Approfondimenti

Pubblicato il 25 Maggio 2017 | di Redazione

Il dovere della verità, risvolti etici e morali

In occasione del Seminario di formazione per giornalisti e operatori della Comunicazione, svoltosi ad Aidone il 20 Maggio scorso, don Pasquale Buscemi, docente di Teologia Morale presso la Facoltà Teologica di Sicilia, ha incantato i presenti con una relazione di straordinaria bellezza e profondità.  
Egli ne ha voluto fare dono ad Insieme ed Insieme ha il piacere di condividerne il testo con i lettori.
Premessa

In un articolo apparso su La Repubblica di domenica 30 aprile (pag. 13) a firma di Alessandro Baricco, l’autore critica la definizione data da alcuni studiosi e sociologi dell’epoca contemporanea identificandola come epoca della post-verità, perché a dir suo infondata e fuorviante e non aiuta a capire; in compenso facilita spesso a sdoganare comportamenti discutibili e idee sciocche. La prima obiezione che egli fa al termine post-verità è che non è mai esistita un’epoca della verità; anzi essa confrontata ad altre epoche sembra decisamente poco incline a farsi prendere per il sedere dalle menzogne. Sempre l’autore afferma che la cosa ha definitivamente virato nel grottesco quando è arrivata l’espressione “adesso che viviamo nell’epoca della post-verità” … Adesso che viviamo nell’epoca della post-verità anche un campione di baseball può fare lezione all’università, le etichette di salami possono dire quello che vogliono … e chiunque può decidere se Bobbio era un fesso o no. Insomma: adesso che viviamo nell’epoca della post-verità, liberi tutti … tutta la vicenda della post-verità non è che una sfumatura di un grande evento che sta ridisegnando il mondo.

Sempre nello stesso quotidiano in un altro articolo a firma di Maurizio Ferraris dal titolo Perché dobbiamo chiamarla così (pp. 15-17) riporta il titolo eclatante di Time del 03.04.2017: La verità è morta? L’autore afferma che abbiamo a che fare con una inflazione della verità. Sebbene la verità venga a galla prima o poi, la ricerca della verità difficilmente si può svolgere a mani nude e senza un addestramento culturale. L’autore fa riferimento ad Agostino che nelle Confessioni afferma: Voglio fare la verità, non solo nel mio cuore, ma anche per iscritto e di fronte a molti testimoni. Egli si chiede cosa intende Agostino? Che si fa la verità così come si fa il caffè … no. Il senso della frase, per lui, è questo: La verità non è nulla di autoevidente e richiede un addestramento tecnico, oltre che una buona dose di buona volontà e a volte persino di coraggio personale. Le idee sono a buon mercato come le mele, diceva Hegel e l’esplosione documediale del web lo dimostra come meglio non si potrebbe. Come distinguere le buone idee, si domanda? Seguendo il test proposto da William James: «Vere sono quelle idee che possiamo assimilare, convalidare, corroborare e verificare. Le idee cui non è possibile fare tutto questo sono false».

Inizio a trattare il tema riferendo una favoletta scritta da Fedro: Verità e menzogna, la cui morale è: La bugia e la menzogna non hanno gambe, mentre la verità, anche se lentamente, con il tempo prevale sempre, per cui per l’autore il dovere di dire la verità è evidente.

 

Verità e menzogna

Una volta Prometeo, il vasaio della nuova epoca, con cura fine aveva fatto la Verità, perché potesse rendere la giustizia tra gli uomini. Improvvisamente chiamato da un araldo di Giove affida la bottega al fallace Inganno, che aveva preso da poco per l’apprendistato. Costui acceso dall’impegno, con abile mano plasmò una statua di simile aspetto, insieme simile nella statura ed in tutte le membra, fin che ebbe tempo. Essendo stato fatto tutto ciò ormai mirabilmente; gli mancò l’argilla per fare i piedi. Ritorna il maestro; Inganno turbato da questa paura, velocemente si mise al suo posto. Prometeo ammirando la grande somiglianza delle due statue volle che sembrasse merito della propria arte. Così introdusse in fornace le due statue; ed essendo cotte ed infuso lo spirito, la sacra Verità si mosse con passo moderato, ma l’imitazione tronca si fermò sul suo passo. Allora la falsa immagine e la fatica dell’opera furtiva fu chiamata Menzogna, perché anch’io son d’accordo chiaramente con quelli che dicono che non ha piedi. Talvolta le cose finte inizialmente servono agli uomini, ma col tempo tuttavia la stessa verità appare.

Un riferimento obbligato è Mt. 5,33-37, tra le antitesi riguardanti la Legge, Gesù fa riferimento all’ottavo comandamento: Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: “Non giurate affatto né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme perché è la città del gran Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello”. Sia il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, No”; il di più viene dal Maligno.

Con queste parole il Signore insegna come diventare, giorno dopo giorno, uomini e donne sempre più autentici e liberi, “belle persone” proprio come lui desidera. E non ci nasconde che questa non è impresa da poco (si tratta di entrare nel Regno dei cieli) e richiede un preciso impegno da parte degli uomini. Così i discepoli, che appartengono al Regno, si rivelano persone del Sì, sì e del no, no alla chiamata di Dio, all’altro che lo condivide con me. “No” non solo a tutto ciò che è male, ma anche a quello che è di ostacolo o semplicemente che è di troppo. Allora si rifuggono i giri di parole quando il cuore ha deciso di amare.

Nelle antitesi cogliamo che la Parola del Signore è venuta a portare compimento, anzi a ribaltare alcuni giudizi e comportamenti presenti nella cultura e mentalità del tempo. Veramente la Parola del Signore è capace di creare “l’uomo nuovo” che ha come statuto di vita la Parola che lo libera e lo salva.

