Attualità

Pubblicato il 13 Novembre 2019 | di Redazione

In memoria di Vincenzo Parretta, l’uomo con il sigaro di corso Italia

Vincenzo Parretta era un uomo della nostra città. Una persona che noi della Caritas avevamo conosciuto ormai molti anni fa. Era uscito da un monastero per una qualche delusione vocazionale e per molti mesi lo aiutammo a cercare eremi su internet (e al solo scriverlo viene da sorridere). Era nato a Bari e aveva ottenuto da un amico defunto, conosciuto negli anni della vocazione, il lascito di una casa male in arnese qui a Ragusa, dove viveva in solitudine. Gli piaceva parlare di poesia e di arte, di religione e di politica.

Col sigaro perennemente in bocca corroborava una bronchite cronica che era un suo marchio, soprattutto quando si accalorava parlando dei temi che lo appassionavano, un po’ filosofici e un po’ da uomo della strada, tanto che sembrava il personaggio di una canzone di Guccini.

Il giorno che ottenne la pensione di invalidità fu lesto a offrire ai suoi amici della Caritas un caffè e non venne più in ufficio perché sapeva farsi bastare quei pochi euro e il tesoro della dignità.

Le uniche eccezioni avvenivano in occasione dei pranzi di Natale e Pasqua al nostro Ristoro di San Francesco. Una volta con il suo inconfondibile accento “straniero” e in maniera riservata sussurrò al nostro direttore: «Ah Domè, tu lo sai che il pane per fortuna ormai non mi manca, ma che sono qui per trovare un posto riscaldato da tante persone e non dalla solitudine quotidiana».

Capitava di incontrarlo spesso in corso Italia dove sedeva su qualche gradino e si fermava per parlare con quelle parole che ha il popolo, ma senza la violenza e la mancanza di considerazione che al popolo vengono attribuite da coloro che se ne sono eletti rappresentanti.

Tra un colpo di tosse e un affanno sempre più accentuato, lo preoccupava soltanto il pensiero di poter morire solo, a casa, e che lo ritrovassero dopo molti giorni. Con angustiante puntualità è andata proprio così: i vicini di casa, qualcuno che conferma l’assenza sui gradini, l’odore della morte, i pompieri, i funerali pagati dai servizi sociali.

Al ritorno dalle ferie, saputa la notizia, siamo andati a portargli dei fiori al cimitero. Nessuno sapeva nulla di lui. Solo dopo mille peripezie riceviamo l’indicazione del campo dove si trova la tomba. Ci siamo aggirati tra le sepolture senza trovarlo. Vediamo un tumulo di terra sormontato da una piccola croce in ferro e un numero. Non una foto, un nome, una data. Per esclusione decidiamo che è lui. Mormoriamo una preghiera, parliamo di come lo avevamo conosciuto perché era importante in quel momento sapere che Vincenzo aveva vissuto e che non è stato sempre così disperatamente solo.

È sepolto tra i defunti di giugno, abbiamo saputo della sua morte a settembre.

Ma Vincenzo continua a parlarci. In questi giorni abbiamo saputo che il custode del cimitero di Ibla ha provveduto a collocare una lapide sulla tomba e la nostra collega Anita ha ritrovato due sue poesie, che ci aveva regalato. Sono dedicate a due luoghi della sua giovinezza e sono versi molto belli, che rispecchiano la sua sensibilità.

Quindi questo è il racconto di una vicenda con un finale triste, tristissimo e le parole che pronunciò a Domenico a Natale sono per noi un bel testamento affinché nessuno viva una fredda solitudine pur avendo il pane. Noi gli volevamo bene e lui ne voleva a noi.

Ci piace credere che Vincenzo fosse consapevole di questo e che, anche adesso, ci guardi con compassione e affetto. Lo vogliamo ringraziare e chiedergli perdono, rendendo pubblico il suo nome e, attraverso i versi, la sua anima perché sia più facile per tutti ricordarlo.

«Laino Borgo Superiore

Nella bruma scomparve

il paese derelitto,

ombre e malerba

nella case incancrenite.

 

Ai miei quindici anni

risale un fradicio calendario,

alla morte sorride

una bambola cieca.

 

Crotone

Orme giovani lasciai

sui tuoi monti d’argilla,

sei il ricordo indelebile

del mio mare più azzurro.»

La Caritas di Ragusa

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Redazione

"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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