Israele e Palestina: la pace sospesa
Pace tra Israeliani e Palestinesi? Scriverne in un mensile quando le notizie si rincorrono ora dopo ora, rendendo mutevoli gli scenari, è davvero un’impresa, e il rischio di essere contraddetti dagli eventi è quasi certo. Difficile anche per gli studiosi di geopolitica delineare quale sarà con certezza l’evoluzione della vita di quelle popolazioni. Certamente il Piano di Pace di Trump, accelerato da due fatti importanti, l’abbandono dell’Assemblea dell’ONU da parte dei rappresentanti di 157 Paesi su 193 e dalla Global Sumud Flotilla diretta a Gaza e composta da più di 40 barche e partecipanti provenienti da 44 paesi, almeno un risultato lo ha raggiunto: una tregua, un “cessate il fuoco” (non proprio totale), un compromesso che le parti hanno accettato. Posto che il resto di quel Piano di Pace presenta notevoli ostacoli non facilmente superabili, non resta che focalizzare l’attenzione sulle cause profonde del contendere nella striscia di Gaza, o almeno su alcune di esse.
Alla fine dell’Ottocento sono nati due movimenti nazionali, il sionismo, che puntava alla creazione di uno Stato ebraico nella “terra dei padri”, dopo secoli di diaspora e persecuzioni, e Il nazionalismo arabo-palestinese, che si sviluppa come risposta al colonialismo europeo e alla crescente immigrazione ebraica. Entrambi rivendicano la stessa terra come parte fondamentale della propria identità e autodeterminazione. Le due fazioni sono divise dal meno negoziabile dei fattori: la religione! Dogma che accomuna i fanatici in entrambi gli schieramenti. Ricordiamo che in Europa, in un tempo che fu, abbiamo vissuto la stessa drammatica e sanguinosa esperienza. Ci sono traumi difficilmente superabili da entrambi gli schieramenti: gli Ebrei, il cui sterminio nazista ha reso la sicurezza nazionale una questione esistenziale, i Palestinesi, la cui Nakba del 1948 (l’espulsione o fuga di circa 700.000 persone) è diventata il trauma fondante della loro identità nazionale. Entrambi i popoli si percepiscono come vittime storiche.
Tra le cause del conflitto c’è anche un’eredità del colonialismo. Il mandato britannico, dal 1917 al 1948, e la Dichiarazione Balfour crearono ambiguità istituzionali. Londra promise una “casa nazionale ebraica” ma anche l’autodeterminazione araba. Le potenze occidentali e poi la Guerra Fredda hanno spesso strumentalizzato la questione, sostenendo di volta in volta l’uno o l’altro campo per motivi geopolitici. Israele è diventato un alleato strategico dell’Occidente, mentre i palestinesi hanno oscillato tra sostegno arabo e isolamento, rafforzando il senso di ingiustizia. È da evidenziare in questo contesto che anche il tentativo di immaginare lo Stato nazionale europeo, cifra della nostra modernità, non è, sic et simpliciter, riproducibile in quelle terre ex imperiali contese da comunità in armi.
Proseguirà nel prossimo numero di Insieme, a dicembre, l’approfondimento di altre cause.
Renato Meli