 

  1. Il concetto di verità nella storia del pensiero

In modo sintetico e come flash veloci, presento alcuni concetti di verità offertici da correnti filosofiche. La questione centrale per la scienza, la filosofia e la teologia è quella della verità: nessuna delle tre raggiungerà la verità tutta intera, possiamo però sperare in un avvicinamento progressivo a essa; esse procedono nel complesso affiancate, poiché riconoscono un impegno comune: ritengono che vi sia una verità da trovare o a cui avvicinarsi, in un incontro velato e difficile, ma in linea di principio possibile.

Giovanni Paolo II in Fides et Ratio n. 1 afferma che la fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità. È Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui.

Alla base della conoscenza umana sta l’intuizione che esiste una profonda intellegibilità del reale, in cui si esprime il Logos. Nella creazione si instaura un grande dialogo tra due intelletti: l’umano e il divino. L’eterno mistero e l’eterna sorpresa del mondo è la sua intellegibilità. Non potrebbero esservi scienza, filosofia e teologia senza l’assunto che è possibile cogliere il reale con le nostre idee, senza una qualche forma di certezza sull’armonia e l’intellegibilità dell’essere.

Le possibilità della scienza e della filosofia sono già inscritte nel fatto che il cosmo è creato, che noi ne facciamo parte come Imago Dei.

Per molti filosofi, tra cui Agostino, la felicità dell’uomo consiste nella fruizione della verità; l’analisi di questo concetto riveste carattere primario anche per la vita, di cui non rende pienamente ragione una concezione soltanto epistemologica del vero: infatti esiste un significato esistenziale della verità, e non solo in qualcosa che si conosce, ma qualcosa che illumina la vita e dirige l’azione. I concetti fondamentali di verità presentatisi nella storia del pensiero sono riconducibili a diverse posizioni.

  1. a) La verità come corrispondenza tra pensiero e realtà. Questa posizione è presente fin dagli inizi del pensiero greco e trova espressione in Platone: «Vero è il discorso che dice le cose come sono, falso che dice come non sono» (Cratilo 385b; Sofista 262e). Per Parmenide a-letheia è una dea che esige, comanda, impone. La parola che pronunzia non ammette né transazioni, né mediazioni: quando appare la luce della verità il mondo ne risulta semplicemente annullato. Due principi sono in lotta tra loro, in alternativa inconciliabili, la verità e la menzogna, il pensiero vero e il pensiero falso, il Dio della saggezza e il suo nemico. Il tema viene ripreso e adeguatamente approfondito da Aristotele: «Vero è dire che l’essere è e che il non essere non è» (Metafisica IV 1011b, 27-28). Queste posizioni del pensiero greco vengono fatte proprie da quello successivo e divengono un caposaldo della filosofia e della teologia del cristianesimo, come dell’ebraismo. Per Tommaso d’Aquino la verità è adaequatio intellectus et rei (Summa Theologiae I Quaestio 16). Per Aristotele e Tommaso la verità dichiarativa o apofantica sta nel pensiero, ossia nell’intelletto che compone veracemente o falsamente soggetto e predicato. Per Kant il bene e il male, ossia la verità morale sono la conformità-difformità dell’arbitrio rispetto alla legge (cfr. La religione entro i limiti della sola ragione, 1793 cap. 1); per Aristotele nel campo della ragion pratica la verità è corrispondenza alla rettitudine del desiderio (cfr. Etica nicomachea, 6 1139a, 30). Nel caso della «sequela» l’idea di verità si presenta come conformità fra modello-maestro e discepolo: ci si conforma a qualcuno perché si ha fiducia in lui. La verità si riceve fidandosi e affidandosi, all’interno di un rapporto personale. Giova aggiungere che i termini di adeguazione, conformità, corrispondenza non implicano una conquista esaustiva dell’intellegibilità dell’oggetto: l’oggetto più semplice non è mai definitivamente conosciuto, esaurito nei suoi molteplici aspetti. Il criterio della verità come adeguazione include il criterio della non-adeguazione, ossia indica l’apertura di una relazione tra mente e realtà mai conclusa, indefinitamente suscettibile di nuovi sviluppi.
  2. b) La verità come manifestazione, apertura, evidenza, contatto diretto, scoperta. Questa comprensione del concetto di verità è propria di diverse scuole come l’epicureismo: la verità è data nella stessa percezione sensibile, capace di manifestare la cosa com’è. Cartesio al criterio della conformità sostituisce quello dell’evidenza immediata propria dell’idea chiara e distinta. La corrente fenomenologica avviata da Husserl che presenta l’idea che l’intuizione fenomenologica dell’essenza ci può consentire di raggiungere il vero; anche la dottrina della verità come non ascosità, scoprimento, a-letheia (Heiddeger: cfr. Sull’essenza della verità 1930). Al fondo sta l’idea che la realtà sia di per se stessa automanifestativa, cioè fanica. La logica della verità è anche la logica della scoperta, dell’impensato, della novità.
  3. c) Il concetto di verità come rivelazione. In tale concetto si ha di mira il disvelamento per iniziativa divina di aspetti preclusi all’uomo. Con la rivelazione si valuta il fossato tra finito e infinito e si propone all’uomo uno svelamento del mistero. Chi disvela è il Verbo o intelletto divino, poiché esso è la verità stessa. Esso disvela sia creando e inserendo nelle cose un logos che riflette parti del Logos originario, sia scoprendo tramite una rivelazione positiva religiosa qualcosa della vita di Dio e del destino ultimo dell’uomo. La prima intuizione è spesso presentita dagli scienziati (per es. Einstein); l’altra concezione cioè la verità come conformità è propria del cristianesimo e si ritrova in Agostino, Anselmo, Tommaso. Se il cosmo è capace di parlare all’intelletto umano è perché esiste una originaria proporzione, in esso si esprime un Logos o una verità ovunque diffusa. Su ciò si fonda la verità della analogia che rende possibile una certa conoscenza di Dio a partire da quella delle cose (cf. 9,1; 16,12; 18,14).
  4. d) La verità come coerenza. Questa è tematizzata nella filosofia critica. È ciò che sostiene Kant nella critica della ragion pura. La verità è l’accordo di una proposizione con il sistema delle altre proposizioni, ossia la concordanza o conformità delle proposizioni fra loro.
  5. e) La verità come conformità a una regola. Questo concetto di verità ha un importante ambito di validità nella verità morale, la quale può venire intesa come la conformità dell’atto umano alla legge morale (cfr. Kelsen 1881-1973).
  6. f) La verità come consenso intersoggettivo. È la concezione che emerge dalle recenti filosofie della comunicazione (Apel e Habermas): per questi autori la verità è sia un presupposto sia uno scopo finale dell’azione comunicativa illimitata nella comunità.
  7. g) La verità come utilità ed efficacia. (Nietzsche: «E’ vero ciò che risulta utile per la vita; la verità non è qualcosa di esistente da scoprire ma qualcosa da creare ai fini del potenziamento della vita»). Il pragmatismo diffonde l’idea che nel campo della morale e della religione la verità consiste nella capacità di offrire soluzioni efficaci ai problemi (W. James, J. Dewei).

