Migrazioni Non è più tempo di slogan
Inquadrare il fenomeno migrazioni alla luce dell’Insegnamento sociale della Chiesa è stato l’obiettivo della Fondazione San Giovanni Battista di Ragusa nel convegno organizzato per la Giornata del Rifugiato; tentativo meritorio perché ha significato fare ordine nei nostri pensieri e nella nostra cultura dove magari ci solleviamo per un albero abbattuto e contemporaneamente ci è indifferente il naufragio di una vita in mare. «Non ci sono vite di serie A e di serie B – ha esordito il giornalista Mimmo Muolo, vaticanista di Avvenire, relatore al convegno – la vita di un migrante che rischia di morire in mare o nel deserto non è più importante o meno di quella del feto che rischia di essere abortito».
«La prima cosa da fare – ha precisato Renato Meli, presidente della Fondazione – è quella di evitare le soluzioni semplicistiche o di liquidare il fenomeno con slogan tipo “tutti a casa loro!” o con mentalità da tifoserie contrapposte».
Meli ha fornito dati e situazioni raccolte dalla Fondazione ed illustrato le attività di accoglienza messe in atto. In Sicilia sono presenti oltre 190 mila stranieri che rappresentano il 4,1% della popolazione regionale; nella provincia di Ragusa oltre 33 mila stranieri per una percentuale che supera il 10%: sono stranieri, migranti, rifugiati – ha detto Meli – ma sono anche vicini, colleghi, compagni di scuola».
Vangelo, catechismo e dottrina sociale per uno sguardo allargato sulle migrazioni: così Mimmo Muolo ha fissato le fonti a cui attingere, da indagare a livello personale, comunitario e politico.
«Il migrante, in quanto forestiero – ha affermato il relatore – è immagine stessa di Gesù» e citando Papa Francesco «toccare la carne del migrante è toccare Gesù».
Non pensiamo possano esserci tante obiezioni a queste parole che restano il fondamento del dovere di accoglienza. «E se a livello personale c’è poco da discutere, se a livello comunitario, o associazionistico, il dovere di accoglienza è largamente riconosciuto e attuato, visto che il terzo settore, in tutte le sue componenti, fa miracoli da questo punto di vista, è il livello politico il vero nocciolo del problema». Perché è al livello politico che si produce quel clima da pro o contro, le semplificazioni di pensiero, lo scontro sociale.
Il Catechismo aggiunge al criterio evangelico, il dovere, per le nazioni più ricche, di accogliere nella misura del possibile lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita. Ciò significa politica regolativa dei flussi migratori: in un libro di circa 10 anni fa Massimo Franco sosteneva che le migrazioni stanno cambiando il volto dell’Europa ma non sono un fenomeno da catalogare sotto la voce “emergenza” ma da affrontare con politiche sistematiche. «Un conto – precisa Muolo – è soccorrere delle persone in mare, dovere assoluto e insopprimibile, altro garantirne la permanenza nel Paese di approdo. Non si può accogliere se non c’è possibilità di integrazione, la cui alternativa è la ghettizzazione».
Significa ancora una seria politica della cooperazione internazionale per promuovere un vero sviluppo dei Paesi poveri e significa, non per ultimo, che l’immigrato ha doveri di rispetto del patrimonio materiale e spirituale del Paese che lo ospita, a cominciare dal rispetto delle leggi e delle norme di ordinata e sana convivenza civile.
Dalla Dottrina sociale, terza fonte, ci viene l’ulteriore spunto riguardo al rapporto tra immigrati e lavoro; quest’ultimi possono essere risorse anziché ostacoli per lo sviluppo. È innegabile che in Italia rispondono ad una domanda di lavoro che altrimenti resterebbe insoddisfatta, in settori e territori nei quali la manodopera locale è insufficiente. Vedi il largo impiego nei lavori agricoli in provincia di Ragusa. Impiego che non deve equivalere a sfruttamento ma anzi, prima ancora dell’azione istituzionale vigile, le politiche aziendali, piccole o grandi che siano, semplici numericamente o più complesse, possono e devono assicurare benessere e cura: come numerosi esempi illuminati, anche in provincia, hanno saputo coniugare lavoro, dignità e welfare aziendale.
Di contro le risposte politiche, a tutti i livelli, appaiono complessivamente insufficienti; arrivi sicuri, ingressi regolari, programmi di integrazione, soluzioni pratiche e non discorsi propagandistici, azioni congiunte a tutti i livelli, sono le direzioni auspicate; senza dimenticare «il gap tra le terre dei ricchi e le terre dei diseredati». «L’appello, per ultimo anche di Papa Leone XIV, è dunque a lavorare per rimuovere le radici delle ingiustizie che costringono milioni di persone a fuggire, senza cedere alla retorica della paura e della chiusura; si tratta di una questione politica. Perciò – aggiunge in conclusione Muolo – la politica non può far finta di niente o andare avanti a colpi di slogan. Servono soluzioni vere e misure concrete. Anche con un pizzico di fantasia, per aprire strade nuove, mai percorse prima. E servono anche con urgenza perché dietro ai numeri, alle tragedie, alle sofferenze ci sono milioni e milioni di esseri umani. È a loro che bisogna pensare, ha detto il papa». È a loro che bisogna pensare diciamo anche noi.
