Politica

Pubblicato il 12 Gennaio 2026 | di Redazione

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Israele e Palestina: la pace sospesa

Pace tra israeliani e palestinesi? Qualche altra atavica causa di conflitto.

Una di queste è certamente rappresentata dalla terra: chi la possiede, chi la coltiva, chi la abita. Non è un caso che sia emersa una realtà di controllo asimmetrico, specificamente dopo il 1948 e nel 1967 (quando gli israeliani occuparono la Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est). I residenti palestinesi vedono gli insediamenti israeliani nei territori occupati come un’espropriazione continua, mentre molti israeliani li vedono come una garanzia di sicurezza o un diritto biblico. L’accesso all’acqua, alle risorse naturali e la libertà di movimento sono fonti di conflitto quotidiano e strutturale. Il fattore economico ha un impatto di vasta portata sul conflitto israelo-palestinese, ma in modo sfumato e ambivalente: può sia alimentarlo che aiutare a disinnescare certe tensioni. L’economia palestinese, in particolare in Cisgiordania e Gaza, dipende fortemente da Israele: esportazioni, importazioni, energia, acqua, telecomunicazioni e persino la valuta (lo shekel) passano attraverso l’apparato israeliano. Israele regola le dogane, i confini e il flusso di merci e persone, il che limita l’economia palestinese restringendo la sua capacità di emergere come settore indipendente. Il risultato è un’economia “vincolata” in cui una certa ricchezza viene prodotta e poi circola nel circuito israeliano, dove la Palestina rimane in una situazione di subordinazione. Centinaia di migliaia di palestinesi lavorano o hanno lavorato in Israele, spesso nell’edilizia o nell’agricoltura, in condizioni precarie a salari più alti di quelli che ricevono in Cisgiordania. Questo porta le persone a dipendere economicamente da Israele, diminuendo il loro potere collettivo di resistenza economica e fornendo reddito a un gran numero di famiglie. Gli insediamenti israeliani nei territori occupati non sono semplicemente una questione ideologica, ma sono un modello di business basato sui profitti: l’estrazione di terreni agricoli e risorse idriche, imprese manifatturiere che impiegano manodopera palestinese a basso costo, detrazioni fiscali per i coloni israeliani. Le multinazionali (tecnologia, sicurezza o costruzioni) beneficiano dell’occupazione, portando infrastrutture o servizi agli insediamenti. Di conseguenza, questa consolidazione di un’economia di occupazione rende la situazione attuale economicamente vantaggiosa per alcuni attori e l’incentivo politico al cambiamento debole.

L’Autorità Palestinese è composta quasi interamente da fondi internazionali (UE, Stati Uniti, nazioni arabe). Sebbene necessari per sostenere i servizi sociali di base, questi aiuti hanno portato a una dipendenza burocratica spesso opaca, priva di incentivi per la riforma. In cambio di questa stabilità, alcune élite economiche palestinesi affiliate all’Autorità Palestinese hanno stipulato accordi con aziende israeliane o internazionali. Questo può creare una borghesia collaborazionista o moderata, interessata a sostenere il sistema economico, criticandolo politicamente, e cercando anche di mantenere tutto all’interno del sistema economico.

Finché entrambe le società non affronteranno il trauma dell’altra, riconoscendo simultaneamente il diritto alla sicurezza israeliana e alla dignità e sovranità palestinese, la pace resterà fragile o illusoria.

Lucio Caracciolo (direttore di Limes, una rivista geopolitica) dice che “quando si finge di ragionare e si immagina una soluzione favolosa per i conflitti senza tener conto delle loro cause, senza tener conto di ciò che realmente sono, ma partendo dall’inizio di come dovrebbero finire, non solo si inverte la logica; ci si impedisce di curare la malattia, che è il rischio di un’epidemia.” “Non c’è futuro basato sulla violenza, sull’esilio forzato e sulla vendetta. La pace è ciò di cui le persone hanno bisogno, coloro che le amano sinceramente lavorano per la pace,” dice Papa Leone XIV. Aggiungo, non per secondi fini o per interessi particolari.

Renato Meli

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"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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