Vita Cristiana

Pubblicato il 2 Luglio 2019 | di Silvio Biazzo

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San Biagio a Comiso: memoria custodita e tramandata

San Biagio si ripropone a tutti come “festa di memoria” in quanto al santo patrono si riannoda la vita stessa di tutta la comunità della cittadina casmenea, «memoria custodita e tramandata con lode al Signore, testimonianza della gioia, perché riscopriamo, come una grande famiglia, la bellezza dell’unità e della comunione fraterna tra di noi e tra le generazioni. San Biagio fu martire: versò il suo sangue in totale fedeltà a Cristo perché credette che “né morte né vita potranno mai separarci dall’amore di Dio in Gesù Cristo”. La sua testimonianza esercita su di noi, ancora oggi, un fascino speciale». Queste le parole del rettore di San Biagio, il sacerdote Innocenzo Mascali, aprendo i solenni festeggiamenti in onore del patrono di Comiso.

Domenica scorsa ha preso il via il mese dedicato al vescovo martire e per tutto il mese di luglio le funzioni si svolgeranno nella Rettoria di San Biagio. “Paese di feste è Comiso” – ha scritto il prof. Nino Cirnigliaro eccelso cultore di storia locale – e quella del Patrono Sammilasi, la seconda domenica di luglio, chiude le più importanti. Come da tradizione a luglio la festa esterna, si celebrava in piena estate, quando nelle campagne, terminati i lavori della mietitura e trebbiatura, si poteva onorare, senza pensieri in testa e qualche soldo in tasca, il patrono del paese. Caliari forestieri, la vigilia e il giorno della festa, battevano i quartieri con la cesta ovale di strisce di canne e virgulti d’olivo al braccio, vanniannu calacausi e simenta. Una fiera-mercato affiancava la festività, che durava una settimana, da domenica a domenica, detta l’ottava. Si vendeva di tutto, scale di ogni altezza, utilizzare specialmente per la raccolta delle olive, utensili agricoli, corde, scarpe, panieri e corbelli. I vasai di Caltagirone portavano montagne di fancotta, quartari, ‘nziri, ‘nzalateri, cannati, ovvero forme per mostarda e cotognata con impressi simboli eucaristici, grappoli d’uva, frutta e delicati nomi di donne. I bummula più rinomati, di terracotta verdina, che era la migliore per mantenere fresca l’acqua, venivano invece da Lentini. Al bómbolo era obbligo che si accostassero per prime, ppi ‘ncingallu, per inaugurarlo, le labbra di un maschio; se malauguratamente vi si fosse attaccata la bocca assetata di una donna, Dio ne scampi, si sarebbe potuto buttare, perché avrebbe puzzato per sempre di uova marce. Così ai lati della strada della villa, sui marciapiedi erano esposti tanti articoli, che non si trovavano nei pochi negozi del paese. Solo i catanesi scaltri e mariuoli vendevano fumo, portando agli ingenui braccianti comisani tanti giochi, in cui a vincere erano sempre i furbi etnei.

Il pomeriggio della processione, centinaia di devoti portavano a spalla la statua del Patrono serenamente assiso sulla sua sedia vescovile, ai cui piedi bambini difettosi di nascita pizzuliaunu coccia ri racina sammilasara, chicchi di uva, che maturava proprio in quei giorni e guardando, come raccomandavano i genitori che l’avevano posti sulla vara, il bel viso del Santo, speravano che raddrizzasse le loro gambette rachitiche o sciogliesse la lingua muta. Mentre la lunga processione di fedeli coi ceri dentro la lanterna coi vetri istoriati dai simboli vescovili e del martirio di S. Biagio s’avvia per i quartieri del paese. Altra tradizione infine la raccolta del frumento, che si effettuava in varie giornate che precedevano il giorno della festa (con l’utilizzo di muli bardati con bisacce che percorrevano i vari quartieri del paese). Tradizioni di un tempo che suscitano ancor oggi, pur nel ricordo, suggestioni uniche!

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Autore

Silvio Biazzo

Giornalista Pubblicista dal 1980 , ha collaborato con Radio Insieme, Avvenire, Giornale di Sicilia e Gazzetta del Sud e tv locali, diploma di Maturità Classica, studi universitari in Giurisprudenza , dal 1993 insignito della Onorificenza di Cavaliere dell’ O.M.R.I.



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