Società

Pubblicato il 21 novembre 2017 | di Redazione

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Il lavoro buono che vogliamo

Il convegno di Cagliari, dal 26 al 29 ottobre scorso, è stata una tappa di un percorso iniziato già da tempo, che ha a tema il lavoro “libero, creativo, solidale e partecipativo”.

Infatti quando la crisi cominciava a sbranare i territori, la coesione sociale, a ridurre le famiglie al lastrico, a disilludere i giovani, la Chiesa italiana e le sue Diocesi avevano già avviato, molto prima del 2017, riflessioni e concretizzato progetti e proposte operative (solo per fare qualche esempio nostrano il “Tavolo sviluppo e lavoro” nel 2102 o il “Progetto di microcredito per l’avvio d’impresa” nel 2103), sia pure inizialmente slegati da un progetto unitario e comune, ma tutti volti a dare una mano a quanti sono più deboli ed indifesi al cospetto del momento storico drammatico e di cambiamento epocale che stiamo attraversando, che, peraltro, non sappiamo immaginare quando avrà fine.

Un impegno ci ha confermato Cagliari, quello di andare oltre gli appuntamenti istituzionali. Sono cambiati i protagonisti ma la buona storia si ripete: i verbi su cui declinare l’impegno, che ne delineano anche il metodo, sono “vedere, capire, agire” (già cari alla storica Gioventù operaia cristiana). Siamo sempre più chiamati alla riscoperta dei significati profondi dell’essere una comunità, un popolo solidale, in cammino insieme agli altri.

Delle circa mille presenze, tre i delegati della nostra Diocesi, il vicario generale don Roberto Asta, l’animatrice di comunità Leandra Baglieri e chi scrive. Tra i partecipanti invitati, anche il presidente della fondazione San Giovanni Battista, Tonino Solarino.

Volendo sintetizzare la Settimana Sociale è stata una bella esperienza di lavoro comune.

Apre il Convegno il messaggio che il Santo Padre ci ha inviato: «La dignità del lavoro è la condizione per creare lavoro buono: bisogna perciò difenderla e promuoverla». E certamente la dignità non è data dai lavori che «nutrono le guerre con la costruzione di armi, che svendono il valore del corpo con il traffico della prostituzione e che sfruttano i minori. Offendono la dignità del lavoratore anche il lavoro in nero, quello gestito dal caporalato, i lavori che discriminano la donna e non includono chi porta una disabilità. Anche il lavoro precario è una ferita aperta per molti lavoratori».

Sappiamo ormai tutti che la crisi economica mondiale è stata causata dalla finanza, fino a diventare anche crisi occupazionale. Ma sappiamo pure che non tutto può ridursi a queste crisi: è in atto una profonda trasformazione del vivere che va ad interessare l’essenza stessa dell’uomo.

L’esperienza quotidiana di ciascuno ci mette di fronte i volti di chi non ha lavoro, di chi non lo ha più, di chi rischia di perderlo, di chi ha un lavoro non solo precario ma anche non degno in quanto incapace di sostenere una famiglia. Ci confrontiamo perciò con alcune evidenti criticità: il rapporto giovani-lavoro e il divario tra sistema educativo-mondo del lavoro, il lavoro delle donne (con le sue implicazioni sulla vita familiare e le maggiori difficoltà rispetto agli uomini) e il lavoro malsano, gli investimenti senza progettualità e la finanza irresponsabile, l’invecchiamento della popolazione (in un mix perfetto con la questione della denatalità) e l’aumento delle diseguaglianze, il “tenore di vita senza sobrietà” e “l’efficienza tecnica senza coscienza”, la “politica senza società” e le “rendite senza ridistribuzione”, la “richiesta di risultati senza sacrifici” e le “agromafie ed ecomafie”. E quando il lavoro c’è, cambia del tutto la sua fisionomia rispetto al passato (lavoro 4.0).

Partiamo dunque dall’ascolto e dalla denuncia del “lavoro che non c’è” (disoccupazione giovanile, soprattutto al Sud, con punte del 60 per cento, ma anche disoccupazione degli adulti) e del “lavoro che non vogliamo”. Particolarmente significative le testimonianze di Anna Cristina, da vent’anni cooperatrice sociale di Cagliari, che lavora oggi insieme a 250 dipendenti “precari” perché, dice lei, «dipendiamo sempre dalle gare d’appalto» e quella di Stefano Arcuri, che ha raccontato la lotta contro il caporalato che gli ha ucciso la moglie Paola, morta a 49 anni, di fatica per 27 euro al giorno tra le vigne di Andria (nonostante la “sua busta paga giornaliera fosse di 52 euro, 25 euro erano intascate dal caporale”).

