Vita Cristiana

Pubblicato il 8 Maggio 2021 | di Alessandro Bongiorno

«Brillerà nei secoli come una stella»

Fu probabilmente l’arcivescovo emerito di Agrigento, monsignor Carmelo Ferraro, originario di Santa Croce Camerina, nella nostra Diocesi, il primo a percepire la santità di Rosario Livatino. Le parole pronunciate durante i funerali del giudice, suonano oggi come profetiche: «La potenza del Signore Crocifisso e Risorto porrà su un candelabro di luce su questo innocente fratello, umile e silenzioso discepolo del Signore Gesù. Il mondo – aggiunse monsignor Ferraro – guarderà per imparare alla luce del Vangelo che cos’è la giustizia e la purezza di cuore, il rifiuto della pena come vendetta, il recupero dei cosiddetti irrecuperabili».

Fu lo stesso monsignor Ferraro, nel 1993, a dare incarico di raccogliere testimonianze scritte per la causa di beatificazione alla professoressa Ida Abate, docente del liceo frequentato da Livatino, che nel frattempo aveva iniziato a far conoscere nelle scuole d’Italia quel giovane magistrato.

«Sì – risponde oggi monsignor Ferraro – già durante i funerali volli proclamare il mistero pasquale, utilizzando l’immagine del candelabro che dà luce. Il Signore Risorto – dissi allora – parteciperà a questo fratello innocente la potenza della sua forza; al Venerdì Santo seguirà inesorabilmente la Pasqua del Signore. Questo delitto non sarà l’ultima parola».

Aveva avuto modo di conoscere personalmente il giudice Livatino?

«No, personalmente no. Ricordo però che il parroco di Canicattì mi parlò di un giovane magistrato che desiderava un Crocifisso per la sua stanza del tribunale. Mi disse che ogni mattina, prima di recarsi al lavoro, si fermava in preghiera davanti Santissimo Sacramento nella chiesa di San Giuseppe vicino al vecchio tribunale. Gli feci avere un’immagine del Cristo di Cimabue. Quel magistrato era proprio il giudice Livatino».

In che contesto maturò l’omicidio?

«Era iniziata la guerra di mafia. In un anno ci furono 35 morti, l’anno successivo 70, l’anno dopo ancora altri 50 omicidi. La vicenda dell’assassinio del giudice Rosario Livatino il 21 settembre 1990 suscitò una tragica impressione, uno sgomento generale. Si ebbe l’impressione del mare in tempesta. La città di Canicattì era stata sconvolta due anni prima – il 25 settembre 1988 – dal feroce assassinio del magistrato Antonino Saetta e del figlio. Con l’assassinio del giudice Livatino si voleva intimidire e punire il magistrato che avrebbe gestito il maxi processo d’appello di oltre 400 mafiosi. La mafia voleva punire allora il magistrato integerrimo che avevo portato a termine in modo esemplare il processo per l’omicidio sia del capitano Basile, sia del giudice Chinnici».

E in questo contesto, Agrigento e la Sicilia accolsero Giovanni Paolo II…

«Quella visita arrivava in un momento e in un contesto tragico. C’era una vera e propria emergenza mafia. L’anno prima della visita del Papa – ricorda monsignor Ferraro – avevo diffuso un documento su questa emergenza nel quale individuavamo la cultura mafiosa come responsabile di tutto. Quando il Papa arrivò ad Agrigento avevamo il cuore ferito anche dalle stragi che portarono alla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in quelli che furono due autentici atti di guerra».

Lei era accanto al Papa quando riecheggiò quell’appello al pentimento rivolto ai mafiosi. Se le aspettava?

«Quella visita fu una scossa per tutti. Ci furono due momenti molto forti quel 9 maggio 1993. Al mattino, allo stadio, l’incontro con i giovani provenienti da tutta la Sicilia. Fu rappresentata l’immagine di due cortei: quello della cultura della morte – tutti vestiti con tuniche nere – e quello della civiltà dell’amore – tutti vestiti con colori dell’arcobaleno – che colpì profondamente il Santo Padre. Fu un incontro ricco di suggestioni e di entusiasmo, con una partecipazione straordinaria, e il Papa rivolse ai giovani l’invito a rialzarsi. Poi, prima della messa alla Valle dei Templi, favorii un incontro con i genitori del giudice Livatino e con i familiari del giudice Saetta, sperando che quell’incontro portasse loro un po’ di conforto. Quell’invito alla conversione rivolto ai mafiosi, quel grido gli sgorgò dal cuore. Parlò con una voce calibrata e talmente forte da far sembrare che tutto fosse ben congegnato e, invece, proveniva dal profondo del cuore, frutto forse anche dell’emozione forte che aveva provato durante l’incontro con i genitori del giudice Livatino nel palazzo arcivescovile».

Ora la beatificazione del giudice Livatino. Quali sono i primi pensieri che le vengono in mente?

«Il primo è che il mondo presente e quello che verrà conoscerà il giudice Livatino. Nei secoli sarà conosciuto e brillerà come una stella. L’altra riguarda la magistratura e il mondo della giustizia. Ho letto il libro sul giudice Palamara ed esce fuori un quadro che non si può accettare. Un sistema così congegnato è un guaio. E allora occorre rifarsi a chi, proprio come il giudice Livatino, ha esercitato questa professione con stile e con una preparazione profonda, dimostrando che anche le più spinose vicende giudiziarie possono trovare una lettura particolare alla luce anche del Concilio Vaticano II».

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Autore

Alessandro Bongiorno

Giornalista, redattore della Gazzetta del Sud e condirettore di Insieme. Già presidente del gruppo Fuci di Ragusa, è laureato in Scienze politiche.



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