Vita Cristiana

Pubblicato il 17 novembre 2017 | di Redazione

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Il malato nella comunità parrocchiale

Per capire e proporre la missione del malato nella comunità è necessario riflettere sull’identità della Parrocchia.
Secondo la nota pastorale della CEI, “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”, del 2004, «La Parrocchia è una comunità di fedeli battezzati che dimorano in un dato territorio in cui si vivono rapporti di prossimità, con vincoli concreti di conoscenza e amore; in cui si accede ai doni sacramentali, al cui centro è l’Eucaristia; in cui ci si fa carico degli abitanti di tutto il territorio, senza esclusione di nessuno, senza possibilità di elitarismo, sentendosi mandati a tutti».

La parrocchia è una comunità in cui si vivono rapporti di prossimità, con vincoli concreti di conoscenza e amore. Nessuno dovrebbe rispondere come Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?». All’interno della comunità ogni battezzato deve sentirsi responsabile dell’altro, prossimo all’altro. Tra tutti i battezzati si deve realizzare un rapporto basato sulla conoscenza-accoglienza-amore. La comunità, animata dal desiderio di crescere nella conoscenza di Cristo Gesù, dovrebbe progredire nell’amore vicendevole. «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35).

La parrocchia è una comunità in cui si accede ai doni sacramentali, al cui centro è l’Eucaristia.

La parrocchia, figura di Chiesa eucaristica, svela la sua natura di mistero di comunione e di missione.

Nel giorno del Signore la comunità, partecipando all’Eucaristia, vive un’esperienza di comunione condivisa tra tutti i suoi membri. Il confronto con la Parola di Dio, la confessione di fede, la partecipazione allo stesso pane spezzato devono condurre a rinsaldare i vincoli di fraternità di tutti. «A noi che ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito» (Preghiera Eucaristica III).

La parrocchia è una comunità in cui ci si fa carico degli abitanti di tutto il territorio, senza esclusione di nessuno, senza possibilità di elitarismo, sentendosi mandati a tutti. L’Eucaristia celebrata è la fonte della missione della comunità. Illuminata dalla Parola e nutrita dell’unico Pane spezzato, la comunità vive nel territorio irradiando su tutti l’amore di Cristo, che libera e salva. L’Eucaristia celebrata deve far crescere nei fedeli un animo apostolico, dedito al Vangelo e ai poveri: aperto, cioè, alla condivisione della fede, generoso nel servizio della carità, pronto a rendere ragione della speranza. L’Eucaristia rende la comunità attenta ad ogni situazione umana della gente che vive nel territorio. Lo sguardo sull’ambiente e la conoscenza, l’apertura ai bisogni e alle esigenze degli abitanti del territorio richiedono necessariamente nuove forme di ministerialità. Si tratta di promuovere le molteplicità dei doni che il Signore offre e la varietà dei servizi di cui la comunità ha bisogno. La missionarietà della comunità non può essere delegata ad un gruppo o ad alcuni, ma alla responsabilità di tutti. Singolarmente e insieme, ciascuno è responsabile del Vangelo e della sua comunicazione, secondo il dono che Dio gli ha dato e il servizio che la Chiesa gli ha affidato. Solo con un laicato corresponsabile, la comunità può diventare effettivamente missionaria. Alla luce di quanto afferma il documento, desidero presentare le linee di una pastorale della salute all’interno della vita di ogni comunità parrocchiale.

 

Il Malato

– Mappa del dolore e della sofferenza. Il territorio, in cui vive la comunità parrocchiale, è costellato, se non da tutte, sicuramente da alcune di queste situazioni di dolore e di sofferenza: malati che soffrono nelle proprie abitazioni, negli ospedali, nelle cliniche; anziani e non autosufficienti che vivono soli o abbandonati nelle Case di Riposo; bambini, troppo piccoli per comprendere il mistero della sofferenza, ma abbastanza grandi per farne esperienza; giovani dipendenti dall’alcool e dalla droga; disabili fisici e psichici; coniugi separati e persone che vivono nella solitudine e nell’abbandono; orfani che non hanno mai conosciuto il calore di una casa né la carezza di un padre o di una madre; coloro che, angosciati, piangono la persona cara che non c’è più.

– Che cosa è la Pastorale della Salute? La Pastorale della Salute è la missione della Chiesa a favore – di coloro che sono nel dolore e nella sofferenza; – di quanti si prendono cura di loro; – dei sani per creare una cultura più sensibile alla sofferenza, all’emarginazione e ai valori della vita e della salute. – Qual è il fondamento della pastorale della salute? La Pastorale della Salute trova le sue motivazioni nella parabola del Buon Samaritano. In essa la comunità scopre la sua missione di curare i malati. In essa trova le modalità del suo divenire prossimo di chi soffre ed è nel dolore.

