Attualità

Pubblicato il 29 Aprile 2017 | di Luca Farruggio

Oltre la filosofia della rotatoria

 

Leggere l’articolo del Professore Luciano Nicastro, filosofo e sociologo ragusano, pubblicato su Insieme online con il titolo “Dove non arriva la Politica supplisce l’inventiva dei ragusani”, mi ha dato modo di riflettere e di maturare un ragionamento logico e culturale che, con sincerità e spirito di dialogo, mi piace condividere col professore e con i lettori interessati.

Premessa

Pur non essendo nato a Ragusa, ho grande rispetto per la città in cui sono cresciuto e dove sono nate amicizie feconde. Tuttavia, da intellettuale cristiano “non prettamente cattolico” (è nota la mia vicinanza all’ecumenismo di Bose e la mia frequentazione con orientamenti filosofici anche non cattolici), penso e credo che l’unico “puro” aggettivo possessivo che un individuo possa usare non sia legato né a una città, né a qualcosa di prettamente materiale (in questo dissento da tanti poeti e cantanti), ma solo all’anima e al corpo che ognuno dovrà restituire al Signore nel giorno del sorgere della Sua Città.

Con questo, non voglio apparire apocalittico, ma ricordare anche a me stesso quali sono le “cose” che ci appartengono per un certo periodo e quelle che ci appartengono per l’eternità: le une e le altre vanno trattate con sacro rispetto, ma la distinzione – filosoficamente– è per me necessaria per assumere un sano approccio al tema trattato dal Prof. Nicastro nel suo articolo.

Infatti, solo a partire da tale chiarezza concettuale, è possibile avanzare la pretesa di una filosofia politica del bene comune (Utopia sicuramente necessaria per raggiungere almeno alcuni obiettivi che possono vivere solo nell’Idea-Archetipo). Prima della Politica, ci vuole una “Idea comune” (i tedeschi direbbero “Weltanschauung”), altrimenti si hanno mille idee (“questo è mio”, “questo è tuo”, “questo è giusto”, “questo è sbagliato”, e così all’infinito) in conflitto perenne tra loro. Solo se saremo capaci di assumere tale realissimo-utopico approccio, forse potremo beneficiare di un “Bene comune”, cioè il passaggio dalla “logica dell’io” alla “logica del noi”.

Segnali negativi

Il Professore parla di alcuni “segni vistosi, buche a ripetizione e segni fatali”. Non mi sono del tutto chiare, nello specifico, le preoccupazioni sulle quali egli va riflettendo, ma credo siano quelle tipiche del nostro tempo. Quindi, anche qui voglio chiarire: ci sono problemi tipici di una città, ma soprattutto ci sono problemi tipici di una città in quanto appartenente a una Nazione e a un Continente. Come sostiene il mio maestro Massimo Cacciari, o si cambia davvero il destino dell’Europa (trovando un equilibrio tra le proprie “trasgressive” radici e i propri valori di tolleranza e fratellanza) o sarà il collasso e il nascere di qualcosa che ancora non possiamo porre in immagine. Anzi, senza voler chiudere gli occhi sui problemi della città (e quindi dei cittadini), bisogna dire che Ragusa è una città in cui, ancora, si vive tranquilli, anche dopo l’aumento del fenomeno dell’immigrazione.

Sicuramente, come in molte realtà del Sud, si segnala il solito problema: di fronte al nuovo e al cambiamento (di qualsiasi tipo, ma specialmente quello culturale) tutti hanno paura e si lamentano, ma poi, darwinianamente, o ci si adatta o non si sopravvive. Ad esempio, mi sembra di aver fatto qualche corsetta al Porto di Marina di Ragusa con amici che ne parlavano male; poi, si sono semplicemente adattati e, nel correre, stavano meglio di me! In futuro, non mi stupirei nel vedere tutti i cittadini felici per la rotatoria, al momento tanto detestata. E tutto ciò lo dico con realismo, non con fatalismo.