Fra i contemporanei sono forse Jacques Maritain e Martin Heiddeger coloro che più intensamente hanno meditato sul tema della verità, il primo richiamandosi alla lezione classica, il secondo reinterpretandola in modo originale.

 

  1. La verità nella rivelazione

Nella rivelazione è trasmessa un’idea ricca di verità: non solo la natura, anche la Parola di Dio è comprensibile. Entrambe parlano all’uomo, seppure diversamente. È noto che per Galileo Dio era l’autore oltre della Scrittura anche del libro della natura (Lettera a Padre Benedetto Castelli, 21.12.1613).

Nell’AT il termine verità (emet) evoca la sicurezza, la fedeltà, la costanza ed entro questo senso è incluso anche quello di verità come conformità. Verità è tanto qualcosa che appare allo scoperto, che non può essere nascosto né taciuto, quanto veracità, ossia capacità di dire il vero, di non ingannare. Il Dio di fedeltà è identicamente il Dio di verità (Es. 34,6; Sal. 31,6). Se intendiamo la verità come l’apparire della realtà così com’è ed il suo svelamento, nella rivelazione essa si presenta come luce che cade sul reale, su noi e sul mondo, luce che svela offrendo sicurezza e salvezza all’esistenza minacciata e che ultimamente è non una dottrina ma una persona. La sorgente di tale movimento disvelante è appunto Gesù Cristo, la luce vera che illumina ogni uomo che viene nel mondo. Il Prologo di Giovanni presenta il Cristo come il Verbo Incarnato, pieno di grazia e di verità (Gv. 1,14). Egli è il Logos che dà consistenza, esistenza e intellegibilità al mondo. Camminare nella verità, che è camminare in Dio e con Dio è un’esigenza essenziale per l’uomo, cui Gesù si offre dicendo di sé: «Io sono la Via, la Verità e la Vita» (Gv. 14,6). L’esigenza della verità assume una portata ben più ampia di quella di un discorso logicamente coerente, poiché sono implicati l’agire e la libertà: «Se persevererete nei miei insegnamenti, sarete veramente miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv. 8,31-32). Non si tratta solo di una conoscenza teorica ma esistenziale, una verità che entra nel cuore dell’uomo e lo aiuta a liberarsi, a strapparsi dalla menzogna, dall’odio, dalla ribellione a Dio. Chi conosce la verità è da Dio e l’amore di Dio dimora in lui. Se questi sviluppi religiosi e contemplativi presuppongono l’idea di verità come insieme di asserzioni vere e conformi al reale, il significato esistenziale di verità come qualcosa, come ultimamente una persona, tende a imporsi. Ciò lo si vede dallo scambio tra Gesù e il procuratore Ponzio Pilato, in cui la questione della verità sale sul proscenio. Alla domanda di Pilato: «Tu sei Re?», Gesù risponde: «Tu lo dici; io sono Re. Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce» (Gv. 18,37). Pilato chiede: «Quid est veritas?». Forse pone la domanda distrattamente, quasi con fastidio e scetticismo; aveva fretta perciò non attende la risposta. I medievali, meno frettolosi, immaginarono che nella domanda di Pilato fosse divinamente contenuta la risposta, semplice anagramma della prima e che suona: «Est vir qui adest». A Pilato Gesù fa intendere che è Egli stesso. Quid est veritas?: est vir qui adest. Se nei Vangeli canonici non è registrata alcuna risposta del Cristo alla questione di Pilato, una sentenza di notevole significato si trova invece nel Vangelo apocrifo di Nicodemo, volto a narrare le ultime fasi della vita del Nazareno dal processo in avanti. In questo racconto Gesù raccoglie il problema di Pilato, aggiungendo: «La verità è dal cielo (da Dio)». Il dialogo prosegue con Pilato che osserva: «Non c’è verità sulla Terra?» e con la risposta del processato: «Tu vedi come quelli che dicono la verità sono giudicati da coloro che hanno autorità sulla Terra». La risposta dell’apocrifo converge con quella di Gv.: «La verità è qualcosa di divino: è Dio stesso».

