Cultura

Pubblicato il 10 Agosto 2019 | di Alessandro Bongiorno

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L’unica realtà al mondo che l’Unesco bacia con tre riconoscimenti

Non solo il barocco. L’Unesco ha iscritto anche l’arte dei muretti a come patrimonio dell’umanità. Per la provincia di Ragusa, il cui paesaggio rurale è caratterizzato dai “ricami” dei muri a secco, si tratta di un ulteriore riconoscimento della sua unicità.

A Ragusa i muri a secco non solo solo icona della bellezza del paesaggio. Rappresentano anche la testimonianza vivente della sua storia e della sua economia. Furono infatti i primi imprenditori agricoli, già nel Cinquecento, a ricorrere al frazionamento dei terreni, ottenuti in affitto grazie allo strumento dell’enfiteusi. La concessione dei terreni in enfiteusi fu la vera svolta per la realtà ragusana che, libera dal latifondo e dai grandi feudatari, divenne artefice del proprio destino. Quei primi produttori agricoli recintarono i terreni e all’interno delle “ciuse” impiantarono coltivazioni e allevamenti che, da allora a oggi, hanno rappresentato sempre l’avanguardia. La coltivazione dei primaticci in serra, la cooperazione agricola, il sostegno degli strumenti finanziari di una solida banca, gli allevamenti intensivi con tecniche e strutture meccanizzate, il riconoscimento dei marchi di qualità (Doc, Igp, Docg, Dop) alle produzioni tipiche, l’introduzione del biologico, la riconversione di molte aziende agricole ad aziende anche turistiche sono passaggi di una storia economica che ha visto protagonista la campagna ragusana.

Processi graduali nei quali Ragusa è stata sempre capofila e il marchio ragusano sinonimo di qualità. Oggi è tutto più difficile. Ragusa non ha più la Provincia, ha perso la Camera di commercio, le sedi di sindacati e organizzazioni di categoria sono altrove, i partiti scelgono sindaci e deputati contando i like su internet e non per il loro radicamento sul territorio. Anche la città di Ragusa è in affanno. Sul turismo, la cultura, lo sviluppo è finita a traino di Noto, Modica, Scicli.

Eppure c’è la sensazione che si possa fare di più e meglio. Magari ripartendo ancora dall’Unesco che tra i beni dell’umanità ha inserito anche la dieta mediterranea. Noi produciamo frutta, verdura, grani antichi, cereali dorati dal sole di Sicilia, formaggi, olio, abbiamo il mare per il pesce azzurro e le vigne per aggiungere un buon bicchiere di vino. Abbiamo il paesaggio rurale impreziosito dai muri a secco e un barocco superbo che arricchisce le nostre città. Quale altra realtà al mondo ha tre diversi riconoscimenti Unesco? Siamo realmente un patrimonio dell’Umanità ma non ce ne rendiamo conto. Il nostro futuro può e deve cominciare adesso. Con quanto il buon Dio ci ha donato e con quanto chi ci ha preceduto è stato capace di portare avanti.

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Autore

Alessandro Bongiorno

Giornalista, redattore della Gazzetta del Sud e condirettore di Insieme. Già presidente del gruppo Fuci di Ragusa, è laureato in Scienze politiche.



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