo caffè di sgamo con altri bidelli durante il cambio d’ora, da Barnaba (Angelo) alla signorina Sgarioto (Giovanna), da Cavalieri a Comitini, da Difranco alla Gulino e alla Occhipinti.

Ricordo la “messa cantata” per il precetto pasquale, celebrata da sacerdoti-icone come il compianto Carmelo Tidona e padre Giuseppe Iacono; i Tè Danzanti alla Terrazzina con la raccolta fondi per la gita delle quinte; la febbre del sabato sera, con il ballo sfrenato alla John Travolta in Grease e le musiche dei Bee Gees, lo Schilling, l’Andromeda, il Blue Star e poi il Kromaky, e i bivacchi al Marsala, al Mediterraneo o al Sicilia, le notti coi DJ della Fazenda e i programmi musicali dal vivo (che oggi chiamiamo live) nelle radio private o i primi concerti dissacratori in aula magna.

Erano frequenti, allora, i comizi improvvisati da compagni trascinatori come Totò Giaquinta e Paola Corallo, nei giorni in cui si faceva “sciopero”, e le assemblee di classe e d’istituto.

Ricordo, in particolare, quella del 16 marzo 1978 – sequestro di Aldo Moro – tenuta nel cortile della scuola, per interrogarci sul senso di una follia e organizzare le agitazioni dei giorni successivi, con le tesi contrapposte  “pro e contro” le trattative con le Brigate Rosse, con i sospetti sulla CIA e sulla DC di Andreotti e Cossiga, e la tristezza e la rabbia del 9 Maggio – data dell’uccisione – con il rientro “mogi mogi” nelle classi per ritornare alle consuete lezioni…è bello sapere che un ingresso al liceo oggi dà proprio su Via Aldo Moro!

GLI ILLUSTRI PROFESSORI

Era oltre 40 anni fa, eppure sembra ieri quando, al biennio, la severa Santina Pulichino intimoriva con la sua bravura, la sua ironia e il suo rigore di dichiarata ispirazione fascista i compagni più fragili in Matematica e Geometria; o quando Pina Cascone ci educava all’esercizio della riflessione e dello “spirito critico” usando ad arte l’Italiano e la lettura della Stampa quotidiana e Laura Santacroce incideva in noi il “memento” della Storia greca e romana o favoriva il non facile orientamento di scalmanati quattordicenni nell’ordinata struttura della Geografia mondiale; o quando Mimma Pappalardo inaugurava la sperimentazione dell’Our Second Language, primo libro-sigaretta, quale supporto divertente per una English Conversation alimentata con vivacità dal primo all’ultimo minuto di lezione e Maria Tumminello ci riempiva di piselli e squartava in classe un’aragosta o un lombrico per farci toccare con mano la legge di Mendel e l’evoluzione delle specie animali. Poco dopo, felice dei suoi 28 anni, una vitale Carmela Guzzardi ci guidava alla scoperta del “nuovo” nella letteratura contemporanea. A me, ricordo ancora, mostrandosi sorpresa che a 15 anni preferissi la raffinata Claudia Cardinale più che le provocanti Laura Antonelli e Ottavia Piccolo, l’una ammiccante protagonista del film “Malizia” di Salvatore Samperi e l’altra sensuale attrice del film  “La cosa buffa” di Aldo Lado, propose di leggere il romanzo omonimo di Giuseppe Berto e “Il male oscuro” dello stesso autore. Li divorai in meno di tre giorni.

Ricordo quando, al terzo anno, con la sua maglia nera e spesso untuosa, il geniale ed eccentrico padre Salvatore Scimé si avvicinava al mio banco – il primo centrale, ovviamente, essendo io il più basso della classe – per declamare le sue lezioni “incontestabili” su Parmenide, Socrate, Platone e Aristotele, mentre Vincenzo Lutri ci invitava scherzosamente a fare “lo Stronzio col Cesio” alla lavagna, il buon Franco Giglio ci ubriacava, con sistematico puntiglio, di inebrianti pagine di Letteratura Inglese, e buonanima dell’indimenticabile Giuseppe Di Stefano, sosia ragusano del regista e bell’attore teatrale Giuseppe Pambieri, interrogava me e il mio compagno di banco, Diego Cimino, eccellente pediatra di non poche generazioni di pargoli ragusani, per inscenare di fronte a una classe attentissima una gara, sempre fraterna, preordinata a “dare l’esempio” ai compagni e riconoscimenti ai due contendenti. Con Diego, ricordo i compagni più cari, da Roberto Piccitto ad Adriana Bracchitta, da Bruno Occhipinti a Franca Venerando, da  Michela Serravalle a Carmelo Ferrera e ad Emanuele Criscione; e poi l’incontro e le amicizie con i nuovi compagni del corso B, da Gianna Tumino a Cettina Dipasquale, da Gaetano Manganello a Carmelo Tumino, da Giorgio Brugaletta a Biagio Baglieri, da Enzo Scribano a Gina Nobile e a Maria Giovanna Gurrieri, da Giovanni Battaglia a Enzo Vitale, a tanti altri di cui la memoria tien impressi i volti ma non più i nomi, ohimè!