Nella Prima Lettera a Timoteo leggiamo: «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità» (1Tim. 2,4) si presenta la domanda a quale verità si faccia allusione. Non è qui evocata una verità esclusivamente epistemologica o scientifica che si esaurisce in enunciati, ma un senso esistenziale e salvifico di vero. La rivelazione è generatrice di nuova razionalità non soltanto proponendo all’uomo nuove verità, nuovi campi, nuovi oggetti cui mai avrebbe potuto pervenire, ma disponendo l’apertura dell’animo all’intero, alla realtà, al cui centro sta il Verbo Incarnato. La rivelazione conferisce alla mente umana un ampliamento di orizzonte ed una sopraelevazione intensificante del suo atto, per cui essa discerne e valuta tutto, e ritiene il meglio. Essa pensa in Cristo e in Lui e con Lui ricerca; è in grado di formare oltre le frontiere del tempo e dello spazio una comunione di pensiero e di ricerca. Può dunque costituirsi una razionalità redenta, capace di investire positivamente l’atto razionale nella molteplicità delle sue operazioni e desiderosa di attingere alla sorgente-Cristo, nel quale abita corporalmente la pienezza della divinità e stanno tutti i tesori della scienza e della sapienza (cfr. Col. 2,3.9). L’evento cristiano veicola un’idea inedita di verità come sintesi di universale ed insieme di ciò che è “eventuale”, storico, personale. La verità del cristianesimo è al suo vertice universale concreto, è in ultima istanza una persona. Nell’Incarnazione accade la realizzazione massima dell’universale concreto, laddove eternità e tempo universale ed evento singolo si danno la mano e si uniscono. La unicità del Dio-Uomo dipende dall’iniziativa divina: Dio entra nel tempo, l’Eterno si fa a noi contemporaneo, «il tutto si nasconde nel frammento, Dio assume il volto dell’uomo» (Fides et Ratio 12). Nel Concilio Vaticano II si incontra una ripresa e un aggiornamento di questa idea. Notevole appare l’assunto secondo cui la verità di Dio, la quale risplende nelle rivelazione, avviene in atti e parole (Dei Verbum 2), a testimonianza di un’idea di verità non riducibile solo ad un elemento astratto e dottrinale. Si afferma inoltre la capacità metafisica dello spirito umano che può conoscere con certezza Dio, principio e fine di tutte le cose, con il lume naturale della ragione umana a partire dalle cose create (Dei Verbum 6). Dignitatis Humanae 1 afferma: «Tutti gli uomini sono tenuti a cercare la verità, specialmente ciò che riguarda Dio e la sua chiesa, e una volta conosciuta abbracciarla e custodirla, … questi doveri toccano e vincolano la coscienza dell’uomo, e che la verità non si impone che in forza della stessa verità, la quale penetra nelle menti soavemente e insieme con vigore».

 

  1. Il dovere di dire la verità

Il campo della comunicazione-informazione è oggi caratterizzato da una situazione paradossale. All’incremento quantitativo delle informazioni sembra corrispondere infatti una crescente dequalificazione del comunicare, sia sul terreno delle dinamiche relazionali che degli stessi contenuti trasmessi.

I nuovi strumenti, di cui l’uomo dispone, hanno contribuito ad abbattere le distanze fisico-geografiche e culturali del passato, trasformando il mondo in un “piccolo villaggio”. Ma questa unificazione, in sé positiva, ha dato luogo in realtà a processi di massificazione sociale e di omologazione culturale, che hanno provocato la crisi dell’identità soggettiva e alterato profondamente l’articolarsi delle relazioni interumane.

L’estendersi delle informazioni e la tendenza a manipolarle, grazie all’uso di tecniche altamente sofisticate e largamente pervasive, hanno reso inoltre sempre più precaria la possibilità di controllare ciò che viene comunicato e di formulare giudizi veritieri.

L’odierna crisi della comunicazione è la conseguenza di un insieme intrecciato di fattori strutturali e culturali, che hanno la loro insorgenza nel progresso tecnologico, ma anche nelle scelte economiche e socio-politiche dei poteri forti della nostra società. Le modalità del comunicare sono profondamente cambiate con l’introduzione di nuovi canali e di nuovi linguaggi; mentre d’altro canto, l’informazione ha assunto i connotati di una vera industria, guidata da logiche economistiche e funzionali, che finiscono per vanificare le istanze dell’oggettività e della verità.

 

  1. Trasformazioni tecnologiche e mutazioni antropologiche e sociali

L’informazione e la comunicazione sono oggi soggette a profonde trasformazioni, che esercitano una decisiva influenza sulla coscienza, provocando modificazioni dei modi di pensare e sentire la realtà; dando vita ad una svolta antropologica, dalla quale discendono nuove modalità di relazioni dell’uomo con se stesso, con gli altri e con il mondo.

L’emittente non è più, come nella comunicazione immediata, un soggetto che si rivolge direttamente a uno o più soggetti; è “una struttura” complessa nella quale un ruolo decisivo è rivestito dall’ideologia del gruppo di potere che detiene la proprietà dello strumento. La trasmissione di fatti e di idee avviene secondo una interpretazione funzionale agli interessi di tale gruppo. L’ideologia costituisce la pre-comprensione attraverso la quale viene filtrato il messaggio lungo tutto il percorso della sua elaborazione: dalla ricerca del suo contenuto alla sua confezione fino alla sua emissione.

L’organizzazione di emittenza è in grado di creare l’orientamento dell’opinione pubblica, spingendo coloro che ricevono messaggi a fare propri gli stili di vita proposti e ad assumersi il compito di propagarli all’interno del gruppo sociale di appartenenza.

L’aspetto più inquietante sotto il quale vanno considerati gli odierni processi comunicativi è quello della mutazione antropologica.

Società di massa e cultura di massa hanno provocato una situazione grave di spersonalizzazione dell’uomo, la caduta in una forma di anonimato collettivo.

L’incidenza dei media ha trasformato i campi della socializzazione e dell’educazione, con consistenti ricadute sulle relazioni primarie e sulla vita familiare.

L’uomo è sempre più esposto al potere della macchina. La tecnocrazia imperante tende a pervadere tutti gli ambiti della vita, genera aspetti di asservimento. Si determinano fenomeni di assuefazione psicologica. La conseguenza più immediata è la riduzione del campo della libertà e la tendenza al prodursi di atteggiamenti di radicale passività e subalternità.

Il risultato è la nascita di un uomo “eterodiretto”: è una specie di uomo epidermico, del tutto allo sbando di fronte al bombardamento delle informazioni; un uomo che non avendo consistenza interiore, è incapace di porsi criticamente di fronte a quello che gli viene comunicato e che è dunque votato alla più completa dipendenza.

