Vita Cristiana

Pubblicato il 6 Aprile 2017 | di Lettera in Redazione

Eutanasia, il direttore risponde a una lettrice

Egregio Direttore,
desidero sottoporLe alcuni interrogativi che agitano la mente e il cuore di tanta gente dopo gli eventi, come quello di DJ Fabo, che riguardano il “fine vita”, vista anche la ripresa del dibattito parlamentare sul DDL (Allegato) che mira a introdurre l’istituto del consenso informato e delle Disposizioni anticipate di trattamento (DAT).

Una prima questione si riferisce alla confusione che si fa, spesso, fra eutanasia e interruzione di accanimento terapeutico, dimenticando questa distinzione fondamentale riguardo al fine vita. L’eutanasia (letteralmente “buona morte”) corrisponde al comportamento di chi, con l’aiuto di un terzo, si procura intenzionalmente la morte perché ritiene che la qualità della sua vita è definitivamente compromessa. Questa pratica, finora vietata dalla legge italiana, avviene perlopiù mediante somministrazione di farmaci che inducono la morte, ed è cosa diversa da una interruzione di accanimento terapeutico, pratica non solo lecita ma eticamente e giuridicamente vincolante, a tutela della dignità della persona umana.

Il dubbio è: come si fa a distinguere eutanasia passiva e interruzione di accanimento terapeutico nelle situazioni concrete?

Una seconda questione si riferisce al valore della coscienza individuale riguardo alla legittimità o meno di praticare l’eutanasia. Colui che soffre non vede possibilità di recupero dalla sua malattia e non vuole gravare sui propri cari in misura eccessiva e per tempi lunghi e imprevedibili; per questo egli rivendica il diritto “a una libera scelta”. Egli percepisce la vita come una prigione da cui desidera scappare, ma la fede cristiana, il giuramento di Ippocrate e la legge italiana ribadiscono che l’eutanasia è un vero e proprio suicidio (da parte di chi la chiede) – omicidio (da parte di chi la procura).

Il dubbio è: come possiamo giudicare una persona che, pur vivendo questo travaglio interiore, decide di mettere fine alla sua esistenza?

Una terza questione nasce dal fatto che in quattro paesi europei l’eutanasia è legalizzata – Svizzera, Olanda, Belgio e Lussemburgo – e che ad essi si aggiungono, nel resto del Mondo, Cina, Colombia e Giappone. In Italia, procurare la morte di una persona consenziente è un reato di omicidio (sanzionato fino a 15 anni di reclusione), sia nel caso di eutanasia attiva che in quello di eutanasia passiva. Molti degli italiani che intendono praticare la “dolce morte” vanno quindi all’estero (ogni anno, ne vanno 200 in Svizzera).

Il dubbio è: come giudicare tale fenomeno che consente a chi ha soldi di eludere la legge italiana? (se il divieto non basta a impedire il fenomeno, perché chi ha soldi è libero di eludere la legge e chi non ne ha è costretto comunque a soffrire?)

Mi rendo conto che gli interrogativi sono tanti e che le risposte che emergono sulla stampa rischiano, purtroppo, di essere usate ideologicamente, dall’una e dall’altra parte. Io non voglio vivere in una società suicida, dove la libertà dell’individuo sia riconosciuta anche quando la vita potrebbe naturalmente continuare, ma non vorrei impedire, in contesti tragici e irreversibili, che la vita possa concludersi in modo naturale, senza imporre ostacoli artificiali all’inevitabile…. mi pare che la via sia stata indicata anche da Giovanni Paolo II e dal Card. Carlo Maria Martini.
La ringrazio anticipatamente per la sua illuminante risposta.

LETTERA FIRMATA

Gentile lettrice,
rispondo volentieri alle sue domande, pur rendendomi conto che la mia risposta sarà, per ovvi motivi, schematica e niente affatto esaustiva, specie se si tiene conto della complessità del problema, che a mio avviso è stato enfatizzato e perfino strumentalizzato dai media, che sono arrivati di fatto a “spettacolarizzare” la grande sofferenza di una persona, di fronte alla quale l’unico atteggiamento adeguato sarebbe stato quello di un silenzio rispettoso e carico di compassione.

E ora rispondo alle sue domande:

1) Noi riteniamo gravemente illeciti sia l’eutanasia che l’accanimento terapeutico, perché entrambe queste pratiche non sono rispettose della dignità della persona. Quasi tutti si dicono contrari all’eutanasia attiva, mentre alcuni non riescono (o non vogliono) distinguere il confine tra la cosiddetta eutanasia passiva e l’accanimento terapeutico. L’eutanasia è sempre “attiva”, nel senso che si prefigge comunque lo scopo di porre fine alla vita di una persona.

L’accanimento terapeutico si può ravvisare quando si verificano alcune condizioni: la futilità o inutilità delle terapie, che di fatto non curano più il malato; la gravosità delle stesse per il malato, in una proporzione in cui i benefici sono quasi irrilevanti rispetto alle sofferenze (si pensi a certi inutili “viaggi della speranza”); la sproporzione o la rischiosità dei mezzi usati rispetto ai benefici che se ne possono ricavare. Mentre non siamo tenuti moralmente ad utilizzare mezzi rischiosi o sproporzionati, non possiamo mai sospendere i mezzi ordinari, quali la respirazione, l’idratazione e la nutrizione, almeno fino a quando questi siano possibili, sulla base di un giudizio che il medico esprime secondo “scienza e coscienza”.

2) È sempre difficile giudicare l’operato di una persona che, in preda a gravi sofferenze, decide di suicidarsi. Di fronte a questo fatto dovremmo però sentirci tutti interpellati e, in qualche modo responsabili. A mio avviso si dovrebbero potenziare le cure palliative, che permettono di alleviare il dolore anche con analgesia forte, e le strutture di “cura globale”, come gli “hospices”, di cui purtroppo ancora si parla molto poco.

3) Credo che una legge sul fine vita vada fatta anche in Italia, non facendosi condizionare da ciò che “legalmente” si può fare in altri Paesi, ognuno dei quali legifera secondo proprie visioni, che ovviamente sono opinabili e, talora, inaccettabili. Pensi che in qualcuno di questi Paesi si consente l’eutanasia dei minori o di soggetti affetti da depressioni psichiche. Ritengo però che, al di là di una normativa giuridica, che risulta pur sempre imperfetta e frutto di compromessi politici, vada potenziata la coscienza morale di tutti noi, chiamandola a farsi carico delle esistenze umane più fragili, che interpellano la nostra responsabilità. Mi pare che questa sia stata anche la visione di Giovanni Paolo II e del card. Martini.

don Mario Cascone




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