Vita Cristiana

Pubblicato il 4 Febbraio 2019 | di Silvio Biazzo

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I festeggiamenti di San Biagio a Comiso

Nella ridente cittadina casmenea conclusi i tradizionali riti per rendere onore al patrono San Biagio: quello più antico e più atteso è stato il rito della benedizione della gola nella omonima chiesa.

Il martire Biagio è ritenuto dalla tradizione vescovo della comunità di Sebaste in Armenia al tempo della “pax” costantiniana. Il suo martirio, avvenuto intorno al 316, è perciò spiegato dagli storici con una persecuzione locale dovuta ai contrasti tra l’occidentale Costantino e l’orientale Licinio. Nell’VIII secolo alcuni armeni portarono le reliquie a Maratea (Potenza), di cui è patrono e dove è sorta una basilica sul Monte San Biagio. Il Culto del Santo ha trovato terreno molto fertile anche a Comiso. Tradizione vuole che avendo guarito miracolosamente un bimbo cui si era conficcata una lisca in gola, è invocato come protettore per i mali di quella parte del corpo. A quell’atto risale il rito della “benedizione della gola”, compiuto con due candele incrociate.

A Comiso la solennità del 3 febbraio nella chiesa di San Biagio ha mantenuto la suggestione di sempre: ancora oggi vengono distribuite “nzaiareddi”, nastrini di colore rosso da legare al braccio, poi il momento più atteso, la benedizione della gola: nel rispetto del rituale i Sacerdoti vestiti di cotta e stola hanno apposto sotto il mento dei fedeli accanto alla gola due candele accese, dicendo: “Dominus noster Iesus Christus, per intercessionem S. Blasii Episcopi et Martyris, liberet te ab omni malo, et a malo gutturis”, interminabile la fila di fedeli lungo la navata della Chiesa che hanno chiesto la benedizione per sé e soprattutto per i propri bambini.

La solennità di S. Biagio, patrono della città, anticamente e secondo il calendario, aveva luogo il 3 febbraio. Però tenuto conto della stagione poco opportuna, per Privilegio vescovile del 29 aprile 1604 s’ottenne di trasportarla alla prima domenica di luglio, successivamente un secondo Privilegio rimanda il rito alla seconda domenica di luglio come ancor oggi avviene. Sulla tradizione della festa, parecchio è stato scritto: la festa esterna, quella di luglio , si celebrava in piena estate, quando nelle campagne sono terminati i lavori grossi della mietitura e trebbiatura e si poteva onorare, senza pensieri in testa e qualche soldo in tasca, il patrono del paese.

“Caliari” forestieri, la vigilia e il giorno della festa, battevano i quartieri con la cesta ovale di strisce di canne e virgulti d’olivo al braccio, “vanniannu calacausi e simenta”, una fiera-mercato affiancava la festività, che durava una settimana, da domenica a domenica, detta l’ottava.

Si vendeva di tutto, scale di ogni altezza, utilizzare specialmente per la raccolta delle olive, utensili agricoli, corde, scarpe, panieri e corbelli. I vasai di Caltagirone portavano montagne di “fancotta”, “quartari”, “nziri”, “nzalateri”, “cannati”, forme per mostarda e cotognata con impressi simboli eucaristici, grappoli d’uva, frutta e delicati nomi di donne.

I “bummula” più rinomati, di terracotta verdina, la migliore per mantenere fresca l’acqua, venivano invece da Lentini. Al bómbolo era obbligo che si accostassero per prime, “ppi ‘ncingallu”, cioè per inaugurarlo, le labbra di un maschio; se malauguratamente vi si fosse attaccata la bocca assetata di una donna, Dio ne scampi, si sarebbe potuto buttare, perché avrebbe puzzato per sempre di uova marce. Il pomeriggio della processione centinaia di devoti portavano a spalla la statua del Patrono serenamente assiso sulla sua sedia vescovile, ai cui piedi bambini con malformazioni di nascita “pizzuliaunu coccia ri racina sammilasara”, chicchi di uva, che maturava proprio in quei giorni e guardando, come raccomandavano i genitori che l’avevano posti sulla vara, il bel viso “ruscianu” del Santo, speravano che raddrizzasse le loro gambette rachitiche o sciogliesse la lingua muta.

Mentre la lunga processione di fedeli coi ceri dentro la lanterna coi vetri istoriati dai simboli vescovili e del martirio di S. Biagio s’avvia per i quartieri del paese. Altra tradizione infine la raccolta del frumento, che si effettuava in varie giornate che precedevano il giorno della festa (con l’utilizzo di muli bardati con bisacce che percorrevano i vari quartieri del paese). Tradizioni di un tempo che suscitano ancor oggi, pur nel ricordo, suggestioni uniche!

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Autore

Silvio Biazzo

Giornalista Pubblicista dal 1980 , ha collaborato con Radio Insieme, Avvenire, Giornale di Sicilia e Gazzetta del Sud e tv locali, diploma di Maturità Classica, studi universitari in Giurisprudenza , dal 1993 insignito della Onorificenza di Cavaliere dell’ O.M.R.I.



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