L’immagine di uomo che viene emergendo è quella di un soggetto fortemente cerebralizzato (=computerizzato) incline al ragionamento analitico e sequenziale, abilitato a utilizzare schemi logici e lineari, ma privo di contatto con la realtà, povero di capacità relazionali e di identificazione soggettiva negli aspetti che più si riferiscono alla sua dimensione spirituale. (cfr PIANA G.,  In novità di vita, III, Cittadella editrice, 2013, 351ss).

 

  1. La dimensione dell’istanza etica: la verità nella comunicazione

L’effetto più immediato dei processi descritti si fa sentire a livello di coscienza soggettiva e di svuotamento di essa. La coscienza è sempre più percepita dall’uomo come la risultante di un complesso di condizionamenti psicologici, sociali e culturali e quindi come epifenomeno di eventi esterni che si riflettono in essa, privandola della sua originalità. La coscienza risulta radicalmente oggettivata, espropriata di ciò che originariamente le appartiene e perciò negata nella sua più profonda verità. L’agire umano viene visto come espressione di riflessi condizionati e come totalmente dipendente dall’esterno.

Determinante per questo procedimento è l’elaborazione di un progetto culturale che integri dinamicamente i valori dell’umanesimo classico con le prospettive aperte dal progresso scientifico-tecnologico.

A livello politico l’uso di strumenti sempre più sofisticati e dotati di grande pervasività favorisce l’estendersi del controllo sulla vita dei singoli e dei gruppi sociali.

È così inevitabile che nascano nuove centrali di potere che accentrano su di sé la conduzione della vita collettiva.

Il valore fondamentale in gioco è quello della verità, la quale, in quanto tale nella e della comunicazione, si costruisce attraverso la relazione. Si tratta di andare oltre una coscienza puramente oggettiva della verità per aprirsi a una concezione intersoggettiva e dialogica, per la quale essa si presenta come un evento che prende forma nel rapporto con l’altro, mediante la compenetrazione dei rispettivi orizzonti di senso.

La verità nei confronti di se stessi apre ad una corretta accettazione dell’alterità nella ricchezza dei suoi valori e dei suoi significati.

La vera comunicazione si attua solo laddove la consapevolezza della propria incompiutezza si trasforma in occasione per accogliere l’altro e arricchirsi del suo mondo interiore.

La verità del processo comunicativo è una verità dinamica, che si sviluppa mediante la coltivazione di una permanente ricerca. Di essa non ci si può mai appropriare in modo definitivo, ma da essa si è sempre posseduti in modo parziale. Il carattere di storicità, che connota la verità nella comunicazione, non esclude la necessità di punti di riferimento ineludibili di carattere metastorico.

La verità assume così coloriture sempre nuove e diverse, che consentono all’uomo di discernere criticamente quanto vi è di permanente e di provvisorio, di immutabile e caduco in ciò che la “tradizione” gli trasmette.

La conoscenza che si attua nella comunicazione non è mai del tutto neutrale: è conoscenza mediata dalle precomprensioni che ciascuno ha del mondo e della vita.

La presunzione di conoscere la realtà così com’è deve essere bandita, per far spazio ad una visione che riconosce che l’accostamento alla realtà avviene sempre in un contesto situato nel quale rivestono un ruolo importante e determinante i condizionamenti derivanti dalle concezioni ideologiche quanto dalle pressioni psicologiche e sociali.

L’odierna crisi comunicativa è addebitabile alla perdita del senso del “mistero” dovuto ad una civiltà scientifico-tecnica che privilegia come criterio di verità il principio della verificabilità sperimentale.

La verità più profonda nelle prassi comunicativa coincide con l’apertura alla dimensione della bellezza. Essa consente all’uomo di cogliere l’aldidentro della realtà proiettandola verso l’aldilà. Verità e bene vengono trasfigurati, vincendo sia il rischio del fanatismo che quello del moralismo; una verità senza bellezza si trasforma in dogmatismo intollerante, mentre una moralità senza bellezza diviene grettezza legalistica di stampo farisaico. Solo sviluppandosi nel contesto dell’amore, che esige accoglienza e condivisione, la verità recupera il proprio spessore comunicativo.

La comunicazione autentica è un processo mediante il quale soggetti diversi interagiscono tra loro producendo e trasmettendo messaggi al fine di ottenere il meglio della relazione e il massimo dell’informazione.

Ciò si può verificare a determinate condizioni: la prima e più fondamentale condizione è costituita dal rispetto della verità; rispetto che riguarda sia il dato che viene comunicato (=verità informativa), sia la forma espressiva, cioè il coinvolgimento di colui che comunica (=verità personale), sia infine la forza interpellativa, la capacità, cioè di mobilitare la attenzione del “tu”, raggiungendolo in profondità e rispettandone la diversità (=verità nella e della relazione). La realizzazione di un equilibrio dinamico tra questi diversi aspetti garantisce l’esercizio di una comunicazione vera, caratterizzata da una dialogicità che fa crescere i rapporti umani.

 

  1. Alcuni nodi critici della comunicazione sociale oggi

I nuovi strumenti dell’informazione sono considerati come mezzi per l’imposizione di miti collettivi che rafforzano la tendenza al conformismo.

Occorre evitare sia la demonizzazione dei mezzi di comunicazione sia la loro sacralizzazione e di fare un approccio culturalmente serio, che accetti le nuove tecnologie e si ponga il problema della loro utilizzazione, senza sottovalutare la loro connaturale ambivalenza.

Gli strumenti di comunicazione non sono infatti in sé né buoni né cattivi; dipende dall’uso che se ne fa, dagli interessi di chi li gestisce, dalle reazioni dei soggetti che ne fruiscono e dall’incidenza che essi hanno sulla coscienza personale e sul costume collettivo.