«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse:«Và e anche tu fa’ lo stesso». (Lc 10, 25-37)

Nella parabola i 10 verbi (passare accanto, vedere, avere compassione, farsi vicino, fasciare le ferite e versare olio e vino, prendere con sé, portare alla locanda, prendersi cura, consegnare due denari, affidare all’albergatore) che caratterizzano il comportamento del Samaritano, delineano i compiti della pastorale della salute. Ritengo che i verbi ebbe compassione (3), caricatolo (6), estrasse due denari (9) e abbi cura di lui (10) non siano posti a caso, ma che abbiano un significato profondo. Il Samaritano è animato dalla compassione, sentimento profondamente divino. Dalle Scritture, infatti, conosciamo che quando Dio interviene a favore dell’uomo ferito nel corpo e nello spirito è mosso dalla compassione. La comunità, la locanda in cui il Samaritano porta l’uomo ferito (v. 34), deve essere animata dalla compassione. La compassione, motore della pastorale della salute, non si identifica con il semplice sentimentalismo o pietismo che dinanzi ad una situazione di sofferenza e di dolore fa’ affiorare la nostra emotività che, essendo momentanea e superficiale, si esaurisce con un sospiro o un’alzata di spalla.

Avere compassione è partecipare alla commozione di Dio per ogni uomo specie se ferito; è lasciarsi ferire, toccare dalle situazioni umane di dolore e di sofferenza; è uscire da se stessi per condividere i dolori e le angosce dell’altro; è impegnarsi a favore dell’altro (Abbi cura: pimel»qhti = avere a cuore qualcuno, prendersi pensiero di qualcuno) con tutte le proprie forze. La comunità, come accoglie il Samaritano, è chiamata a ricevere e servire ogni uomo in difficoltà perché in ognuno di loro è presente il Signore (cfr. Mt 25, 31-45). «Ogni individuo, proprio a motivo del Verbo di Dio che si è fatto carne (cfr Gv 1, 14), è affidato alla sollecitudine della Chiesa» (Giovanni Paolo II, Evangelium Vitae, 3).

Per compiere la sua missione la comunità non deve inventare nulla: essa deve soltanto imitare il buon Samaritano, sapendo che è lui che continua in essa a prendersi cura dell’uomo ferito (nella locanda si prese cura di lui, v. 34): realtà spesso dimenticata! In questa opera tutta la comunità è coinvolta. Come l’albergatore, a cui Cristo ha affidato il ferito (Abbi cura di lui), si è fatto aiutare dagli altri, – nella locanda ognuno ha una sua mansione -, così la comunità è chiamata a recuperare la globalità della pastorale mettendo in sinergia i suoi carismi e le diverse ministerialità. Non si può continuare a pensare che da una parte ci sono i catechisti; gli animatori liturgici da un’altra; quelli della carità da un’altra ancora. Ad essi ora uniamo anche chi si occupa dei malati (i MSCE non si sa a quale di questi gruppi appartengono) e ci ritroviamo con tanti addetti ai lavori che vivono in compartimenti stagno. L’attenzione ai malati nella comunità parrocchiale non può essere un settore, ma il banco di prova di un cammino di fede, di evangelizzazione, di comunione, di amore. Questo servizio è fondamentale, unico, insostituibile, «non sopporta né indifferenza, né accomodamenti» (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 5).

– Come una comunità vive la pastorale della salute? Il Samaritano prima di partire ha consegnato all’albergatore, e quindi a tutta la comunità, due denari: la Parola e il Pane. Con questi due doni la comunità serve e cura l’umanità ferita (cfr. Gv 13, 1-17); da essi riceve forza e guarigione. «Non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di’ una parola ed io sarò guarito». Dall’ascolto attento e devoto della Parola, dalla partecipazione attiva, consapevole e piena all’Eucaristia la comunità impara ad acquisire lo stile del Buon Samaritano, venuto per portare liberazione, guarigione e salvezza.