Ma non ci ferma alla denuncia. Raccontiamo anche un aspetto positivo del nostro Paese, le “buone pratiche” e il progetto “Cercatori di lavOro” lanciato e presentato dall’economista Leonardo Becchetti. Le buone pratiche sono un segno della creatività di tante persone, un censimento di 402 buone pratiche, due delle quali presentati dalla nostra Diocesi, che in situazioni difficili, soprattutto nel Mezzogiorno ma anche nel resto d’Italia, promuovono lavoro e ne indicano la replicabilità in altre luoghi. Tutte esperienze partite quasi dal nulla, esclusivamente dall’iniziativa e dalla creatività dei protagonisti. Becchetti evidenzia però che in Italia servono «politiche intelligenti di investimenti» oltre che impegno per «rimuovere lacci e lacciuoli». Individua gli ostacoli maggiori nella giustizia civile, nella burocrazia e nella scarsa attenzione alle piccole imprese.

Lucido e puntuale il quadro del contesto sociale attuale delineato dal sociologo Mauro Magatti: «La generazione del dopoguerra, quella di mio padre, ha lavorato con speranza e passione, creando una grande ricchezza diffusa per sé e i propri figli. Poi è arrivata la generazione del baby boom, quella di cui io faccio parte: nata insieme all’individualismo e al consumismo, è cresciuta col benessere, venendo poi investita dal vento forte della globalizzazione. A conti fatti, questa generazione lascia in eredità molti debiti e pochi figli». Ma a proposito di lavoro, nonostante tanti lavori stiano scomparendo, Magatti è convinto che «dopo l’inverno torna sempre la primavera». Il punto è la durata della brutta stagione. Magatti propone che «prima bisogna produrre valore e poi consumare». Tradotto in soldoni significa che occorre «lavorare tutti insieme per creare un valore comune, che metta insieme economia e società, materialità e spiritualità, immanenza o trascendenza». Per far tornare il lavoro al centro del modello di sviluppo, secondo Magatti occorre «prendersi cura dell’umano in tutte le sue dimensioni», partendo dalla consapevolezza che «una formazione integrale non è mai solo un affare privato»; «creare un ecosistema favorevole a chi il lavoro lo crea», detassando il lavoro, facendo arrivare le risorse a chi lo crea e non a chi specula; «creare nuovo valore», cioè «mettersi insieme per produrre nuovi tipi di beni, non solo individuali e privati».

Dal punto di vista strettamente personale ritengo sia stato questo l’intervento cardine e riassuntivo della Settimana Sociale (ne consiglio la lettura integrale facilmente recuperabile in rete).

«Non possiamo chiedere la novità alla politica se non la viviamo prima noi», ha affermato Santoro, presidente del Comitato scientifico-organizzatore della Settimana Sociale.

Non è difficile infatti trovare cristiani che non si differenziano da quanti non credono: anch’essi sfruttano, approfittano, sono bravi e buoni clienti dei rappresentanti istituzionali di turno, oppure sono arrabbiati, delusi ma al contempo inerti e con poca voglia di impegnarsi per cambiare lo stato delle cose.

Un segno concreto di questa Settimana Sociale è stato l’incontro con le istituzioni. I lavori hanno portato a tracciare delle linee di intervento prioritarie per l’Italia e per l’Europa. Al presidente del Consiglio dei Ministri, Paolo Gentiloni, Sergio Gatti, vicepresidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali, a nome della Chiesa italiana ha presentato quattro proposte, e tre al presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, consapevoli che è soprattutto quella la sede dove occorre agire culturalmente, politicamente e normativamente.

Il sogno del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, è un grande progetto ispirato dal clima di ricostruzione del Paese che aveva animato i Padri costituenti e la gente semplice. Ha auspicato «un grande piano di sviluppo basato su due elementi di cruciale importanza: la famiglia e la messa in sicurezza del territorio».

Se l’opzione primaria per i poveri è il cardine dell’agire della Chiesa, occorre che essa sia accompagnata dall’impegno consapevole per rimuovere le cause sociali ed economiche, ma anche culturali, della povertà.

Uno spunto da evidenziare è stato quello sul “lavoro di cura”, che è un tipo di lavoro non travolto dalla velocità (in questo contesto il lavoro 4.0 è diversamente vicino). Il prendersi cura della famiglia, degli ammalati, delle persone disabili, dei propri cari piccoli o anziani, è un ambito in cui le opportunità di lavoro sono in forte crescita.

Giornate intense, ricche di relazioni feconde e dell’ospitalità sarda che le ha accompagnate. Siamo ripartiti da Cagliari con alcune domande che potranno avere risposte solo successivamente: quanto alla rilevanza pubblica dei cattolici ci sarà ancora tanto da aspettare? Una bella sfida da cogliere. Occorre una risposta collettiva. Come? Il dibattito credo sia davvero aperto.

di Renato Meli

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"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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