L’impegno fondamentale deve essere quello di restituire ai media il ruolo di strumenti, riconoscendo i meriti storici derivanti dal loro uso, ma non dimenticando contemporaneamente gli effetti negativi già pesantemente sperimentati.

Grande importanza riveste la questione della gestione e del controllo degli strumenti di comunicazione. La situazione odierna, caratterizzata da un monopolio gestionale provoca sia un’eterodirezione dell’informazione per il prevalere di interessi economici e ideologici e sia uno snaturamento della stessa identità professionale degli operatori per la sottrazione degli spazi di libertà, dovuta alle pressioni e ai condizionamenti di poteri esterni. Tutto ciò è aggravato dal sistema produttivo dominante che si regge sullo sviluppo di una cultura di  massa del tutto funzionale alle esigenze di espansione del consumo.

La privatizzazione dei mezzi di comunicazione, quando avviene al di fuori del controllo di regole rigorose diventa fonte di pesanti forme di condizionamento. Il rischio è lo stravolgimento della democrazia.

La gestione degli strumenti di comunicazione sociale va ripensata in quest’ottica, abbandonando sia la strada del monopolio statale sia quella della semplice privatizzazione.

La libertà di informazione, cioè la possibilità di non essere fatti oggetto di gravi distorsioni e manipolazioni e di ricevere notizie su quanto avviene, che consentono a ciascuno di esprimere liberamente i propri giudizi, è un bene fondamentale che va salvaguardato.

Essenziale è anche l’educazione degli utenti. La possibilità di uscire dalla condizione di passività e di reagire alla pressione negativa degli strumenti è strettamente dipendente, oltre che dalla decodifica dei messaggi, dalla capacità di controllare le dinamiche dei processi comunicativi. Non è sufficiente arrestarsi a ciò che viene comunicato; è necessario tener conto del come viene comunicato, integrando la formazione culturale con una puntuale informazione tecnica.

L’aspetto più significativo dell’opera educativa è costituito dall’attenzione alla realtà del linguaggio, colto in tutta la gamma delle sue espressioni.

 

  1. Dall’ars oratoria alla comunicazione virtuale: tra parola e relazione

Ascolto è la parola chiave. Per non cedere alla tentazione di far sì che le parole escono solo per dar fiato alla bocca, ma per cercare di fare in modo che ogni parola sia innanzitutto “bene-dizione”. Già letteralmente la capacità di “dire-bene” di Dio, di me stesso, di ogni uomo e di ogni creatura, senza cedere alla piaga della maldicenza che come dice Papa Francesco «è come fare terrorismo»; né cedendo alla paura di non essere accolti per quello che si è.

Il cammino per essere nella “benedizione” è fatto di confronto con la Parola, con il Verbo del Signore che si è fatto carne e continua a sussurrare al nostro cuore parole d’amore, d’accoglienza, di comunione.

Non è vero che gli uomini sono stanchi di parole: sono stanchi di parole vuote, ma non di parole vere, non di Parola di Dio.

Le parole hanno un peso. Sedimentano nelle coscienze e producono effetti impensati. Basti pensare che le fortune di molti leader politici nascono dall’ars oratoria, talento che già gli antichi coltivavano o riflettere sul fatto che le guerre cominciano sempre con un conflitto di parole. La parola può anche uccidere: la maldicenza e la calunnia sono autentiche armi che ogni uomo può usare.

Se la parola è un elemento proprio della comunicazione umana, va detto che non c’è corrispondenza tra quantità di parole e intensità di relazioni.

La cultura odierna è caratterizzata da un esasperato “rumore” mediatico e da una comunicazione moltiplicata dai nuovi sistemi tecnologici. La comunicazione virtuale (web, e-mail, social-media, chat) influenza potentemente l’uso della parola e dunque la relazione interpersonale.

È vero che la parola è anche una straordinaria opportunità: «Una risposta dolce calma la collera, una parola pungente eccita l’ira. La lingua dei saggi fa gustare la scienza, la bocca degli stolti esprime sciocchezze» (Prov. 15,1-2).

La parola può ferire o guarire, ma perché le parole possano guarire, occorre guarire le parole.

Le parole non navigano in un universo astratto, eterno ed oggettivo, ma hanno una forza comunicativa che può sfuggire al proprio controllo: una parola può suscitare in chi ascolta vibrazioni che non si è in grado di conoscere né di prevedere.

Tra parola e relazione esiste dunque una certa carità che può essere virtuosa o viziosa. Se non si fa attenzione alle parole, a quello che significano in sé e a quanto possono significare per la persona a cui si rivolge, si rischia di guastare una relazione. Non si tratta solo di finezze linguistiche: la posta in gioco nella “cura delle parole” è molto più grande. Anche perché non è questione soltanto di farsi capire, ma di comunicare in trasparenza e autenticità, il che vuol dire riconoscere il valore etico della parola.

Il teologo domenicano Timoty Radcliff spiega: «Siamo immersi in una cultura in cui ci lanciamo l’un l’altro parole, riflettendo poco sulle conseguenze. È come se avessimo dimenticato che parlare è un atto che richiede la massima responsabilità. Parte della nostra profonda crisi sociale nasce da questo fatto. Per sanare le ferite si devono usare parole capaci di creare comunione, di accogliere lo straniero, di annullare le distanze. Siamo chiamati a formare comunità dove si abbia venerazione per il linguaggio, per le parole che costruiscono la comunione. La responsabilità per le parole è un compito intrinsecamente etico (cfr. Cantate un canto nuovo, Ed. Dehoniane, Bologna 2001).

Questa verità appare deflagrante se si pensa alle parole che oggi si “lanciano” con estrema disinvoltura nel mondo virtuale. Il sistema di comunicazione mediatico e la struttura orizzontale dei social-network ha creato, dicono i sociologi, una sorta di “narcisismo di massa” e ha trasformato ogni uomo in un oratore con un pubblico immenso. Sparisce progressivamente il “foro interno” che viene trasferito sul web in un desiderio di sciorinare, invece che tutelare, la propria privacy.

