Una app promette di farci ascoltare la pioggia, il vento e le onde
Ho scoperto che esiste una applicazione (si dovrebbe dire “app”) per telefonini che, confesso, mi ha molto colpito.
Si tratta della possibilità di riprodurre i suoni della naturale meteorologia. Per essere ancora più chiari: la app (scaricata gratuitamente sullo smartphone) è in grado di riprodurre moltissimi suoni naturali, ma legati a precisi fenomeni metereologici. Avete capito. Una applicazione che ci permette di sentire la pioggia che cade, il vento forte, i tuoni, il fragore delle onde che si infrangono su una scogliera, le foglie e i rami degli alberi piegati dalla forte brezza, e così via.
A me pare un’ottima idea. Complimenti a chi l’ha avuta. Ritengo infatti molto utile lo strumento elettronico, perché consente di ascoltare suoni naturali. Si possono ascoltare come si vuole (con le cuffie, per esempio, o i fantastici auricolari che permettono una nettezza di suono inimmaginabile prima di sei o sette anni fa) dove si vuole e per quanto tempo si vuole (batteria permettendo).
Talmente tanto mi è piaciuta questa applicazione che appena scaricata sul mio cellulare ho trascorso ore ed ore ad ascoltare quel suono che per un siciliano è in assoluto il bello che esista in natura: la pioggia leggera ma continua, costante. Per intenderci, quella che un tempo definivamo, noi dell’altopiano ibleo, “l’aqua assuppa viddanu” (nella lingua siciliana non esiste la parola “pioggia”, si dice sempre e solo “aqua”). Ovvero una pioggia leggera tale da non fare danni, ma costante da poter arricchire del prezioso liquido pozzi, cisterne e falde idriche (il perché questa pioggia leggera ma costante dovrebbe inzuppare il villano è chiaro ed evidente: piove leggero, e il contadino ritiene di poter continuare a lavorare, senza andare al riparo. Ma piove per tanto tempo, fino ad inzuppare il contadino che però, a ben pensarci, altro non poteva fare).
Poi ci ho pensato. Mi sono chiesto: ma i suoni naturali della meteorologia proposti dalla mia app, saranno davvero “naturali”? Mi pare legittimo il dubbio: “e se fossero artificiali riproduzioni fatte dai maghi dell’informatica”? Non ci sarebbe nulla di strano, e nemmeno di anomalo o, peggio, di legale. Chi ha prodotto quell’app sarà bravo al punto da poter utilizzare software sofisticati e poter riprodurre meglio dell’originale. E però, a quel punto, di naturale non sarebbe rimasto davvero nulla, se non l’idea di chi ha realizzato l’applicazione. E poi ho pensato che la stessa idea potrebbe essere venuta non al programmatore, ma alla sempre più utilizzata intelligenza artificiale.
A tale livello di riflessione non potevo non considerare che alla fin fine, al netto della metodologia realizzativa dell’app, la sua utilità è tale che non assume molta importanza come sia stato creato l’effetto “tempesta in montagna” o quello “vento tra le canne di una palude costiera” o quello “duna di sabbia che si sposta nel deserto”. È bello il poter ascoltare quanto si desidera.
Se non fosse che poi, durante la tre giorni della Fiera Agroalimentare Mediterranea, una conversazione captata tra due insegnanti di scuola elementare (mi pare adesso si chiami “scuola primaria”) ha fatto scattare in me una riflessione che più semplice, lineare, stupida direi, non potevo fare: ma perché stare con l’auricolare collegato al telefono e quindi all’app per sentire il rumore della pioggia o quello del vento? E quindi la decisione, drastica: tolgo gli auricolari e anzi metto a silenzioso il telefono. Afferro lo scooter e vado alla pineta di Chiaramonte. Ho trovato subito un bel venticello fresco e se non mi fossi sbrigato a tornare mi sarei preso anche la pioggia (che la app “Meteo” del mio cellulare non aveva previsto).
Appena tornato a casa ho eliminato la applicazione “rumori della naturale meteorologia” e, per chissà quale alchimia astrale su Ragusa è venuta giù una bellissima e consistente pioggia che mi ha conciliato il sonno, anche che “assuppa viddanu”!