Attualità

Pubblicato il 23 Maggio 2020 | di Silvio Biazzo

23 maggio: due magistrati un unico destino

La data è di quelle che fanno rabbrividire al solo pensarci, due episodi scritti a lettere di fuoco e sangue che rimarranno nella memoria di tutti, due i personaggi, quelli di Falcone e Borsellino accomunati da un solo identico destino, ed il 23 maggio è la Giornata della Loro Memoria.
Giovanni Falcone nato nel 1939 a Palermo, è stato un magistrato emblema di una Sicilia che voleva caparbiamente cambiare e alzare la testa.
Paolo Borsellino vede i natali nel 1940 anche lui a Palermo, è stato anche lui magistrato e vittima della mafia, ed ha condiviso con Falcone gli stessi ideali di vita fino all’estremo sacrificio.
Giovanni Falcone il 23 maggio 1992 è stato eliminato mentre tornava da Roma a Palermo dove lo aspettava Borsellino per festeggiare il suo nuovo ruolo di superprocuratore. Una quantità immane di tritolo fu posizionata nell’autostrada, l’esplosione fu azionata da un telecomando manovrato da uno spietato killer.
La strage di Capaci fu un attentato di stampo terroristico – mafioso compiuto da Cosa Nostra nei pressi di Capaci (sul territorio di Isola delle Femmine), per uccidere il magistrato antimafia Giovanni Falcone. Gli attentatori fecero esplodere un tratto dell’autostrada A29, alle ore 17:57, mentre vi transitava sopra il corteo della scorta con a bordo il giudice, la moglie e gli agenti di Polizia, sistemati in tre Fiat Croma blindate. Oltre al giudice, morirono altre quattro persone: la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Vi furono 23 feriti, fra i quali gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza.
Il fatto che gli attentatori sapessero l’ora dell’arrivo e partenza di Falcone dimostra che qualcuno “vicino” a lui era immischiato nella mafia come aveva precedentemente detto anche un pentito. Borsellino era già stato avvisato nel ‘91 da Vincenzo Calcara , un pentito che sarebbe stato ucciso e i progetti erano già stati fatti. Borsellino per questo sapendo già il suo destino non volle troppa protezione attorno a sé per evitare che non riuscendo a uccidere lui scegliessero come bersaglio qualcuno della sua famiglia. Gli era stato detto anche che un signore che aveva un ruolo importantissimo nello stato era coinvolto nella mafia facendo anche 2 nomi. Per questo cercò di non dire quasi a nessuno le indagini che faceva e gli argomenti degli interrogatori. Borsellino rilasciò interviste e partecipò a numerosi convegni per denunciare l’isolamento dei giudici e l’incapacità o la mancata volontà da parte della politica di dare risposte serie e convinte alla lotta alla criminalità.
Trascorrono quasi due mesi, il 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli , Paolo Borsellino si reca insieme alla sua scorta in via D’Amelio, dove viveva sua madre. In quella via dentro una Fiat erano stati messi 100 kg. di esplosivo: l’esplosione uccide lui e i 5 uomini della scorta , Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto è l’agente Antonino Vullo, risvegliatosi in ospedale dopo l’esplosione, in gravi condizioni.

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Autore

Silvio Biazzo

Giornalista Pubblicista dal 1980 , ha collaborato con Radio Insieme, Avvenire, Giornale di Sicilia e Gazzetta del Sud e tv locali, diploma di Maturità Classica, studi universitari in Giurisprudenza , dal 1993 insignito della Onorificenza di Cavaliere dell’ O.M.R.I.



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