Il sistema allenta i freni inibitori e la virtualità, cioè non essere in presenza di persone concrete ma solo di uno schermo, finisce per annullare quella che i maestri spirituali chiamano “continenza”. S. Agostino nel De Continentia la lega prima di tutto alla bocca, citando il Salmo 140: «Poni, o Signore, una porta sulle mie labbra», perché «principio di ogni azione è la parola» (Sir. 37,16).

I nuovi strumenti del web fanno sì che il messaggio partito da un mittente, non si indebolisca nel processo di trasmissione e di circolazione, come avviene normalmente nella comunicazione non virtuale, ma arrivi integro, rendendolo resiliente, nella sua fruizione allo spazio e persino al tempo. Con effetti potenzialmente devastanti (per es. il caso di Tiziana Cantone, ragazza suicida per aver perso la battaglia sul “diritto all’oblio”).

Un altro aspetto correlato è l’effetto polarizzatore che rivestono i social-media, ampiamente utilizzati oggi, nell’agone politico. È stato codificato e osservato il cosiddetto effetto “blaming”, cioè la tendenza all’insulto o a demonizzare chi ha opinioni diverse dalla propria.

Da un lato i social sono strumenti che esaltano la partecipazione dal basso; dall’altro generano l’illusione di avere una schiera di “contatti”, “amici” o “seguaci” che spesso ben poco ha a che fare con un’autentica relazione umana. Per questo oggi si parla di “meducazione”, ovvero l’urgenza di educare l’umanità mediale. (cfr  AFFATATO P, Dall’ars oratoria alla comunicazione virtuale, in Il dovere della verità, Rivista Francescana 1, Roma (2017), 26 ss).

 

  1. Gesù comunicatore e l’importanza del silenzio

Cristo è un perfetto comunicatore: comunica in parabole, con i miracoli o anche attraverso dispute e conflitti nei quali dona un verbo di coraggio e libertà. Ma una delle qualità rilevanti della comunicazione di Gesù è la personalizzazione del rapporto, il far leva su una relazione. Prima del contenuto ci sono le persone, un Tu a cui rivolgersi. Per Gesù il processo di comunicazione è sempre sostenuto da un più profondo processo di comunione e di amicizia, dall’entrare in relazione con chi ha di fronte. Una relazione che passa attraverso uno sguardo (fissatolo lo amò: Mc. 10,21). Quello sguardo e quel contatto umano da cui anche oggi non si può prescindere.

La parola è l’abisso sul quale cammina colui che parla (M. BUTU).

La parola è un abisso: può farci entrare nel mistero dell’altro, ma può, allo stesso tempo, allontanarci sideralmente da lui facendoci perdere nella vacuità più desolante.

Ignazio Silone ha scritto: «In nessun secolo la parola è stata così pervertita come ora lo è, dal suo scopo naturale che è quello di far comunicare gli uomini. Parlare e ingannare (spesso anche ingannandosi) sono ora quasi sinonimi».

Se è vero che lo scopo della parola è quello di permettere la comunicazione, la parola esiste per essere ascoltata. La parola esiste nel dialogo, nel rapporto dialogico tra Io e Tu. Oggi ci sono migliaia di parole dette. Tutti parlano; le giornate sono colme di un vero e proprio “ronzio verbale”.

Questo fenomeno è accentrato dai social-media, dove una grande quantità di parole scritte, dette e “condivise” inonda le giornate. Il rischio è perdere di vista il vero valore della parola e anche perdere di vista l’altro.

Spesso il parlare non presuppone l’altro, non si apre all’altro, al dialogo. Piuttosto assomiglia ad un monologo. Si mettono in fila parole senza aprirsi veramente, senza decidere di correre il rischio di non essere compresi o di non comprendere.

Talvolta per la paura di rimanere delusi, di restare feriti dall’incontro con l’altro. Il più delle volte accade di parlare molto senza però instaurare mai un vero dialogo, perché per farlo occorre avere il coraggio di uscire dalla propria solitudine.

Spesso le parole non sono adeguatamente pensate e ancor meno purificate dal silenzio. Risultano semplici parole parlate e per nulla “parlanti”.

Spesso le parole sono stanche, pesanti. Pare che ci prema riversare sull’altro la fatica dell’incontro e la pesantezza della quotidianità.

Altre volte invece si interviene più per godere, narcisisticamente, del proprio parlare che per comunicare veramente.

Il “parlarsi addosso” è diffusissimo in un’epoca in cui è sempre più difficile ascoltare. Per dialogare c’è bisogno di un io e un tu. Alla base del parlare e dell’ascoltare c’è un sostrato essenziale comune: il silenzio.

Il silenzio è ciò che permette il risuonare delle parole e ciò che permette di ascoltare realmente. (cfr MAURO MURGIA e CRISTIAN CARRARA, Quando parla il silenzio, in Rivista Francescana 1, Roma (2017) p. 28).

 

