Vita Cristiana

Pubblicato il 12 Dicembre 2025 | di Redazione

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La risposta di un giovane al dono della vocazione

“Ma chi te lo fa fare?”

È una domanda molto ricorrente questa, che mi viene posta solitamente subito dopo aver detto che ho soltanto 22 anni e, quindi, a Dio piacendo, tutta la vita davanti. È una domanda che di volta in volta mi interpella, mi mette in crisi, perché mi costringe a tornare al punto originario della mia scelta vocazionale e a tenerlo sempre ben presente. Come Giovanni, che ricordando il momento esatto in cui si mise alla sequela di Gesù che passava sulla riva del Giordano dopo essere stato additato dal Battista come l’“Agnello di Dio” (Gv 1,35-36), annota nel suo Vangelo: “Erano circa le quattro del pomeriggio” (Gv 1,39).
È la domanda delle domande, la più radicale, posta forse in maniera incosciente e premurosa perché profondamente legata ad un elemento culturale “tutto greco” qual è il matrimonio come fonte di una discendenza che assicuri l’eternità nella memoria dei posteri. Pertanto, chi compie la scelta di celibato insita nella vocazione presbiterale è come se si ponesse nella condizione di nota stonata all’interno di una sinfonia. Ma sarà davvero così?
Ciò che posso condividere, a partire dalla mia esperienza, è che non ho ancora sperimentato, per grazia di Dio, alcun sentimento di privazione o perdita né a livello umano, né a livello spirituale, quanto invece l’abbondanza di una grazia immeritata che mi mette nella condizione di poter dire, insieme al salmista: “Cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?” (Sal 115,12).
Per natura, l’uomo è portato a volgere lo sguardo indietro (cf. Lc 9,62), esaminando ciò che ha lasciato. Come Pietro, che nella sua meravigliosa sincerità chiede a Gesù: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?”. E il Signore risponde: “Chiunque avrà lasciato case o fratelli o sorelle o padre o madre o figli o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna” (Mt 19,27.29).
È doveroso notare come la ricorrenza del verbo “lasciare” nei soli Vangeli ammonti a più di 700 volte. È il verbo primario della vocazione, che potrebbe, a primo acchito, desolare chi si appresta a vivere una vita consacrata, pensando spesso più a ciò che lascia rispetto a ciò che trova. Ma la logica sottesa alla vocazione, in particolare a quella del Ministero Ordinato, è quella del tesoro nascosto nel campo che, una volta trovato, diventa il motivo per il quale si decide di lasciare tutto, vendere tutto per avere in eredità soltanto quel tesoro prezioso (cf. Mt 13,44); è quella della povertà che non è inopia, “mancanza di mezzi”, quanto invece la beatitudine dei “poveri in spirito” (Mt 5,3) che si abbandonano completamente nelle braccia di Dio, come un bimbo in braccio a sua madre (cf. Sal 131,2).
Quanto è consolante, allora, e quanto è coinvolgente pensare così la vocazione al Sacerdozio che il Signore mi dona, soprattutto davanti ad un momento come quello dell’Ammissione tra i candidati all’Ordine.
Mi affido alla vostra preghiera, perché il mio cuore si innamori sempre più di Cristo, Signore dell’abbondanza.

Mattia Mazza

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"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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