Società

Pubblicato il 4 Marzo 2019 | di Salvatore Schininà

Dare una mano e riceverne cento. L’emozione del servizio civile

Incontro Giovanni al bar, siamo amici da anni, è sempre la stessa giornata ma qualcosa di diverso è successo: da un mese ho iniziato il servizio civile. Giovanni ha fatto il servizio l’anno scorso in un centro d’accoglienza gestito dalla fondazione San Giovanni Battista. I nostri sono progetti differenti, ma accomunati dalla stessa voglia di mettersi a servizio della comunità. So bene quello che erano i suoi compiti al centro, ne abbiamo parlato tante volte, e tante volte mi ha convinto, parlandone, di attivarmi e di iniziare anch’io questo percorso.

Ma qualcosa è appunto differente, e quindi gli chiedo cosa ha provato durante il suo anno. Mi risponde che le sue aspettative erano quelle di un’esperienza a metà tra lavoro e formazione, e che, pronto ad assorbire ogni lezione di vita e di professionale, era curioso di inserirsi in un gruppo di lavoro, misurandosi in un ambiente fin lì conosciuto solo da lontano. E di quell’ambiente conosciuto da lontano iniziamo a parlare. Gli chiedo quale sia stato l’impatto e quali fossero le sue emozioni la prima volta che è entrato nel centro a cui era stato assegnato, e mi risponde che c’era preoccupazione, ovviamente, e che il timore di non riuscire ad aiutare i beneficiari del centro e non saper dar nessun sostegno era concreto. Ma l’entusiasmo e la voglia di fare gli hanno permesso di inserirsi velocemente e capire fin da subito la sua reale possibilità di servire la comunità. Ma, una volta capita la reale possibilità di incidere e quindi trasformare responsabilità in opportunità, l’esperienza è diventata non solo crescita professionale e cognitiva ma anche e soprattutto personale: un’emozione. I beneficiari del centro hanno cominciato a consideralo una figura di riferimento per le loro vite dentro e fuori la struttura. I consigli, le richieste e i racconti dei ragazzi hanno permesso, col passare dei mesi, la creazione di un rapporto non solo formale ma anche amichevole. Improvvisamente si rese conto che non solo lui poteva dare tanto a loro ma che anche loro potevano dare tanto a lui. E se la prima presa di coscienza era stata subito chiara e fa parte di quel processo di formazione professionale, la seconda è la chiave essenziale per capire quanto il servizio civile non solo sia dare ma anche ricevere. Gli faccio un’ultima domanda: cosa ha provato finendo il suo anno di servizio. La risposta immediata è stata tristezza, ma tutto passa in secondo piano rispetto all’emozione di aver contribuito con impegno e quindi sentirsi un cittadino attivo di una comunità unica e vitale.

Perché questo è il fine ultimo dell’anno di servizio civile: dare una mano e riceverne cento, prendere coscienza di vivere all’interno di un unico organismo, che necessita di impegno e partecipazione, di professionalità e di energie, ma capace di restituire emozioni e gratificazione, crescita e coscienza. Mi chiedo se sarà così anche per me, e mentre vado via mi rispondo: certamente sì.

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Autore

Salvatore Schininà

Laureato in Lettere moderne, attualmente volontario del servizio civile presso l’Ufficio Comunicazioni Sociali della diocesi di Ragusa. Collabora con l’associazione di webmagazine Generazione Zero



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