Diritti a scatola chiusa? No, grazie
Le parole sono importanti: a volte sono pietre, a volte carezze ma, sicuramente, sono un formidabile “media” fra persone. Forse la civiltà, la cultura è nata la prima volta che due ominidi concordarono il nome da dare a qualche cosa magari di molto comune, ma passandosi, in questo modo, l’idea di quell’oggetto.
È vero anche il contrario: se una cosa, uno stato, un pensiero non ha nome è difficile che entri nel nostro orizzonte. Ci può essere anche un’evoluzione di una parola: da un significato averne anche altri, che però devono essere condivisi con chi ascolta/legge a scanso di equivoci, a volte voluti, come quello che spesso accompagna la parola “diritti”.
Pietra miliare ritengo che sia stata e sia la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che il 10/12/1948 varò l’Assemblea Generale della Nazioni Unite, ma c’è chi suggerisce altri articoli.
Una delle ultime aggiunte è una sigla GPA che sta per Gestazione Per Altri in cui è compresa anche la pratica dell’Utero in Affitto: in altre parole una donna si presta per accogliere la gravidanza di un’altra aspirante madre: si può disquisire se “solidale” o dietro compenso/rimborso (proibita in Italia ed altri Paesi), ma la filosofia sottostante è il “diritto” di avere figli che non esiste come, invece, quello di un bambino di avere una famiglia (naturale, aggiungo). Da notare che tra i suoi sostenitori troviamo coloro che la vedono come una tecnica disponibile per le famiglie omogenitoriali.
Un altro presunto diritto che viene sbandierato è l’eutanasia, la buona morte, cioè l’opzione di scegliere il momento di lasciare l’esistenza con dignità come viene presentata e che la assimila, in radice, al suicidio assistito. L’idea è quella dell’essere umano che nel pieno delle sue facoltà decide di fronte a circostanze straordinariamente avverse di “togliere il disturbo”. Premesso che la Chiesa respinge entrambe le ipotesi ritenendo la vita intangibile dal concepimento alla morte naturale, anche tanti giuristi laici rilevano che il nostro sistema legislativo è basato sul diritto positivo a favore della vita e ribaltarlo anche in una sola legge avrebbe conseguenze nefaste anche altre conquiste della nostra società “occidentale”.
Anche l’aborto è spesso citato tra i diritti, ma la L. 194/1978, che lo regola in Italia, contiene nel titolo “Norme per la tutela della maternità” e non una volta si riferisce ad un diritto alla interruzione volontaria di gravidanza che viene sostanzialmente solo depenalizzata. Quanto sia opinabile che l’aborto sia inserito tra i diritti si capisce considerando quanto il diritto alla vita, il diritto dei diritti, del concepito sia poco valutato.
Non si vuole certo dare qua un’esaustiva disamina dei fenomeni descritti, ma solo consigliare di non “comprare” a scatola chiusa il pacchetto “diritti”, ma guardarci dentro.