 

Dalla celebrazione eucaristica la comunità si reca nel mondo con il mandato di:

1)Passare accanto. Trascorriamo le nostre giornate in modo frenetico; corriamo sempre, passando accanto agli altri, senza forse neppure accorgerci della loro presenza. L’indifferenza ci porta ad ignorare chi si trova ferito dalla vita, a negare la sua esistenza. Talvolta ci comportiamo come il sacerdote e il levita: pur avendo notato la sofferenza dell’altro, passiamo oltre, spettatori silenziosi, per paura di essere implicati in quel dolore e di sporcarci le mani. Il passare accanto senza vedere testimonia che abbiamo spento il calore della fraternità, perché abbiamo smarrito il senso della paternità di Dio. Non possiamo percorrere le strade della parrocchia e fare finta di nulla, non vedere, non ascoltare, ed essere, invece, sempre pronti a portare in processione il SS.mo o il nostro santo protettore. «Non ci è lecito passare oltre con indifferenza, ma dobbiamo fermarci accanto all’uomo sofferente» (Giovanni Paolo II, Salvifici Doloris, 28).

2)Vedere. Compito di una comunità che segue e testimonia il Risorto nel territorio è conoscere tutte le persone che vivono situazioni di sofferenza e di dolore. Occorre una rilevazione non di tipo sociologico, ma che arrivi al volto, al nome della persona sofferente. Quanti sono i malati o gli impediti presenti nella nostra comunità? Quanti di essi sono ricoverati in ospedale, in pensionati? Quanti i disabili e gli impediti? Quanti sono nel dolore per la perdita di un familiare? Come si chiamano? Come vivono? Qual è la loro storia? Pazientemente, coraggiosamente, concretamente bisogna arrivare ad una reale raccolta di dati sulle persone e i loro bisogni, pur nella riservatezza della privacy. Come? Individuando in ogni zona o isolato delle sentinelle, persone attente alle diverse situazioni che richiedono un intervento della comunità. La parrocchia deve divenire l’osservatorio di quanti, nel dolore e nella sofferenza, interpellano anche indirettamente e inconsapevolmente la sua credibilità. Nella celebrazione eucaristica invochiamo: «Donaci occhi nuovi per vedere le sofferenze dei fratelli». È l’amore che dona occhi per vedere, cuore per accogliere e mani per sollevare.

3)Accostarsi . Solo vedendo la comunità parrocchiale può accostarsi, stare accanto a chi è nel bisogno. Spesso le comunità sono incapaci di accostarsi agli altri e stanno a guardare dalle finestre delle loro sagrestie. È necessario uscire, avvicinare tutti. Siamo stati mandati a tutti: «Andate, curate» (Lc 10,9). Accostarsi all’altro che soffre significa tentare di entrare in relazione non solo con lui, ma anche con chi si prende cura di lui e i suoi familiari. Ogni sofferente va raggiunto nella sua realtà, aiutato nei suoi bisogni più profondi, illuminato a trovare una risposta ai suoi interrogativi.

Una comunità non può accostarsi solo a chi chiede l’Eucaristia; essa deve avvicinarsi a tutti, senza escludere alcuno. «Avvicinarsi agli altri non significa accaparramento, proselitismo, altrimenti la parrocchia diventerà organizzazione delle cose sacre, non focolare dove arde la carità» (Don Tonino Bello). Avvicinarsi è restare al loro fianco. Ciò che rende fecondo l’approccio del Samaritano è il fatto che due persone, che fino a quel momento non si conoscevano, si aprono l’una all’altra nella carità. La comunità deve divenire prossimo ad ogni uomo che è nel dolore e nella sofferenza e che incontra nel suo cammino qualunque sia il suo viso, il suo nome, la sua razza o la sua religione. Colui che soffre e che è nel dolore ha bisogno di essa e chiunque esso sia si chiama Gesù. «Buon Samaritano è ogni uomo che si ferma accanto alla sofferenza di un altro uomo, qualunque esso sia. Quel fermarsi non significa curiosità, ma disponibilità. Questa è come l’aprirsi di una certa interiore disposizione del cuore». (Salvifici Doloris, 28)

