Politica

Pubblicato il 8 Marzo 2019 | di Vito Piruzza

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In pensione con quota cento. I pro e i contro di questo decreto

Come da programma il 28 gennaio è stato pubblicato il decreto legge che ha reso più elastico l’accesso alla pensione.

È stato battezzato “Quota 100” e prevede la possibilità di accesso alla pensione pubblica per tutti coloro che al compimento di 62 anni di età abbiano almeno 38 anni di contribuzione. Andiamo a vedere cosa cambia.

Intanto va detto subito che la normativa è “sperimentale” e valida solo per tre anni; un altro elemento assolutamente importante da premettere è che questa normativa non scalfisce le normative precedenti che restano tutte in vita: dalla Fornero all’Ape social, all’opzione donna ai lavoratori precoci. Di fatto, quindi, non è una riforma, ma un correttivo. Essendo rimasto intatto l’impianto della normativa pensionistica, compreso il meccanismo di calcolo della pensione che rimane “contributivo” (cioè “spalma” sugli anni di aspettativa di vita i contributi accumulati durante il periodo lavorativo), si è alimentato un vivace dibattito riguardo all’importo dell’assegno pensionistico atteso che, andando prima in pensione, i contributi accumulati sono minori e il periodo su cui spalmarli aumenta. Anche se è formalmente corretto ciò che dice il governo che la pensione derivante da “quota 100” non sconta nessuna “penalizzazione” (ed in effetti non ne è prevista nessuna), è giusto evidenziare che è il meccanismo stesso di calcolo della pensione con il metodo “contributivo” a rendere più esiguo l’assegno pensionistico se si va in pensione prima. Pertanto c’è comunque una corposa riduzione rispetto all’assegno pensionistico che verrebbe erogato con la Fornero.

Bisogna però dire che, in questa fase, chi può fruire di “quota 100” avendo 38 anni di contribuzione negli anni 2018/2020, per effetto della riforma Dini (che riconosce fino al 31/12/2015 il mantenimento del metodo “retributivo” nel calcolo della pensione), fruisce di una buona quota (da 15 a 12 anni) di pensione calcolata in modo più generoso e soprattutto non dipendente ne dall’età ne dai contributi versati. Comunque l’entrata in vigore della normativa è stata salutata da un grande favore con la presentazione di migliaia di domande e, in effetti, ha rappresentato una risposta al bisogno di chi ha difficoltà a reggere un lavoro usurante, o ha perso il lavoro in età avanzata ed è disponibile a una riduzione di assegno pur di fruirne subito. Questo ovviamente non significa che il provvedimento non presti il fianco a critiche (oltre quella accennata dell’assottigliamento dell’assegno pensionistico); per primo l’eccessiva enfasi posta dal governo sui posti di lavoro che si renderanno disponibili: in effetti soprattutto nei servizi privati il turnover alla pari è un mito cui nessuno crede.

I sindacati poi criticano che questa normativa taglia fuori tutte quelle categorie come i lavoratori dell’agricoltura, dell’edilizia e del turismo, spesso lavori molto usuranti, che quasi mai fruiscono di continuità contributiva e quindi hanno difficoltà a raggiungere i 38 anni di contributi. Saranno questi tre anni di sperimentazione a dirci i vantaggi e gli svantaggi di questa normativa.

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Vito Piruzza



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