Società

Pubblicato il 3 Ottobre 2021 | di Saro Distefano

A forte rischio le “fiurede” e il patrimonio sacro “minore”

Noi le chiamiamo “fiurede”. Sono gli altari sacri, cittadini o rurali non importa. Ne abbiamo tantissime, nonostante la diffusa opera di distruzione dell’ultimo mezzo secolo.

Ve ne presentiamo una. Particolare. Storica. E purtroppo in condizioni non certo ottime. È quella di contrada Scassale (più corretto sarebbe “Ariscassali”), nei pressi del cimitero di Ragusa Superiore.

È abbandonata e, cosa ancora più grave, è preda dell’edera, pianta che fornisce verde e spunti romantici ma certamente non è amica della muratura. E per soprammercato, da qualche mese all’edera si è aggiungo, proprio alla base dell’altarino, un alberello di Ailanto, nel nostro dialetto “u Maccabuolu” che, se è possibile, è ancora più deleterio dell’edera.

Pertanto, la fiureda di Scassale è a forte rischio. Come dimostrano le foto che proponiamo, l’altare è stato totalmente invaso dall’edera che si potrebbe eliminare in un quarto d’ora di decespugliatore. Non sarò certo io ad intervenire, e non per rispetto al mio sciatico ormai cronicamente infiammato, ma per rispetto alla proprietà. Non sono in grado di sapere se quell’altare appartiene a qualche privato, se ad una parrocchia, se al patrimonio comunale.

Pertanto, queste poche righe siano intese quale appello (sarebbe il caso, visto l’oggetto dell’articolo, di usare il termine “preghiera”) rivolto a chi può e deve intervenire. Sarei felice se a ripulire (e possibilmente sistemare anche dal punto di vista statico) fossero i proprietari. E sarei altrettanto contento se qualche uomo di buona volontà lo facesse anche senza essere tenuto. Ripeto: si tratta di eliminare l’edera e la piantina di Ailanto, e se possibile di rimettere in asse qualche blocco calcareo scostato dalle radici del tremendo rampicante.

Come tutte, anche quella piccola costruzione installata lungo la stradella sterrata che dal cimitero porta in contrada Nunziata Vecchia, è figlia di un diffuso e sentito culto religioso del popolo ibleo. E a renderla ancora più importante è il fatto che oggi è pronta a confortare e approcciare alla preghiera solo qualche escursionista e gli appassionati di mountain bike, ma quando venne costruita era frequentata giornalmente da migliaia di ragusani che percorrevano quella strada. Se oggi è solo una trazzera, quella fu una arteria cittadina di importanza vitale. È infatti la trazzera che prende spunto in prossimità della chiesa di Santo Rocco ad Ibla e, costeggiando il torrente San Leonardo (oggi meno che un ruscello, un tempo invece fiume di importanza economica e sociale enorme) arriva alla contrada Nunziata che, fino a un secolo fa o poco più, era la via di collegamento con l’altopiano e quindi con il resto del mondo.

A quella fiureda noi ragusani dobbiamo essere grati: per avere confortato i nostri trisavoli che, bisaccia in spalla, uscivano dalla città per recarsi altrove, a lavorare, a vendere mercanzia, a fare il soldato. Quella stessa figura di confortante devozione che accoglieva i figli di Ragusa di ritorno a casa. Basta poco per quest’opera buona.

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Autore

Saro Distefano

Nato a Ragusa nel 1964 è giornalista pubblicista dal 1990. Collabora con diverse testate giornalistiche, della carta stampata quotidiana e periodica, online e televisive, occupandosi principalmente di cultura e costume. Laureato in Scienze Politiche indirizzo storico, tiene numerose conferenze intorno al territorio ibleo.



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