4)Fasciare le ferite versandovi olio e vino. Fermarsi accanto a chi soffre è imparare ad ascoltare il grido di sofferenza, di solitudine, di angoscia e spesso di disperazione e di stanchezza. A volte non abbiamo un ascolto attento delle persone; pensiamo più a rispondere, che ascoltare l’altro. Abbiamo sempre qualcosa da dire, una soluzione da proporre a buon prezzo, che spesso suona di bestemmia (chi soffre è più amato da Dio!). A chi chiede compagnia non possiamo rispondere coraggio; a chi chiede affetto non possiamo consigliare prega; a chi si chiede il significato della sua sofferenza non possiamo suggerire ci sono altri in situazioni peggiori delle tue. Non siamo mandati a dare risposte, ma a custodire e a far risuonare nel nostro cuore i loro interrogativi per poi deporli nel cuore di Dio. Non possiamo accostarci al malato rimanendo indifferenti o riempiendolo di devozioni e di sacro o prospettandogli facili guarigioni. La nostra presenza accanto al malato, animata dallo potenza dello Spirito di Cristo, è fasciare le sue ferite; è dare sollievo al suo dolore; è infondere nel suo animo serenità; è liberarlo dalla sua solitudine. La strada del servizio, prestato al malato, potrà sfociare in quella dell’amicizia, dell’annuncio e della testimonianza evangelica. La compassione, mossa dall’amore, è creatrice. Si potrebbe parlare di una specie di sacramento, di un sacramento dell’amore: quando l’uomo mette a disposizione il suo essere, il suo cuore, la sua forza e le sue energie Dio vi fa scendere la sua potenza creatrice e sorge il miracolo della relazione con l’uomo che è nel bisogno. Il servizio realizzato, così, in modo silenzioso, ma fattivo diviene una delle forme più visibili di credibilità del Vangelo. La comunità deve recarsi da chi soffre non con i segni del potere, ma con il potere dei segni che gli sono stati consegnati nell’ultima Cena: lavare i piedi e rimanere con il grembiule cinto per tutta l’eternità. È necessario togliersi tutti i paludamenti per servire l’uomo sofferente, così come il Verbo spogliò se stesso per salvare l’umanità (cfr. Fil 2, 7-8). Come il Samaritano ha raggiunto nella sua concreta situazione quell’uomo, ferito e mezzo morto, così la nostra comunità deve accostare chi vive nel dolore e nella sofferenza per annunciargli il Vangelo della vita. Un annuncio, che forse non richiederà mai una esplicita sua proclamazione, ma che è fatto di umile servizio, di costante e silenziosa dedizione, di piccoli gesti vissuti e scritti in tante abitazioni, in tante corsie di ospedali, in tante case di cura, in tante Case di Riposo.

5)Caricarselo addosso. La compassione, che muove per aiutare chi soffre, diventa comunione in quanto avvicina all’altro. Vedere, accostare chi soffre, ascoltare il suo grido porta ad aprire a lui il proprio cuore; è imprimere il suo volto nel proprio cuore come vera icona di Cristo. Il malato anche se rifiuta i sacramenti, anche se non vuole sentire parlare di Cristo è e rimane sempre una sua vera icona. Accogliere chi soffre è la condizione primaria di ogni evangelizzazione. In essa si deve innestare l’annuncio fatto di parole amiche e, in tempi e modi opportuni, di esplicita presentazione di Cristo Salvatore del mondo. Un Vangelo annunziato da chi non sa curvarsi su chi è nel dolore e nella sofferenza, da chi non sa accostarsi a lui per sollevarlo dal proprio dolore, da chi non sa tendere a lui la mano e da chi non sa aprire il proprio cuore al suo grido d’angoscia è un annunzio che perde di autenticità.

 