  1. I media hanno il dovere della verità in tempi difficili

La ricerca della verità dev’essere perseguita dai giornalisti cattolici con mente e cuore appassionati, ma anche con la professionalità di operatori competenti e dotati di mezzi adeguati ed efficaci. «Le nuove tecnologie assieme ai progressi che portano possono rendere interscambiabili il vero e il falso, possono indurre a confondere il reale con il virtuale … la ripresa di un evento lieto o triste, può essere consumata come spettacolo e non come occasione di riflessione». Di fronte a questo scenario, «la ricerca delle vie per una autentica promozione dell’uomo passa allora in secondo piano, perché l’evento viene presentato principalmente per suscitare emozione». La stampa cattolica allora è «chiamata in modo nuovo a esprimere fino in fondo le sue potenzialità e a dare ragione giorno per giorno della sua irrinunciabile missione». Papa Benedetto XVI ha precisato che «appare evidente che la sfida comunicativa è, per la chiesa e per quanti condividono la sua missione, molto impegnativa … e i cristiani non possono ignorare la crisi di fede che è sopraggiunta nella società, o semplicemente confidare che il patrimonio di valori trasmesso lungo i secoli passati possa continuare a ispirare e plasmare il futuro della famiglia umana … l’idea di vivere come se Dio non esistesse si è dimostrata deleteria: il mondo ha bisogno piuttosto di vivere come se Dio esistesse, anche se non c’è la forza di credere, altrimenti esso produce solo un umanesimo disumano». «Compito degli operatori della stampa cattolica è quello di aiutare l’uomo contemporaneo ad orientarsi a Cristo e a tenere accesa nel mondo la fiaccola della speranza, per vivere degnamente l’oggi e costruire adeguatamente il futuro, attingendo da quelle risorse spirituali che la mentalità mondana sottovaluta, mentre sono preziosi, anzi indispensabili» (Avvenire, 07.10.2010).

Il potere della stampa e dei media in generale sono da vedere in funzione dell’educazione ai valori morali e il senso e la finalizzazione di essi vanno ricercati nel fondamento antropologico. I media possono divenire occasione di umanizzazione, offrendo maggiori possibilità di informazione e comunicazione, ma soprattutto quando sono organizzati e orientati alla luce di una immagine della persona e del bene comune.

Papa Francesco afferma che il ruolo dei media è andato sempre crescendo in questi ultimi tempi tanto che esso è diventato indispensabile per narrare al mondo gli eventi della storia contemporanea: «Siate certi che la chiesa, da parte sua riserva una grande attenzione alla vostra opera voi avete la capacità di raccogliere ed esprimere le attese e le esigenze del vostro tempo, di offrire gli elementi per una lettura della realtà. Il vostro lavoro necessita di studio, di sensibilità, di esperienza, … ma comporta una particolare attenzione nei confronti della verità, della bontà e della bellezza; e questo ci rende particolarmente vicini, perché la chiesa esiste per comunicare proprio questo: la verità la bontà e la bellezza in persona».

Il Card. Pietro Parolin si è rivolto ai giornalisti in occasione dell’inaugurazione della nuova sede a Roma così: «Vi auguro di trasmettere sempre un’informazione autentica, senza manipolazione di sorta, promuovendo ciò che unisce più di quel che divide». Parolin ha denunciato il rischio di strumentalizzazione delle notizie da parte di un sistema di potere insidioso e del problema del sensazionalismo e della rapidità ad ogni costo che qualche volta porta alla diffamazione e spesso declassa le buone notizie a non notizie. Occorre riscoprire l’anima vera del giornalismo: la passione per l’uomo e per la verità in modo da trasmettere un messaggio che sia il più possibile fedele alla realtà senza manipolazione di sorta per strumentalizzazione di notizie a scopi moralmente inaccettabili (17.03.2017). informazione autentica nell’interesse comune, per trasmettere un messaggio che sia fedele alla realtà. No alla spettacolarizzazione del male.

A quest’invito ha risposto Enzo Iacopino Presidente dell’Ordine dei Giornalisti ricordando che il dovere della verità è il compito principale dei giornalisti. «Lo dobbiamo ai nostri colleghi assassinati per aver fatto con onore il nostro mestiere: Carlo Casalegno, Pippo Fava, Ilaria Alpi, Giancarlo Siani e Walter Tobagi».

Papa Francesco nel discorso rivolto al Consiglio Nazionale dei Giornalisti del 22.09.2016 sottolinea la grande responsabilità dei giornalisti i quali hanno tanta influenza sulla società: «In qualche modo voi scrivete la prima bozza della storia, costruendo l’agenda delle notizie e introducendo le persone all’interpretazione degli eventi … i giornalisti quando hanno professionalità, rimangono una colonna portante, un elemento fondamentale per la vitalità di una società libera e pluralista». Il Papa si sofferma su tre elementi importanti per la missione del giornalista e per la realizzazione del suo servizio: amare la verità, una cosa fondamentale per tutti ma specialmente per i giornalisti; vivere con professionalità, qualcosa che va ben oltre le leggi e i regolamenti; e rispettare la dignità umana che è molto più difficile di quanto si possa pensare a prima vista. Amare la verità vuol dire non solo affermare, ma vivere la verità, testimoniarla con il proprio lavoro … la questione qui non è essere o non essere un credente ma essere o non essere onesto con l’altro … è questo il lavoro, potremmo dire anche la missione difficile e necessaria al tempo stesso di un giornalista: arrivare il più vicino possibile alla verità dei fatti e non dire o scrivere mai una cosa che si sa, in coscienza non essere vera. Il Papa auspica che il giornalismo sia uno strumento di costruzione, un fattore di bene comune, un acceleratore di processi di riconciliazione; che sappia respingere la tentazione di fomentare lo scontro … piuttosto favorisca la cultura dell’incontro. Ciò è anche affermato dal Papa nel messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 28.05.2017 ha esortato i giornalisti a curare una comunicazione costruttiva che, nel rifiutare i pregiudizi verso l’altro favorisca una cultura dell’incontro … vorrei che tutti cercassimo di oltrepassare quel sentimento di malumore e di rassegnazione che spesso ci afferra, gettandoci nell’apatia, ingenerando paure o l’impressione che al male non si possa porre limite … vorrei invitare tutti a offrire agli uomini e alle donne del nostro tempo narrazioni contrassegnate dalla logica della buona notizia … la fiducia nel seme del Regno di Dio e nella logica della Pasqua non può che plasmare anche il nostro modo di comunicare … chi con fede si lascia guidare dallo Spirito Santo diventa capace di discernere in ogni avvenimento ciò che accade tra Dio e l’umanità, riconoscendo come Egli stesso nello scenario drammatico di questo mondo, stia componendo la trama della storia di salvezza.


Autore

Redazione

"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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