Società

Pubblicato il 18 Settembre 2019 | di Alessandro Bongiorno

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Le verità che nessuno osa dire e i pregiudizi sulla bocca di tutti

Un centro storico svuotato, abitato solo da anziani e immigrati, senza negozi e senza attrattive: è questa la narrazione che emerge quando si vuole parlare del quartiere San Giovanni. Uno studio, condotto dall’associazione “Insieme in città”, e che siamo in grado di anticipare, smonta queste percezioni e ci restituisce una riflessione da aggiornare. È vero che questa parte della città vive situazioni di sofferenza (comuni comunque anche alle periferie) ma non sono quelle che pensiamo, magari lasciandoci influenzare da pregiudizi e da una conoscenza solo virtuale della realtà.

Spulciando lo studio del laboratorio di urbanistica partecipata, scopriamo, ad esempio, che la presenza dei migranti è inferiore al 20 per cento, che la metà dei residenti vive nel centro storico da meno di trent’anni (si tratta quindi di coppie giovani con figli che hanno ripopolato questa parte di città), che molti esercizi commerciali hanno chiuso ma tanti altri hanno aperto, sino a lasciare quasi immutato il saldo rispetto al 2006, ovvero rispetto al periodo precedente alla crisi che ha caratterizzato questi ultimi anni.

Interessante, in particolare, il dato sul commercio che mostra come il centro storico e il quartiere San Giovanni siano in una fase di lenta ma costante trasformazione. Certo, si troveranno meno vetrine di calzature e abbigliamento ma in compenso sono cresciuti gli esercizi che in qualche modo sono legati al turismo (b&b, affittacamere, case vacanza, alberghi) e alla ristorazione (particolare il caso di via Mariannina Coffa divenuta pedonale e, di fatto, la strada della movida ragusana con locali, pub, ristoranti, pizzerie). Resistono i negozi di mobili (in via Mario Leggio), le gioiellerie (tra via Roma e via Mario Leggio) e anche le attività di vicinato che offrono beni e servizi soprattutto a quanti risiedono nel quartiere.

Alcuni numeri aiutano a leggere la situazione meglio delle parole.

Nel tratto tra la Rotonda e corso Italia vivono 828 residenti, 638 dei quali italiani (il 77 per cento) e oltre la metà dei quali (441) si sono insediati negli ultimi trenta anni. Gli esercizi commerciali attivi sono 46, un terzo in meno rispetto ai 64 del 2006, con 22 nuove aperture che in parte ricompensano le chiusure che si sono verificate.

Un andamento simile si registra nel tratto tra il corso Italia e il ponte Pennavaria. Qui i residenti sono 476, 379 dei quali italiani (80 per cento). Gli esercizi commerciali censiti sono 147 (i 2/3 dei quali di recente apertura che in parte riducono il saldo rispetto al 2006 quando le insegne erano 154). Nel piccolo tratto tra il pone e piazza Libertà i residenti sono 50 (il 96 per cento italiani e il 38 per cento di recente insediamento). Proiezioni analoghe anche per il tratto che va da piazza Libertà e piazza del Popolo si contano 134 residenti, 110 dei quali (l’82 per cento) italiani e con il 44 per cento che hanno fissato qui la residenza negli ultimi trent’anni.

Non si può quindi parlare di spopolamento, di invasione di immigrati, né di desertificazione commerciale. Parte della popolazione si è trasferita in altri quartieri della città (che possono offrire una qualità dell’abitare diversa), ma tante giovani coppie hanno compiuto una scelta opposta. Almeno due esercizi commerciali su tre hanno chiuso negli ultimi 10-15 anni ma un numero significativo ha scelto di continuare a investire nel quartiere San Giovanni.

La ricerca non cancella i problemi (molte, troppe case sono chiuse e difficilmente rivedranno una famiglia riabitarle) ma offre strumenti di lettura che non possono non essere presi in considerazione, soprattutto in una fase nella quale si è riaperto il discorso sull’aggiornamento del piano regolatore e degli strumenti urbanistici. Di certo, occorrerà prestare ancora maggiore attenzione , migliorare la qualità dei servizi, offrire alternative all’abitare, ma non si potrà più parlare di un centro ostaggio degli immigrati o nel quale non ci sono più negozi. La realtà è quella di un centro che, come un corpo vivo, si trasforma e può ancora essere il cuore di una città smarginata dalle periferie e senza più una precisa identità.

 

 

 

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Autore

Alessandro Bongiorno

Giornalista, redattore della Gazzetta del Sud e condirettore di Insieme. Già presidente del gruppo Fuci di Ragusa, è laureato in Scienze politiche.



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