Conclusioni

Riscoprendo Gesù che vede (occhi), si commuove (cuore), ascolta (orecchie), si fa vicino (piedi), tocca (mani) e annuncia (bocca) il Regno la comunità parrocchiale diviene una comunità sanante. La comunità è chiamata ad aprire gli occhi per vedere i volti dei poveri e dei sofferenti, a tendere le orecchie per ascoltarne le grida, a muovere i piedi per avvicinarsi loro, ad aprire il cuore per accoglierli e annunciare loro con la propria vita l’amore misericordioso del Signore. In una società dove non c’è posto per la compassione, la comunità parrocchiale deve divenire il luogo dove si soffre con chi soffre. Sino a quando il servizio dei malati sarà delegato solo ad alcuni, anzi sino a quando non si riuscirà a scoprire e a identificare nuove ministerialità la storia del Pane spezzato, che si rinnova in ogni Eucaristia, riempirà la comunità di grande disagio, di inquietudine e di insoddisfazione. La domenica è il giorno in cui una comunità deve sentire forte la sollecitudine a portare, come Gesù medico del corpo e dello spirito, il Vangelo, la bella notizia ai malati, agli anziani, alle persone sole e a quanti stanno loro vicino, il più delle volte schiacciati da una sofferenza più grande di loro che si trasforma, giorno dopo giorno, in disperazione e rabbia accom-pagnata dall’incapacità di poter intervenire, portare sollievo e guarigione ai loro cari. Per vivere la pastorale della salute bisogna che la comunità abbia il coraggio di uscire dai soliti schemi per divenire prossimo. È difficile immaginare una parrocchia missionaria, impegnata nell’evangeliz-zazione se non è attenta agli infermi. Non si può continuare a muoversi solo in una dimensione sacramentale. Questo, secondo me, è il punto di partenza perché se la parrocchia continuerà ad essere soltanto agenzia che eroga servizi religiosi, sarà molto difficile che possa divenire una comunità sanante, cioè una comunità che avvicina, accoglie, si fa carico dei problemi dei più deboli, che serve, suscita speranza e genera vita. Non si tratta di programmare una nuova pastorale, ma di chiedere a Dio il dono di un cuore ricco di lui e di umanità. La parrocchia, luogo di relazioni, di ascolto attento dei bisogni, di legami profondi, di dialogo è consapevole che da sola non può dare tutte le risposte ai bisogni di chi soffre. È necessario interpellare, stimolare le strutture, collaborare con le diverse associazioni di volontariato presenti sul territorio per trovare adeguate soluzioni. La comunità deve conoscere le leggi che riguardano il mondo della salute. Bisogna intervenire sulle strutture, perché realizzino tutto ciò che favorisca la vita di chi soffre (abbattimento delle barriere architettoniche, assistenza domiciliare), con spirito evangelico, profetico e non come demagoghi, da tribuni della plebe. Con il servizio realizzato per amore la comunità deve aiutare i volontari, a scoprire che il sofferente va guardato con occhi nuovi e servito con amabilità. La pastorale della salute interroga la comunità parrocchiale non solo su come si muove verso e nel mondo della sanità; su come essa accoglie il malato nei suoi bisogni fisici, psichici, spirituali, sociali; ma anche su come si impegna a rendere il malato soggetto attivo e responsabile nell’opera di evangelizzazione. Nel cuore e nella vita della comunità l’uomo ferito deve trovare il suo posto e il suo ruolo. In essa e per mezzo di essa deve sperimentare e testimoniare la tenerezza dell’amore di Cristo. «Anche i malati sono mandati come operai nella vigna del Signore perché Dio li chiama a vivere la loro vocazione umana e cristiana e a partecipare alla crescita del regno di Dio in modalità nuove, anche più preziose» (Giovanni Paolo II, Christifideles Laici, 53). La comunità si deve impegnare a far scoprire al malato che la sua è una vocazione alla santità: si tratta di autentica vocazione, in quanto non è stato lui a scegliere di essere tale, ma è stato veramente chiamato. Il suo letto può diventare un ambone. Un segnale che le cose stanno cambiando in meglio sarà quando nei consigli pastorali parrocchiali, vicariali e diocesani ci sarà un posto per loro. Solo allora si passerà da una pastorale per i malati ad una pastorale con i malati. Gli operatori pastorali sono i Samaritani che tengono tra le braccia chi è ferito, che sanno rompere la triste gabbia della solitudine, che portano con sé l’olio e il vino per lenire le ferite, che regalano speranza e, il più delle volte, diventano i preziosi compagni di viaggio nell’ultimo tratto di strada prima dell’incontro definitivo con il Dio della vita. Gli operatori non sono solo per chi è nella sofferenza, ma anche per la comunità perché con il loro servizio ricordano ad ogni cristiano che deve prestare la sua ala a chi si trova con la propria spezzata e impigliata nella rete della sofferenza; ci sono perché la comunità parrocchiale sia sempre più comunità sanante. È opportuno che ogni operatore si ponga queste domande: Quanti sono i malati nella mia comunità? Come la comunità si accosta a chi è colpito dal dolore e dalla sofferenza? In che modo la comunità è vicina a un malato ricoverato in ospedale? In che modo la comunità sta accanto ai familiari del malato? Quali carismi sono presenti all’interno della comunità e quali nuove ministerialità sono promosse? I malati vengono aiutati a scoprire la loro vocazione e la loro missione? In che modo i malati vengono aiutati a crescere nella fede e a vivere nella speranza? Quale ruolo ha il malato nella vita della comunità? In che modo i malati sono presenti nella Celebrazione Eucaristica? (preghiera dei fedeli, presenza fisica, partenza dei MSCE) Come la comunità interagisce con le altre associazioni presenti sul territorio? Concludo con la Preghiera Eucaristica: “Donaci, Padre, occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli infondi in noi la luce della tua parola per confortare gli affaticati e gli oppressi; fa’ che ci impegniamo lealmente al servizio dei poveri e dei sofferenti. Rendici, Padre, aperti e disponibili verso i fratelli che incontriamo nel nostro cammino perché possiamo condividere i dolori e le angosce, le gioie e le speranze e progredire insieme sulla via della salvezza”.

di Don Giorgio Occhipinti

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"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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