Perché, il problema non è tanto l’orrenda rotatoria in Piazza Libertà, quanto la mancanza di una visione d’insieme e comunitaria. Se una città non ragiona come una grande famiglia, o meglio come una grande comunità, allora non ci si può stupire se da un giorno all’altro qualcuno ci metterà una Piramide dentro casa. E sono sicuro che l’uomo si adatterebbe anche di fronte all’assurdo! La mancanza di un progetto serio per la comunità sfocia in questa malsana “filosofia della rotatoria”, che appare e scompare ciclicamente con i suoi abietti e inutili frastuoni. Bisogna liberarsi da questa mentalità!

Segnali positivi

Il professore Nicastro parla positivamente di poli formativi e culturali. Ma, se si vuole essere sinceri, agli eventi culturali organizzati a Ragusa c’è sempre una limitata partecipazione, specie da parte dei più giovani. Solo per il Festival A Tutto Volume, evento culturale e mondano nello stesso tempo, le piazze sono piene di giovani e di persone di ogni età.

Quindi il problema, da un lato sembra riguardare il tipo di proposta fatta ai cittadini ragusani, dall’altro sembra quello di non trovare abbastanza persone che siano “educate” ad eventi culturali meno ammalianti e meno “televisivi-pubblicitari”.

Se la città non è pronta a rispondere a certi eventi, vuol dire che bisogna vedere il male alla sua radice: il problema, che non riguarda solo Ragusa ma l’intera Nazione (e potremmo andare anche oltre), è il gap che si è creato tra le diverse generazioni. I giovani sembrano essere sempre giovani, e gli altri essere eterni lavoratori. Che dialogo può esserci di fronte a una distanza così abissale? Solo i valori più forti e autentici possono colmare tale abisso e aprire un dialogo fecondo.

E’ questo che non funziona, inutile cercare altri misteri! Tutto ciò che non funziona parte da lontano e si può vedere da molto vicino. Se alle persone viene tolta la dignità, allora anche la città resterà sempre malata. Bisognerebbe ripartire da ciò che ci sta più a cuore, dalla cultura in senso lato, cioè da un saper coltivare-educare. Perciò, prima di esprimere e ascoltare le mille voci (e le urla), chiediamoci se la città possiede davvero un’idea concreta, un progetto di ciò che vuole essere! E da tale Grande Idea (un esempio potrebbe essere Ragusa “Capitale della Cultura”) si potrà solo dire, kantianamente: “di noi stessi tacciamo, della cosa parliamo”.

Conclusione

Se non ci sforziamo di “andare alla cosa stessa”, rischiamo di restare dentro il vortice d’insensate polemiche. Insensate, in quanto hegelianamente astratte (cioè non in relazione al punto di vista del Tutto). Dietro una tale “filosofia”, in realtà, non si cela sempre una inconsapevole neikosofia? A mio avviso, sì! Ma non sarà mai l’odio a distruggere le barriere dell’ignoranza!

In ogni caso, mi dispiace non essere io l’amabile confutatore cui fa riferimento il Prof. Nicastro, ma sono comunque un amico con il quale dialogare passeggiando per una città che ad oggi, nonostante tutto, mi sembra godere di buona salute!

Ci fermeremo di fronte al prossimo problema da risolvere concettualmente…. magari non saremo vicino all’outopia (non-luogo), ma speriamo di trovarci ancora nell’eutopia (buon-luogo).

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Autore

Luca Farruggio

(Catania 1984). Filosofo e poeta, si è laureato al San Raffaele di Milano nel 2011. È allievo di Massimo Cacciari ed Enzo Bianchi. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Bugie estatiche (Il Filo 2006, prefazione di Manlio Sgalambro) e Del pessimismo teologico (Il Prato 2017, prefazione di Giuseppe Girgenti). Si guadagna da vivere insegnando in Veneto e ogni tanto, come pubblicista, dice la sua dove gli capita.



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