Cultura

Pubblicato il 14 Marzo 2017 | di Luca Farruggio

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I filosofi cattolici e i “cattivi maestri”

Tra i filosofi cattolici (che amano definirsi così), molti leggono bene il nostro tempo e il suo essere in piena crisi, ma quasi tutti cercano una soluzione virtuosa e distaccata dalla realtà. Con realismo (e non con nostalgia), invece, bisogna non cercare facili rimedi. Forse un giovane, in altri tempi, avrebbe elargito grandi speranze, ma – come ha mostrato Umberto Galimberti, filosofo e psicoanalista contemporaneo – oggi i giovani hanno come unico interlocutore ciò che lui chiama (citando Nietzsche) l’Ospite Inquietante: il nichilismo. Inutile pensare altrimenti…

Ci sono parecchi punti sui quali si potrebbe discutere e, quando si vuole vedere la realtà da altri punti di vista, si viene ingabbiati nella definizione di “allievi di cattivi maestri”. Per me non si tratta di “cattivi maestri”, ma solo di realismo, di fedeltà alla storia e di un pensare diverso dalla opinio communis. In particolare, voglio prenderne in esame due aspetti cruciali: uno strettamente filosofico e uno strettamente teologico. La visione che si ha su tali temi rischia di dare un senso fondamentale al proprio pensiero e al proprio agire.

1) E’ noto che la filosofia occidentale nasce con la domanda sul Principio-archè! E tale domanda, secondo Aristotele, parte dalla meraviglia: “Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porre problemi sempre maggiori, come i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri e i problemi riguardanti l’origine dell’intero universo” (Metafisica, I,2,982b).

Su tale meraviglia molti hanno parlato di uno stupore fanciullesco di fronte alla bellezza dell’universo. Si è intromessa troppa mielosa poesia dentro questo “passo”. Ma come hanno mostrato Emanuele Severino e Massimo Cacciari, tale meraviglia-thauma ha a che fare con il “tremendo” della realtà. L’uomo comincia a chiedersi qual è la Causa delle cause, ciò che c’è di identico in tutte le cose. E tale domanda nasce non solo in relazione agli enti e al creato, ma soprattutto in relazione a quell’ente particolare che è l’uomo. Se egli viene dal Nulla, al Nulla ritornerà! Questa è la domanda decisiva di fronte alla morte, non c’è nulla di sdolcinato. Prendiamoci seriamente: in principio ci sarà pure il Bene, ma bisogna pure ammettere quante contraddizioni e quante aporie emergono nella vita e nel suo mistero.

2) Molti filosofi cattolici affermano che bisogna ritornare alla trascendenza della tradizione, altrimenti il nichilismo ci assorbirà. Ma non è tutto ciò nel disegno del Dio cristiano? Certamente! Il vero cristiano vive in funzione della seconda venuta del Figlio di Dio, e sa che questa avverrà solo quando l’Anticristo (e la città terrena) avrà trionfato. L’uomo cristiano ha quindi una missione: essere katechon, cioè quella forza-preghiera che secondo San Paolo trattiene l’Anticristo. Egli sa che la vita è imitazione di Cristo, testimonianza assoluta della follia di Dio, dello scandalo della Croce. Perciò mentre vive il mistero profondo della vita, svela il mistero di Dio e del Suo disegno. Come Cristo dovrà affrontare la Croce (“Chi vuol venire dietro a me prenda la sua croce e mi segua”) e come Lui avrà paura della morte. Ma alla fine, tolto ogni velo, sarà eternamente salvo e faccia a faccia con il Padre. Cosi, mentre il cristiano vede nell’aldilà la vera felicità, e vive nel mondo non appartenendo ad esso e alla sua logica, l’uomo figlio della modernità cerca in tutti i modi di arginare il dolore con la tecnica, e affida ad essa la costruzione di un paradiso terrestre.

Così, seppur in modo diverso, l’uomo cristiano e l’uomo figlio della modernità, possono camminare insieme e dialogare sulla base delle parole del poeta Hikmet: “I più belli dei nostri giorni / non li abbiamo ancora vissuti. / E quello / che vorrei dirti di più bello/ non te l’ho ancora detto”. Ma il cristiano sa che prima di tale giorno dovrà fare quella che Manlio Sgalambro, filosofo e poeta siciliano, ha chiamato “la conoscenza del peggio”.

Perciò, prendiamo sul serio la paradossalità della filosofia e del cristianesimo, senza chiamare “cattivi maestri” coloro che pensano e vivono in maniera rigorosa e realissima dentro il Mistero e dentro la Vita.

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Autore

Luca Farruggio

Luca Farruggio (Catania 1984). Dopo aver conseguito la maturità classica nel 2003 a Ragusa e aver vinto il primo Premio Nicholas Green nella stessa provincia, si è laureato in Filosofia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano nel 2007, con una tesi sull’utopia scientifica. Qui ha seguito con interesse i corsi di Massimo Cacciari, Emanuele Severino, Giovanni Reale ed Enzo Bianchi. Nel 2006 ha esordito nel mondo della poesia con BUGIE ESTATICHE (prefazione di Manlio Sgalambro e postfazione di Enzo Bianchi) e nel mondo della narrativa con LA SCOMPARSA DI COLMAPOTRA. Nel 2010 ha pubblicato una raccolta di poesie, GESU’ AL BAR, vincendo la Targa Antonio Corsaro del Premio Natale Città di Tremestieri Etneo. Nel 2011 è uscita la raccolta A CUORE PURO, in cui l’autore mostra la sua vicinanza al monachesimo di Bose. Sempre nel 2011 consegue la laurea specialistica in Filosofia della Storia al San Raffaele di Milano con una tesi sulla teologia bizantina. Nel 2013 ha pubblicato il suo primo saggio: L'ESICASMO E LA DIFESA DI GREGORIO PALAMAS. Nel 2016 è uscita la sua quarta silloge poetica: DELLA LUCE NON CONOSCO IL MISTERO-LA VITA DEL POETA. Dal 2015, come pubblicista, collabora con il giornale INSIEME-RAGUSA e dal 2018 con Operaincerta e diversi blog. Nel 2016 ha conseguito il Master di II livello in Didattica della Lingua Italiana presso l'Università Tor Vergata Roma. Nel 2017 è uscito DEL PESSIMISMO TEOLOGICO, un dialogo tra un teologo, un filosofo e un poeta, e nel 2018 ha pubblicato L'ULTIMA PAROLA (prefazione di Domenico Ciardi), la sua quinta raccolta di poesie.



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