O ancora quando, studente di quarta e poi di quinta classe, agitatore di studenti quale  rappresentante in Consiglio d’Istituto e promotore accanito del giornalino “Mondo Giovane” in concorrenza con i compagni de “La Città Futura”, potei far tesoro ancora vivo della profondità culturale, pedagogica e umana di Alfredo Mandarà, eccellente professore di Italiano e Latino, pacifico testimone della cultura progressista dell’epoca, mite interprete del suo “laico” Salinari e Ricci, che non potendo nascondere la sua straordinaria e appassionata conoscenza di Giacomo Leopardi, me ne fece innamorare follemente, proprio come del suo ciclo di lezioni sul rapporto fra Gramsci e Machiavelli. Un uomo integro, un educatore vero, un esempio di vita, al quale devo l’insegnamento della sobrietà nello scrivere, frutto di una paziente opera di “sgrassatura” del fraseggio e di “scultura” del periodo, dopo avere liberamente “dipinto” il proprio pensiero sulla tela della pagina in bianco. Per compensare le rare assenze cui l’impegno politico nella sua Santa Croce Camerina lo costringeva, consegnava volentieri la classe alla sostituzione “endiadica” del collega-poeta dello stesso corso, il da noi amato Ciccio Licitra, il migliore “supplente” che io abbia mai avuto.

 

Ho avuto parimenti la fortuna di dissetarmi della sapienza umana e cristiana di Luciano Nicastro, che con affascinante arte maieutica responsabilizzava e mai giudicava. Da lui imparammo a conoscere e a confrontare le diverse posizioni della critica storica e filosofica, la coscienza civile e politica, la presa di appunti “come all’università” che tanto ci servì in prosieguo, nonché la dignità di soggetti adulti che ci giungeva anche dal suo chiamarci alla terza persona (Lei, Saladino…). Da lui appresi il principio che “pacta sunt servanda” e che dobbiamo vivere facendo non l’impossibile ma certamente tutto il possibile, compreso studiare la notte, se necessario. Di lui godemmo con i compagni la figura originale, che lo vedeva “gigante” nella sua vecchia 500, con il colbacco alla russa e le sue “mistiche aspirazioni di sigarette”, che amplificavano la sua sottile ed enigmatica ironia e la sua ragionata dialettica, qualche volta usata anche con il collega filosofo di opposto orientamento, ma suo caro amico, Aurelio Guglielmino.

E ancora, mi caricai dell’energia contagiosa di Corradina Accardi, eccellente matematica con grande senso pratico, terrore delle classi e spasso delle gite d’istituto – ricordo quella di quinta a Roma, con lei accompagnatrice nelle discoteche e ai mercatini di Porta Portese – carrarmato esplicativo di limiti, funzioni e integrali e rigoroso giudice di prove di Matematica e Fisica, guidatrice sportiva di una rombante Lancia Delta HF in coppia fissa con Teresa Avila, splendida persona, che condivideva con Ciccio Recupido e Giovanni Trovato, coppia fissa anche loro, l’insegnamento di Educazione Fisica e la tolleranza del mio imperdonabile tallone d’Achille, la pigra propensione al movimento fisico. Fu lei, Corradina, ad insegnarmi – con una sola cocente insufficienza e una espulsione dall’aula per eccessiva loquela – il senso del proprio limite e l’utilità della modestia. Con lei, Dio mi apparve, per la prima volta, trascendente.

 

Oltre loro, e a professori che non nomino solo perché non furono miei insegnanti, ricordo:

l’Inglese appreso dall’esperienza “solida ed esigente” di Sara Criscione, chiamata “la Fransson” dal nome del marito svedese che tante fantasie scatenava nella mente adolescente delle mie compagne, e poi dalla frizzante “moretta dei Ricchi e Poveri”, prof. Mauro-Pluchino; il Disegno appreso grazie allo spirito artistico e al sostegno umano di Giovanni Aquila, straordinario autore di opere pittoriche di notevole pregio, nonché alla simpatia goliardica del comisano Giovanni Incremona e alle lezioni magistrali di Alfredo Campo; la Religione animata da Mario Pavone, prete colto e (per questo) scomodo, con giornali, mangianastri e audiocassette, e dibattuta in classe fra credenti e non credenti, confrontando le sensibilità conciliari di Ernesto Balducci e Italo Mancini con le sensibilità terzomondiste delle lotte di liberazione latino-americane, ascoltando le note del canto gregoriano e quelle scandite dagli IntiIllimani, fino alle suggestioni della ricerca scientifica del suo prediletto concittadino ragusano Giambattista Hodierna; la Geografia Astronomica “esplorata” con Marianna Mastruzzo e portata – funzionava così – come seconda materia alla maturità, con “Le cause delle macchie solari” ripetute, insieme a “I Sepolcri” di Foscolo, fino alla nausea (il mio orale fu il 27 Luglio).

