Attualità

Pubblicato il 14 Marzo 2021 | di Alessandro Bongiorno

Padre Joseph, il Congo, le ingiustizie «Nel mio Paese si muore per il coltan»

Le immagini dell’attentato all’ambasciatore Luca Attanasio ci hanno aperto una finestra sul Congo. Una terra lontana ma che entra tutti i giorni nelle nostre vite. Attraverso smartphone, pc, tablet e qualsiasi altro strumento tecnologico che abbia bisogno di batterie ricaricabili. Sì, ognuno di noi ha un pezzetto di Congo in tasca perché proprio dalle miniere di questo Paese grande otto volte l’Italia si estrae il coltan con il quale, soprattutto la Cina, produce le batterie che ci tengono connessi con il resto del mondo.

Una terra che sente vicina in modo particolare padre Sebastiano Amato, la cui missione è distante solo poche decine di chilometri dal luogo dell’attentato dove hanno perso la vita l’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e il loro autista Mustapha Milambo. Una terra per la quale ha donato la sua vita anche padre Giovanni Tumino. Il Congo è anche il Paese da cui proviene padre Jospeh Muamba Bulobu, parroco della parrocchia San Pier Giuliano Eymard di Ragusa, primo parroco di colore nella storia della nostra Diocesi.

In un cassetto della sacrestia, padre Joseph tiene una cartina del suo Congo. È nato a Mwene-Ditu, nella parte Centro-Sud di questo immenso Paese che a occidente ha uno sbocco nell’Oceano Atlantico. Proprio a ridosso dell’Atlantico sorge la capitale Kinshasa che si trova a due-tre ore di volo dalla parte orientale, la più ricca e, per questo, la più infelice. Tra le province del Nord e Sud Kivu, dove è morto l’ambasciatore, si trovano a ridosso dei laghi che segnano il confine con Uganda, Tanzania, Rwanda e Burundi, le miniere di coltan ma anche di oro, diamanti, uranio, cobalto, argento, cadmio e giacimenti di petrolio. Proprio questa zona, dopo la Seconda guerra mondiale fu oggetto di emigrazione economica (quella che oggi non piace all’Occidente che già accetta con sofferenza di accogliere profughi e perseguitati politici). Italiani, francesi, belgi provarono a trarre il massimo profitto coltivando terre tra le più fertili al mondo.

Oggi questi territori sono teatro di una guerra mai dichiarata che ha già fatto otto milioni di morti. «No, non è – esclama padre Joseph – una guerra civile. È una guerra economica, la shoah di noi di pelle nera. In quella zona ci sono 120 gruppi armati che sono finanziati dalle multinazionali. Italiani, francesi, americani, belgi vendono a questi gruppi le armi e poi pretendono di avere le nostre ricchezze senza comprarle. Anche l’Onu sfrutta le nostre miniere, lasciando al Congo il 2% dei profitti. Sappiamo anche di organizzazioni internazionali che operano in Congo, con fini apparentemente umanitari, coinvolte in questo giro: da una parte la vendita di armi e dall’altro lo sfruttamento delle miniere garantito dalle milizie armate che non sono solo congolesi ma anche dei Paesi confinanti come Rwanda, Burundi e Uganda. In Congo tutti, dai governi alle multinazionali alle organizzazioni internazionali, hanno le mani sporche».

Eppure, nonostante le grandi ricchezze, il Congo è tra i Paesi più poveri al mondo (il reddito pro capite non supera i 490 dollari l’anno) e la povertà economica e sociale è in aumento. Padre Joseph segue da Ragusa le vicende del suo Paese. «Sono preoccupato e – ammette – la situazione mi provoca anche tanta rabbia. Non solo all’Occidente ma a tutto il mondo dico: dobbiamo cooperare. Non abbiamo strade asfaltate, nella zona orientale non ci sono aeroporti tanto che si raggiunge più facilmente da Kigali (in Rwanda) che da Kinshasa, gli ospedali sono pochi e il sistema sanitario non è in grado di assicurare le cure necessarie. Cooperare vuol dire sfruttare insieme queste enormi risorse. Chi le vuole estrarre è giusto che compensi in modo equo il Congo. L’Onu deve garantire questo. Non altro. A che serve il Programma alimentare dell’Onu, per il quale l’ambasciatore Attanasio stava lavorando nel giorno in cui è stato ucciso, in una terra tra le più fertili del mondo? Possiamo coltivare le nostre campagne e non avere più problemi alimentari. Abbiamo le nostre terre, le nostre materie prime ma viviamo nella povertà estrema. Dobbiamo spezzare il circolo per il quale il mondo vende le armi a questi gruppi criminali per poi impossessarsi delle nostre ricchezze. Invece in Congo si sperimenta ogni giorno la parabola del ricco epulone con milioni di persone che sono costrette ad accontentarsi delle briciole che pochi ricchi lasciano cadere».

Sono le sofferenze di un popolo che, anche grazie a padre Joseph, a padre Sebastiano Amato, a padre Giovanni Tumino, in qualche modo sentiamo a noi prossimo. Proprio padre Amato ha avuto modo di conoscere sia l’ambasciatore Luca Attanasio che il carabiniere Vittorio Iacovacci. La sera prima dell’attentato l’hanno trascorsa insieme. Un filo che lega Ragusa al Congo e a quella tragedia che ha fatto rimbalzare, per qualche giorno, questa parte del mondo all’attenzione di tutti. Come ci ricorda padre Joseph, la sua terra ha bisogno di aiuti e attenzione ma, soprattutto, di equità e giustizia.

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Autore

Alessandro Bongiorno

Giornalista, redattore della Gazzetta del Sud e condirettore di Insieme. Già presidente del gruppo Fuci di Ragusa, è laureato in Scienze politiche.



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