Attualità

Pubblicato il 10 Maggio 2021 | di Angelo Schembari

Rosario Livatino: Fede e Giustizia

Il 21 settembre 1990, alle porte di Agrigento, perse la vita, vittima di un agguato mafioso, il giudice Rosario Livatino, aveva 38 anni.

Magistrato integerrimo, autore di coraggiose inchieste contro la criminalità organizzata, antepose alla propria vita l’etica del dovere, vissuto con fedeltà incondizionata agli  insegnamenti evangelici.

Ida Abate, per circa quarant’anni docente di Latino e Greco al Liceo Classico “ U. Foscolo” di Canicattì, ha annoverato Rosario Livatino tra i suoi allievi.

Ne ha raccolto, cercando di trasmetterla ai giovani, la nobilissima eredità di spirito.

Il libro “Il piccolo giudice. Fede e giustizia in Rosario Livatino” più che una biografia è proprio il ricordo – scrive- di uno dei suoi allievi migliori che recepì  e tradusse in vita il messaggio dei classici e, ancor più, quello cristiano.

Lo stile di vita dei genitori fu sempre il maggior punto di riferimento per Rosario. Alla loro scuola apprese il senso della sacralità dell’uomo, del rispetto che ad ogni essere, e non solo all’uomo, si deve.

A quegli stessi genitori, Rosalia e Vincenzo, fu conferita un’alta onorificenza per la testimonianza di esemplare dignità e serena compostezza nel sopportare l’ineffabile dolore dell’uccisione di Rosario e per aver saputo arricchire l’animo del loro unico figlio con le doti di coraggio, onestà, senso del dovere e fedeltà ai valori umani e cristiani.

Una dignità che riscontrò l’allora Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro quando incontrò i genitori del magistrato ucciso, che volle visitare anche Papa Giovanni Paolo II.

Ida Abate ricorda che per Rosario era radicato nella fede anche il senso del dovere che considerava sacro e quindi da compiere sempre con il massimo impegno.

Tutto questo traspare dal suo curriculum scolastico dalle elementari alle superiori, i cui docenti ne misero in rilievo le rare doti intellettuali, il limpido rigore morale ed il senso di responsabilità

Appena laureatosi, Rosario Livatino volle ringraziare il suo professore di Filosofia  esprimendogli la sua gratitudine per avergli donato quelli che definiva semi di preziosa qualità. Il professore gli rispose “ i miei veri maestri sono stati gli alunni”.

A due anni dal conseguimento della laurea in una lettera ad un compagno di Liceo si definiva “speranzoso disoccupato” in quanto aveva partecipato ad alcuni concorsi pubblici di cui attendeva l’esito.

Alla fine del 1977 fu assunto come vice-direttore dell’Ufficio del Registro ad Agrigento, al termine della sua esperienza di otto mesi ne conservò un ricordo indelebile.

Prestò quindi servizio come uditore giudiziario presso il Tribunale di Caltanissetta e quindi iniziò la sua attività, prima come Sostituto Procuratore e poi come Giudice a latere nella sezione penale, presso la Procura della Repubblica di Agrigento.

Il suo testamento spirituale può essere considerata la relazione dal titolo “ Il ruolo del Giudice in una società che cambia ”.

In quel discorso tenuto nell’aprile del 1984 c’è il suo credo morale e professionale, la religione del dovere secondo Livatino, che si compie nella consapevolezza di svolgere un servizio a tutela della collettività.

In Livatino era chiara la consapevolezza che il Giudice oltre che essere, deve apparire indipendente, nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori dalle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie.

Tante le testimonianze sul suo essere giudice. Una volta per ferragosto si presentò in carcere con un ordine di scarcerazione per un detenuto. La sua presenza in un giorno particolare meravigliò l’agente in servizio al quale Livatino con tono sereno ma di rimprovero rispose “ quando c’è in gioco la libertà di un uomo non esiste una festa .”

Livatino riconosceva infatti la dignità della persona oltre il reato, il reato è una cosa e va condannato ma il reo va compreso ed anche amato.  Livatino guardava in faccia anche il delinquente perché sapeva vedere in lui un uomo e lui cercava l’uomo.

Il rapporto tra fede e giustizia Livatino lo vedeva come “superamento di se stessi attraverso al carità”.

Nella prima pagina dell’agenda rinvenuta accanto al suo corpo esanime destò attenzione l’acronimo S.T.D. che grazie alla minuta della sua testi laurea fu possibile decodificare in Sub Tutela Dei, l’invocazione con la quale Livatino si rivolgeva a Dio chiedendo luce ed assistenza nel suo lavoro “difficile e, a tratti , terribile” .

Non c’è separazione tra fede e vita – dice il cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi – Livatino non intendeva la sua professione di magistrato estranea a tutto quello che ha vissuto nella sua adolescenza, nella formazione cristiana, nella partecipazione alla vita della Chiesa. Rosario aveva la spina del suo cuore inserita nella presa del cuore di Dio da cui riceveva la luce – afferma Mons. Francesco Montenegro, Arcivescovo di Agrigento. La scrivania del suo ufficio era la continuazione dell’altare perché era lì che viveva il suo sacrificio quotidiano, il suo farsi pane spezzato.  Livatino è un uomo che ha vissuto la sua povertà di spirito, che ha saputo guardare lontano perché aveva gli occhi puliti, era un uomo mite. Egli è diventato grande perché è il piccolo del Vangelo, il suo miracolo è che un uomo ordinario è riuscito a riempire di Dio il luogo e le persone che incontrava.

Ha messo insieme giustizia e carità, vivendo in punta di piedi e facendo il suo dovere fino in fondo.

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Autore

Angelo Schembari

Nato a Ragusa nel 1972. Laurea in Lettere Classiche, Docente di Lettere, collaboratore di insieme dal 1989. Ha collaborato con diverse testate giornalistiche, della carta stampata quotidiana e periodica, online e televisive. Studioso di Storia locale.



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