 

L’ULTIMO RICORDO

Come dimenticare, infine, la traccia del tema di maturità – “Alla luce degli ultimi avvenimenti mondiali e del riesplodere di fenomeni di violenza, di sopraffazione e di terrorismo, che hanno investito le più diverse nazioni, il candidato sviluppi le sue riflessioni a proposito di questa affermazione di Goya: “Il sonno della ragione genera mostri” (Commentari ai Capricci n. 43) – oggi ancora più attuale di quanto non fosse allora?

Fu la trattazione di quel tema, oggi sottratta dai segreti archivi del liceo e riportata integralmente, con un commento di 30 anni dopo, su http://www.operaincerta.it/archivio/034/articoli/saladino_1.htm,  che insieme ai quesiti esatti del compito di matematica e – all’esame orale – l’improbabile “ottimismo” di Leopardi e la ricerca sulle cause delle macchie solari, mi valse la tanto attesa maturità.

Era l’anno del primo 6 a 5 (60/60) fra Scientifico e Classico (fino ad allora la concorrenza aveva sempre esibito, con borghese atteggiamento di superiorità, il trofeo del maggior numero di massime votazioni). Era anche l’anno, però, in cui il Classico aveva organizzato più giornate di “sciopero” rispetto allo Scientifico: che vergogna, che affronto!

Da allora, quanta strada avrei fatto ancora per comprendere che l’uomo non è mai abbastanza “maturo” e che nella vita, come diceva Eduardo De Filippo, gli esami non finiscono mai!

RIPORTARE LA MEMORIA ALLA COSCIENZA PER IMMAGINARE IL FUTURO

Ho riflettuto in premessa sulla parola RICORDO come memoria di sé, ma tradirei gli studenti e i professori chiamati a guidarli nel loro difficile ma necessario impegno a “diventare grandi” se non aggiungessi che al ricordo come ho voluto raccontarlo si legano, in un “fil rouge” che impedisce la “regressione al tempo che fu”, il valore della coscienza e quello dell’immaginazione.

La COSCIENZA ci dice che nulla di ciò che è stato è trascorso invano, né per la storia degli individui che hanno vissuto quegli anni né per la storia della comunità che da essi è stata generata. Il  Liceo Scientifico di Ragusa ha in realtà formato, in questi 60 anni, generazioni di classe dirigente, di imprenditori, di onesti professionisti e lavoratori e di persone umane degne che, fra mille ricordi, solo in parte da me ripercorsi, hanno contribuito a fare di Ragusa una città migliore, portando in alto il suo nome anche a livello regionale, nazionale e internazionale. Prendere coscienza di ciò deve aiutare a non farci temere per il futuro, purché si continui a lavorare bene e insieme e si guardino con realismo i risultati conseguiti anche dagli studenti più giovani nei percorsi universitari da loro intrapresi.

L’IMMAGINAZIONE, che alla coscienza fa seguito, ci dice infatti che un futuro è ancora possibile, nonostante la crisi del Sud e nonostante le “riforme” che, pur innovando l’organizzazione della scuola, rischiano di sterilizzarne lo spirito comunitario e di minare la coesione interna necessaria a far vivere anzitutto una comunità educante, buona perché capace di realizzare – come disse Piero Calamandrei agli studenti milanesi, il 26 Gennaio 1955 – il progetto ideale degli uomini che diedero il loro sangue per scrivere la Costituzione Italiana.

Come Consiglio d’Istituto, abbiamo cercato di dare il nostro modesto contributo, sperando che un’Associazione “Amici del Fermi”, venendo presto alla luce, possa concorrere a servire il nostro Liceo nel cammino di insegnamento vero e di educazione umana degli alunni per il prossimo decennio.


Autore

Gian Piero Saladino

(1961) Responsabile della Formazione e Comunicazione di Sicindustria Ragusa e Direttore della Scuola "F. Stagno D'Alcontres" di Modica (sede di un Corso di laurea in Scienze del Servizio Sociale e di un Corso di perfezionamento per “Manager del Terzo Settore”), è anche Presidente dell’AVIS provinciale di Ragusa. Già Dirigente della Comunicazione Istituzionale del Comune di Ragusa e, per 9 anni, Direttore dell’Ufficio per le Comunicazioni Sociali della Diocesi di Ragusa, ha fatto parte del Consiglio Nazionale dell'A.I.F. - Associazione Italiana Formatori ed è stato Presidente del MEIC diocesano di Ragusa. Scrive articoli e piccoli saggi di argomento sociale, politico, economico e religioso per varie testate giornalistiche locali.



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