Approfondimenti

Pubblicato il 21 Settembre 2019 | di Agenzia Sir

Il giorno del Signore e del riposo

Proseguendo la lettura dei racconti biblici degli inizi, il Papa, fra i personaggi di Genesi, giunge a nominare Noè, l’uomo che si conservava ancora integro e giusto e attraverso il quale Dio decide di aprire una via di salvezza, dopo la caduta dei progenitori e la estrema violenza di Caino su Abele. In questo contesto si introduce il principio che la “riabilitazione comporta la riscoperta e il rispetto dei ritmi inscritti nella natura dalla mano del Creatore.

Ciò si vede, per esempio, nella legge dello Shabbat. Il settimo giorno, Dio si riposò da tutte le sue opere” (LS 71). Da qui l’ordine per Israele che ogni settimo giorno sia celebrato come giorno di riposo. A ciò si aggiunge l’anno sabbatico per Israele e la terra ogni sette anni e il giubileo, anno del perdono universale trascorse sette settimane di anni, ovvero ogni cinquant’anni. In queste occasioni si concedeva riposo alla terra, non si seminava e si produceva solo l’indispensabile. Era una legislazione atta a ricordare che i frutti e i beni della natura appartenevano a tutto il popolo e che un rapporto equo dell’uomo con gli altri e con la terra prevedeva almeno in quelle ricorrenze di occuparsi delle vedove, degli orfani e degli stranieri.

È la saggezza ebraica nel leggere il tempo e la storia che in parte ha cercato di conservare ancora oggi la Chiesa, ma quanto riusciamo a vivere con questi ritmi e sentimenti nel cuore? Il nostro giorno sabbatico è la domenica, giorno del Signore, della festa e del riposo, eppure sappiamo quanto tale spazio di discontinuità dal resto della settimana sia aggredito dalle logiche del consumo. Sappiamo godere del riposo e di un contatto di amicizia con il Creato? Quanti liberi professionisti utilizzano questo giorno per lavorare come tutti gli altri? Quanti lavorano per consentire ad altri di godere di servizi che non si vogliono interrompere mai? Chi di noi, per esempio, se ha necessità, non usufruisce di un supermercato o di un negozio aperto anche in giorno festivo? Per non parlare delle fiumane di avventori nei riti di shopping nei centri commerciali.

Lungi da noi uno sguardo integralista sulla dimensione anche consumistica di cui può rivestirsi il nostro giorno sabbatico ma è chiaro che una deriva in questo senso non consente di godere appieno della pausa che era originariamente prevista come tramite per “accorgersi” maggiormente di chi ha più bisogno di noi. C’è un sottile legame fra lo sprone a contemplare il Creato nella sua poliedrica bellezza e quello che ci invita a responsabilizzarci nei confronti dei fratelli più bisognosi. Per questo occorrerebbe davvero una spinta ad acquisire un ritmo sabbatico nel senso profondo della parola. Una rinnovata alleanza fra il singolo e la comunità e fra essi e il Creato: un’occasione settimanale per un riposo autentico e un riconoscimento che i nostri beni, per quanto frutto della fatica e del merito, non ci appartengono pienamente e siamo chiamati inevitabilmente alla condivisione con vedove, orfani e stranieri del nostro tempo.

Giovanni M. Capetta

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