Attualità

Pubblicato il 27 Aprile 2020 | di Redazione

I nostri padri ci hanno raccontato… L’uomo di speranza vive di memoria

In questi giorni silenziosi e oscuri, dove le nostre presunte sicurezze cedono il posto ad un senso di precarietà generale, sentiamo tutto il peso di quello che le leggere ceneri posteci sul capo pochi giorni fa ci hanno ricordato: siamo fragili e provvisori. Questi giorni incerti e instabili sembrano anche i giorni più propizi per capire ciò che rimane per sempre ora che siamo privati di tutto, ora che le nostre certezze sono messe in crisi dallidea sempre più netta che la vita è nostra ma non dipende da noi. Si fa sentire allora sempre più forte il richiamo alla speranza, quella solida, che non passa. «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mt 24,35) ci ricorda Gesù; partiamo allora dalla Parola provando a cercare nel Salmo più oscuro del Salterio fondamento alle nostre fragili speranze.

«Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?» (v.2) grida lorante del Sal 22 allapertura del suo carme, grido che risuona nelle nostre liturgie pasquali, parole che i racconti della passione (Mt 27,46; Mc 15,34) mettono in bocca a Gesù nellora in cui, oscurati dal buio che si fece su tutta la terra, gli avversari lasciano la scena, il grido risuona e il salmo si apre.

Grida luomo della Pasqua: «Dio mio, Dio mio…»: grido di dolore estremo e di estrema speranza. No, non è contraddittorio scegliere il salmo più oscuro del Salterio per parlare di speranza perché non di un grido di disperazione si tratta. Quando un uomo nellora oscura del non senso continua a chiamare Dio «mio Dio» dimostra infatti di non arrendersi alla disperazione; il suo grido non è un grido disperato ma il grido di colui che sa che Dio è ancora intimamente suo, che la speranza è una virtù notturna perché anche dentro la notte dellabbandono Dio rimane «il mio Dio».

Ma ci sono due versetti in questo salmo che possono servire ad avvicinarci al fondamento della dolorosa speranza biblica:

In te confidarono i nostri padri,

confidarono e tu li liberasti

A te gridarono e furono salvati,

in te confidarono e non rimasero delusi (vv.5-6).

Il verbo che noi traduciamo con confidarono è lebraico bṭḥ, un verbo che pone laccento sulla sicurezza in cui luomo si trova o che egli può sviluppare affidandosi a realtà, persone, circostanze sulle quali può fare affidamento e che gli offrono garanzia, la LXX sapientemente lo tradurrà con il verbo greco elpizein, sperare.

La speranza del salmista è fondamentalmente legata ad un evento che poi è diventato un racconto, quello della Pasqua. Ci sono stati uomini, nella storia dIsraele, che non si sono stancati di raccontare, di generazione in generazione, una sola storia, un solo evento che è stato in grado di sostenere la fede e la speranza di generazioni: «i nostri padri». Narratori per ordine divino, hanno appeso la speranza al filo del racconto: «Mio padre era un arameo errante; scese in EgittoGli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signoree il Signore ascoltò la nostra voceil Signore ci fece uscire dallEgitto con mano potente e con braccio teso» (Dt 26,5-10).

Il Credo dIsraele è dunque un racconto e per questo luomo disperato nella Scrittura è luomo smemorato, luomo di speranza invece è colui che vive di memoria, che si ricorda che Dio ha aperto il mare e che per questo può aprire ogni mare.

Il grido del salmista rinnova allora la tradizione; radicato nel passato del suo popolo egli grida come un tempo ha gridato Israele nella persona dei padri e, al tempo stesso, il medesimo grido dei padri non cessa di risuonare agli orecchi di Dio attraverso di lui. Il grido di un tempo si fa, dunque, attuale perché è Israele che continua a gridare ora nella persona del salmista e di tutti coloro che supplicano il Signore con lui o lo faranno dopo di lui come noi. Possiamo dunque sperare perché ci è stato raccontato che Lui ha risposto, che il nostro Dio, anche se non risparmia ai suoi e nemmeno a se stesso i travagli storici, è Colui che resuscita.

In questa nostra oscura Pasqua 2020 assieme al grido di aiuto che risuona agli orecchi di Dio dalle nostre Chiese vuote e dai nostri ospedali stracolmi possiamo dire, cantare, affermare anche noi senza paura: andrà tutto bene! Non per ingenuo e fragile ottimismo ma per biblica, notturna, dolorosa speranza perché ogni generazione deve considerare se stessa come uscita dallesodo, perché il Santo, Benedetto Egli sia, non liberò soltanto i nostri padri, ma noi pure liberò con loro, come è detto: «Noi fece uscire di là per condurci e darci la terra che ha giurato ai nostri padri» Dt 6,23 (Haggadà di Pésach).

Sr Mara Campagnolo SCGR

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Redazione

"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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