Attualità

Pubblicato il 18 Febbraio 2019 | di Silvio Biazzo

Dipendenza da internet e social network nei giovani

Il direttore dell’ufficio diocesano per la Pastorale della salute, don Giorgio Occhipinti, ha presentato nell’auditorium del Preziosissimo sangue, alla presenza del parroco, don Giuseppe Russelli e del vicedirettore della Pastorale della salute, Rosario Ficara; l’incontro sulle dipendenze patologiche del XXI secolo.

“In rete…senza rete” il tema dell’incontro, che si è soffermato sulla dipendenza da internet e social network nei giovani, affrontato dai medici Santi Benincasa e Orazio Palazzolo, entrambi componenti della Pastorale della salute.

“Trasgredire le regole, soprattutto in giovane età – ha spiegato don Occhipinti – può essere considerato naturale. Tuttavia, se certi atteggiamenti diventano abitudini, questo potrebbe portare ad una serie di disagi, causando squilibri fisici e cognitivi”. L’incontro ha in particolare affrontato la scottante problematica della dipendenza da internet e dai social network, sorta in seguito all’introduzione di tecnologie sempre più sofisticate.

L’Internet addicition disorder è stata definita come l’ossessione di voler condividere la propria vita sui social media o l’attività compulsiva di navigazione sul web, che può provocare una vera e propria alienazione dal mondo “reale”.

“Rischiare la vita senza un apparente motivo, in maniera volontaria, ancora meglio se di fronte c’è un pubblico di persone che non attendono altro. Sembra essere questo il nuovo sport degli adolescenti e dei giovanissimi in genere – ha detto Benincasa – Ma dietro a questa tendenza si nasconde qualcosa di più profondo. Non è facile indagare sui motivi: noia, perdita di valori, incoscienza dovuta all’età, troppi stimoli provenienti da un mondo (come quello social) che impone ogni giorno nuove sfide, forse un mix di tutto questo. Sta di fatto che, sempre più di frequente, assistiamo al diffondersi di fenomeni che portano soprattutto i minorenni a sfidare la sorte, cercando il brivido a tutti i costi, tentativi che, in alcuni casi, li conducono alla morte. È un vero e proprio allarme quello che si sta propagando a macchia d’olio in tutta Europa. La minaccia più recente si chiama “balena blu”, anche se non c’è nessun animale a mettere a repentaglio la vita di qualcuno. Al contrario, sono direttamente i ragazzi a scegliere di togliersi la vita: sembra assurdo ma è proprio così. Un viaggio a tappe verso l’orrore che ha portato alla morte più di cento giovani in appena sei mesi”.

Dalla Russia e, ancora una volta, grazie alla complicità di Internet arriva un’altra pericolosissima moda. Stavolta tutto ruota attorno a uno dei gesti diventati ordinari nella vita di ogni ragazzo (e non solo): il selfie. Ma c’è autoscatto e autoscatto, perché il “DaredevilSelfie”, questo il nome del fenomeno, che letteralmente si traduce in “selfie temerario”, trasforma il concetto fino a renderlo estremo. Per immortalarsi in pose pericolose non ci sono confini: grandi altezze, dirupi, stazioni dei treni e della metropolitana mentre arrivano i convogli, edifici abbandonati, auto e moto in corsa.

E gli effetti iniziano a farsi sentire. Dal 2014 sono più di 150 le persone morte nel mondo per un selfie. “In Italia – ha sottolineato il dott. Palazzolo – dall’inizio dell’anno, sono già due i ragazzi deceduti. Ma perché i ragazzi fanno questo? Innanzitutto perché più di 1 su 10 ha confessato di aver provato un selfie estremo almeno una volta, nonostante fosse ben conscio del pericolo. Quasi tutti, poi, non avevano un motivo particolare per farlo: giusto per provare.

Inoltre, c’è l’Hikikomori: “E’ un fenomeno riscontrato tra gli adolescenti – prosegue Palazzolo – che consiste nel ritiro fra le mura domestiche e la mancanza di qualunque rapporto sociale. Con il termine Social withdrawal si intende una condizione sociale caratterizzata prevalentemente da sentimenti di solitudine, isolamento, ritiro dalla società e dalle relazioni interpersonali. Nelle società nipponiche questo fenomeno si configura con l’espressione Hikikomori che deriva dal verbo Hiku (tirare indietro) e Komoru (ritirarsi) ed indica una sindrome sociale che va diffondendosi ormai in maniera critica e capillare. Il termine Hikikomori è stato formulato dallo psichiatra Saito Tamaki, direttore del dipartimento psichiatrico dell’ospedale Sofukai Sasaki di Chiba, non lontano da Tokyo, negli anni Novanta del secolo scorso, per riferirsi al fenomeno di persone che hanno scelto una condizione di autoreclusione permanente al fine di ritirarsi dalla vita sociale”.

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Autore

Silvio Biazzo

Giornalista Pubblicista dal 1980 , ha collaborato con Radio Insieme, Avvenire, Giornale di Sicilia e Gazzetta del Sud e tv locali, diploma di Maturità Classica, studi universitari in Giurisprudenza , dal 1993 insignito della Onorificenza di Cavaliere dell’ O.M.R.I.



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