Società

Pubblicato il 17 Giugno 2019 | di Salvatore Schininà

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La testimonianza di Andrea Caschetto «Come un arcobaleno dopo la pioggia»

Cosa sia la felicità e come la si trovi sono domande che ogni persona si è posta. Parlandone con Andrea Caschetto c’è l’impressione che sia qualcosa di molto più concreto e quotidiano di quanto si possa immagine. Chiamato “ambasciatore del sorriso” dall’Onu, proprio nella Giornata Mondiale della Felicità del 2016 è stato invitato a parlare all’assemblea della Nazioni Unite, riuscendo a coinvolgere e a donare un sorriso anche in ambienti istituzionali e formali. Una capacità ed un carisma che lo hanno reso “amico di tutti” e punto di riferimento per la sua attività di sensibilizzazione e volontariato verso le persone più svantaggiate del mondo, regalando a tutti la più bella delle emozioni: la felicità e la gioia della vita.

Hai girato molti paesi del mondo, incontrando spesso bambini, ma anche persone sofferenti. Secondo te la gioia e la felicità sono emozioni universali che collegano tutte le persone del mondo?
«Certamente. La gioia e la felicità – risponde – sono un motivo per vivere meglio. Difatti, più sofferenza c’è nei posti che noi chiamiamo del Terzo Mondo, più lì si può trovare la gioia. Perché quando non ci si vizia con la tecnologia, la palestra, la macchina e quant’altro, nasce la necessità di trovare qualcosa per stare bene. E per stare bene la felicità e la gioia sono indispensabili. Noi, quì, avremmo una facilità incredibile a trovare la felicità, ma il problema è che spesso dimentichiamo che esista. Tutto il mondo potrebbe essere collegato da questa emozione, e così creare una vera fratellanza di culture, unite della felicità».

Girando per il mondo hai appunto visto persone di ogni cultura ed etnia, in ogni contesto sociale che esista: c’è una qualche differenza nelle circostanze che possono portare felicità in base ai luoghi dove si vive? O in fondo tutti quanti proviamo gioia per le stesse esperienze?
«Principalmente la felicità coincide con la cultura del posto, e se la si rispetta si trova la felicità. Quindi le circostanze che possono crearla dipendono dalla cultura di ognuno e del luogo in cui si vive o che si visita. Ma è anche normale che ci siano gesti quotidiani capaci di far scaturire gioia, come un bambino che ti sorride e vuole un abbraccio, o ottenere un risultato sperato e per cui si è lavorato tanto. Questo è un linguaggio universale».

Raccontaci qualche esperienza che non solo ti ha portato gioia ma che l’ha anche lasciata nei cuori e negli occhi di altre persone
«Un episodio molto forte, che continua a suscitarmi e a suscitare una grandissima gioia, è stata la pubblicazione di un post dopo dieci anni dalla mia operazione alla testa. Raccontare del mio vissuto ha ridato forza e voglia di farcela a tutte quelle persone che, come me, affrontavano un momento simile, o che soffrivano per la condizione di un parente o di un amico. Ancora adesso, in molti portano con sé, durante le cure, il mio libro o una mia foto, e mi contattano per dirmi quanto coraggio e felicità infonda in loro il condividere la loro esperienze e sapere che si può affrontare e superare qualunque avversità. Un’altra esperienza che mi continua a dare sempre una profonda gioia è quando riesco a mettere in contatto una coppia di genitori che vuole adottare un bambino con un orfanotrofio o un’associazione che si occupa di adozioni. Mettere in contatto, permettere quindi ad bambino di avere una famiglia, e ad una coppia di avere un figlio: questo è un altro motivo per essere super felici».

Cosa è per te la gioia? Prova a descrivercela con un colore
«Per me la felicità sono ovviamente i colori dell’arcobaleno. Nel mio primo libro “Dove nasce l’arcobaleno”, faccio appunto capire l’importanza di questi colori. Dopo la pioggia, e quindi il grigio, che non è un colore dell’arcobaleno, spunta il sole. Un meraviglio sole che porta con sé la felicità, perché fa spuntare l’arcobaleno. Ovviamente questa è tutta una metafora con cui voglio dire che la cultura, l’uguaglianza nella diversità, la fraternità di tutte le genti di ogni etnia… questa è la felicità».

Essere felici è una scelta o una condizione “istintiva”?
«Da bambini è una condizione istintiva, da adulti diventa una scelta. Ma, come quando si impara a guidare la macchina, e all’inizio si hanno delle difficoltà, con la pratica e l’esercizio diventa automaticamente istintivo, anche l’esercizio della felicità la rende istintiva. E quindi tutti all’inizio dobbiamo essere felici per scelta, in qualche modo predisporci ad essa, ma quando diventa automatico, quando diventa modo di essere, a quel punto essere felici è puro istinto e lo si è anche con nulla. Così si diventa felici per tutta la vita».

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Autore

Salvatore Schininà

Laureato in Lettere moderne, attualmente volontario del servizio civile presso l’Ufficio Comunicazioni Sociali della diocesi di Ragusa. Collabora con l’associazione di webmagazine Generazione Zero



One Response to La testimonianza di Andrea Caschetto «Come un arcobaleno dopo la pioggia»

  1. Avatar Gian Piero says:

    Ci sono un paio di refusi e un qui con l’accento, ma l’intervista è simpatica e brillante, come l’intervistato. Alla fine, per una testata cattolica, avrei chiesto ad Andrea anche “come mette in relazione la felicità con la fede nella presenza di Dio nella vita degli uomini”, invitandolo a chiarire se quando parla di “istinto” alla felicità si riferisce, quantomeno anche, ad una “vocazione” propria dell’Uomo e del Creato a rispondere a una chiamata dello Spirito di Dio presente in loro.

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