Cammino sinodale: uno stile di Chiesa da cui non si torna indietro
Il Cammino sinodale – secondo la felice definizione del Card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI, alla Terza Assemblea sinodale – è stato come un grande cantiere di “corresponsabilità differenziata”, poiché ha investito sulla ricchezza dei carismi di ciascuno; “se il Cammino sinodale oggi è terminato – sottolinea Zuppi – ci accompagnerà lo stile sinodale che ci spinge a realizzare nel tempo – consapevoli delle urgenze – quello che abbiamo intuito, discusso, messo per iscritto e infine votato”.
I contenuti del Documento finale, altri con molta perizia li illustrano anche nelle pagine di questo giornale. Descrivo qui le risonanze ed alcune di consapevolezze che provengono dal clima dell’Assemblea conclusiva e dalle parole stesse del Presidente della CEI. Due su tutte: il cammino sinodale ha tracciato una strada ed uno stile dai quali non si torna più indietro; il documento di sintesi ha bisogno di trovaci d’accordo sulle priorità da cui partire. Il citato documento si compone, infatti, di oltre 50 pagine, suddiviso in tre parti con 124 proposte concrete; occorre di sicuro energia per fare sintesi e definire le priorità ed è ciò che i nostri Pastori hanno cominciato a dibattere ad Assisi, nel corso dall’81ª Assemblea generale della Cei, a metà novembre.
Le due priorità individuate a livello diocesano, partecipazione e relazioni nuove ben coniugano il termine “corresponsabilità”, tornato spesso nel cuore, nella mente e sulla bocca di tanti di noi: l’abbiamo considerata come una forma concreta di quella comunione che è sempre più cifra della Chiesa di oggi e che fa parte della natura stessa della fede. E’ opinione condivisa che occorre insistere con la scelta e ritengo che ciò sia l’intenzione del Vescovo , il quale ha annunciato di voler coniugare il dibattito e le risultanze dell’Assemblea diocesana con i temi del documento di sintesi e con il dibattito dell’Assemblea dei Vescovi, in modo da offrire alla Diocesi, probabilmente con la prossima Lettera Pastorale, le linee e i metodi per approssimarci a dette priorità.
Siamo concordi, infatti, nel considerare lo stile sinodale non tanto un piano da programmare o da realizzare, ma anzitutto uno stile da incarnare, e, probabilmente siamo concordi anche nella convinzione che su questa ricaduta non si torna indietro. Tuttavia, oltre che stile quello sinodale è anche metodo sia in senso figurato che concreto; sia cioè come struttura logica e mentale con le quali ci si innesta nella vita della Chiesa e nella missione evangelizzatrice, sia come l’insieme delle azioni, dei procedimenti e dell’impegno che si concretizzano nelle innumerevoli attività. Pertanto, si sente la necessità di osservare la presenza della Chiesa nei contesti territoriali, i segni di speranza già all’opera, le numerose iniziative sinodali già sperimentate in diocesi e tra le parrocchie, per dire e dirci il tanto che si può fare. Le nostre riunioni non hanno taciuto sulle fatiche del quotidiano: esse non si metteranno da parte da sole; stile e metodo ci obbligano a sperimentarci sulla forma che vogliamo dare alla nostra Chiesa, alle nostre comunità, ai nostri organismi di partecipazione, alla vita stessa di ciascuno secondo il Vangelo perché il volto di questa Chiesa sia sempre più somigliante al volto di Gesù.
Senza insistere in citazioni sociologiche, l’ansia che più emerge dai nostri consessi – nazionali e locali – è il desiderio di ricompone le fratture della cultura contemporanea. Spesso sperimentiamo inadeguatezza o mancanza di risposte, anche noi vittime del disorientamento culturale e sociale del nostro tempo; la vigna che il Signore ci manda a coltivare, il gregge che ci manda a radunare è un’umanità che non si accontenta delle apparenze ma cerca il senso, i segni, l’infinito. Vive di connessioni senza profondità, perché questo il “grande fratello” propaganda e l’era digitale impone, ma non ha smarrito il desiderio del cielo. Quello che dobbiamo imparare a comunicarci tra di noi è come creare un alfabeto della speranza, come educare alla vita interiore, come, con i nostri riti, le nostre solennità, le nostre feste, la Parola e le nostre opere e la carità ma anche il quotidiano di ogni comunità, diventare cammini verso Dio.
Abbiamo ben fatto a sintetizzare questo universo di speranza e di futuro nel concetti di “nuove relazioni”: queste nascono dal cuore, dal rendersi disponibili alla chiamata ed alla vocazione, dal vivere con coerenza la vita cristiana; si nutrono nella mente, nello studio, nel discernimento, nel dialogo fraterno; si compiono nell’amore, nella testimonianza, nella perenne missione.
